Vecchiaia è specchiarsi nei giovani

(Marcello Veneziani) – Il vecchio corteggia la morte e l’infanzia, a giorni alterni. Un giorno si atteggia a trapassato, un altro ritorna bambino. Ora s’incupisce, ora gioca. Da vecchio ti turba non solo ogni vita sorgiva, ma anche ogni storia che comincia, un ménage che comincia la sua avventura. Pensare daccapo a quella trafila ti sgomenta, perché è come se conosci di un film la conclusione e la noia dei titoli di coda. Tu per esempio, non riesci a pensare al matrimonio di tua figlia Federica senza commuoverti. Eppure non è alle porte. Che vuoi, a una certa età, a un certo punto della vita si diventa così… L’immagine di lei che entra in chiesa al tuo fianco – le darai il braccio o la mano? Belle ambedue perché intense, solenne una, tenera l’altra – ti risale negli occhi e li sommerge. Accompagnandola all’altare vedi concentrarsi in lei, nella luce dei suoi occhi, nel suo sorriso festoso e spaesato, tra lo stupore e lo spavento, tutta la sua vita, la sua nascita, la sua infanzia, le sue ferite; e voi, la vostra casa e quella dei nonni, e suo fratello. In lei vedrai tua madre che va incontro a tuo padre, e tutta la tua famiglia, che declina nella vecchiaia di voi fratelli. In lei, in quel momento, si condenseranno gli affetti di una vita, i presenti e gli assenti, i passaggi e gli avvenimenti che avete attraversato, uniti o divisi. Te la ricorderai bambina in quell’apice di unione e separazione che sono le nozze (unione per loro, separazione da noi). La rivedrai neonata in un lettino d’ospedale o con l’acetone. E poi sulle tue ginocchia a giocare o con la testa ficcata nel divano e la gambette per aria. O quando tornava in bus dall’asilo e dormivano uno sulla spalla dell’altro. Tutto balenerà in quegli istanti come in un nastro riavvolto in rapida sequenza e al solo pensarlo non trattieni le lacrime. Cosa sarà quel giorno, riuscirai a mascherare la commozione? Ci sarà quel giorno, ci sarai, come sarà? Non so se definirle speranze o disperazioni, alla fine si confondono. Quel presagio emotivo è il segno della tua vecchiaia. E della sua tenerezza, ad altre stagioni preclusa. Da vecchi la vita si fa più acuta anche se pare più ottusa. Arterie più dure, cuore più tenero.

Il vecchio può permettersi libertà negate a chi è giovane, a chi ha aspettative, lavora, sottostà ad alcuni rapporti, deve intrattenere e curare relazioni. Il vecchio ha poco tempo da vivere ma molte ore da spendere. Ha meno vincoli, può espandere la sfera del suo ego come della sua generosità. Il vecchio trae dall’assenza di alternative, cioè dalla disperazione, una forma speciale di liberazione. La libertà di scegliere è una gran cosa, ma ancora più grande può rivelarsi la libertà dalla scelta. Vecchiaia è liberarsi del meccanismo automatico del vivere, ridotto a procedura. Il suo vivere ha la possibilità di raccogliere significati come fiori al passaggio. Vivere è collezionare prove, far fruttare esperienze (e non solo fare esperienze), imprimere segni, lasciare tracce, prestare ascolto al mondo e ai suoi dettagli, visibili e invisibili, grandi e piccoli, passeggeri e permanenti. Tesi a percepire il minimo fruscio dell’essere nelle foglie del giorno, tesi a far tesoro di quel che accade anche nella sfera minuscola dell’universo. Vivere con attenzione e poi rilassarsi sugli esiti, lasciarsi cullare dalle onde e dai venti dell’universo. Abbandonarsi. L’abbandono è una disperata fiducia, un rimettersi amabile alla sorte.

A un certo punto non resta che sedersi al bar, sorseggiando un caffè molto ma molto lungo, metafisico, uscire dal fluire del mondo e osservarlo da fuori, come se non fossimo più viventi o meglio vivendo tramite i frammenti delle vite altrui che si scorgono al passaggio. Gli altri si occuperanno di vivere per noi.

da Dispera bene, Marsilio 2020

4 replies

  1. Certo, per chi si è interessato solo di lavoro-famiglia o per chi ha troppi pochi soldi ed è angosciato dalla mattina alla sera per affitti, bollette, aiuti a figli e nipoti che chiedono… Ed i farmaci sempre più cari, e gli “esami” che attendono mesi… E non resta che attaccarsi come piovre ai figli e soprattutto ai nipoti, ormai unica ragione di vita per chi non è in buona compagnia con se stesso.

    Per chi invece ha il necessario e la possibilità di un pochino di companatico che non intende consegnare ai discendenti, che ha lavorato bene come genitore quindi ha cresciuto figli che non hanno bisogno di lui (cioè non ne approfittano o non gli sono ancora legati a doppio filo con ricatti morali) la vecchiaia è un buon momento: finalmente si può pensare solo a se stessi.
    Si può leggere, studiare, continuare a lavorare se si riesce, dedicarsi – lo vedo in molti uomini – a “soffittizzarsi” in una sorta di luogo segreto dove, lontano dalle lamentele coniugali, si può finalmente dare sfogo alla propria vena di “inventore/riparatore”: lavorare con le mani dopo che si è sempre lavorato con la testa. Molti ultrasessantenni non hanno solo il baretto come ultima Thule, ma anche la frequentazione di amici con cui discutere, occuparsi di passatempi fino ad ora trascurati, Università della Terza età, corsi di disegno, biciclettate, scoperte di nuovi ristoranti e nuovi luoghi. E anche l’ amore, per chi è solo, potrebbe rinascere. Certo non come a 20 anni, ma ci si fa compagnia.
    A chi ha un poco di disponibilità, non ha il vizio di primeggiare nè è colpito da invidia sociale ho sempre suggerito il gioco del Golf ( a seconda di dove ci si iscrive non costa più di una palestra e i ferri si comprano usati). Ottimo per i bambini e che si può praticare fino… alla morte.

    Insomma, tutto quello che fa Veneziani, che scrive libri, blogga e si occupa di tante cose ma ci riempie di retorica che neanche Guido Gozzano nei suoi momenti migliori. Credo che non lo vedremo triste nel baretto.
    Del resto siamo nel secolo della retorica quindi perchè stupirsi?

    Il discrimine è sempre il medesimo: i soldi.
    E certo chi soldi non ne ha vede la propria fine ( o piuttosto il pre-fine) con grande angoscia. Soprattutto di questi tempi e con questi governanti. Ma questo sarebbe compito della politica, quindi nessuna speranza.

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  2. Trilogia di una disavventura metafisica

    Davanti ad un lungo caffè seduta ad un bar di una piazza
    Vestita normale che non ha significato

    Se penso di agire, fa male il costato

    2 euro un caffè e una pasta
    Al ché mi chiedo quale folla ho davanti ed-ef
    Iniziando ad osservare il peso si può aggravare;
    E i molti silenzi calpestare.
    Al brulichio che infama solo se stessi per la troppa estraneità ad un universo troppo popolato e popoloso di città anonime
    Come la persona anonima che impersonifichi sull’istante di un unghia.

    Folla che declina e muta.
    Davanti alla TV o ad un maxi schermo di ingiuria.

    Trilogia fisica che diviene metafisica.

    La potenza della metafisica, cioè la MENTE, che pensa in relazione all’universo immergendovi anche il corpo, cioè se stessi,.
    attiva le dinamiche sacre dei chakra e l’uomo inizia a cercare se stesso credendo anche in sé stesso, niente di più meraviglioso.

    Meraviglioso come qualcosa che resterà sempre ideale e come tale IRRAGGIUNGIBILE et INSCALFIBILE e vivibile solo nel pensiero come se questi si rifugiasse nel nono cielo di Tolomeo o nel mondo delle idee di Platone, nella terra Che ruota attorno al sole ma rimane sempre al centro di se stessa nell’ ove mai e nella chiesa, antico fregio barocco rubato e contestato da chi?
    Dal povero Galileo, questo misterioso ma sempre raccontato alla scuola di Esculapio!

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