Nessuno sa riconoscerne i meriti, se non la ricchezza smisurata e l’ostinazione a farla sempre franca

Il funerale di Stato per B. lungo 3 anni: il danno non passa

(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] L’avventura di Silvio Berlusconi si chiude alle 9:30 di lunedì 12 giugno 2023, dopo una serie di ricoveri e l’ultima crisi respiratoria. Meno di un’ora dopo il Consiglio dei ministri proclama il lutto nazionale e i funerali di Stato per l’ex premier. La famiglia li annuncia per mercoledì 14. Da celebrare in Duomo. Con tutte le autorità dello Stato presenti da Sergio Mattarella in giù, l’arcivescovo, gli onori militari, le corone di fiori. Più tutte le autorità della sua peggiore televisione. E poi i calciatori, i politici, i banchieri, i finanzieri, gli industriali, tutti gli oligarchi in fila sotto le arcate del Duomo, con le scorte armate ai bordi, come ai tempi delle dinastie regnanti, il popolo fuori, in piazza, controllato da polizia, carabinieri, tiratori scelti, droni, telecamere, guai a chi disturba, guai a chi si muove.

[…] L’arcivescovo Mario Delpini non sapendo come cavarsela la butta in poesia declinando la vita, l’amore e la felicità “che egli cercava”. E solo dopo essersi allungato in retorica standard per una ventina di minuti, frena sul finale: “Silvio Berlusconi è stato un uomo e ora incontra Dio”. Frase che può anche essere intesa come una minaccia, visti i quattro carabinieri, vestiti come nei libri di Pinocchio, che circondano la bara, al centro della navata, mentre sale l’applauso liberatorio della platea.

Che il funerale di Stato sia il funerale allo Stato, viste le imprese e le opere del defunto, nessuno si azzarda a dirlo, al netto di qualche ostinato antiberlusconiano. Il lutto va rispettato, ci mancherebbe. Elly Schlein corre all’omaggio. E com’è giusto offre le sue condoglianze. Piangono tutti i campioni della sua nazione, da Lele Mora a Maria De Filippi. Da Massimo Boldi a Flavio Briatore. Da Barbara d’Urso a Gerry Scotti, passando per Roberto Formigoni e Iva Zanicchi. (…)

Il rito dura tre ore. La coda tre giorni, tre mesi, tre anni. Da sinfonia diventa musica di sottofondo. Anche se, al netto degli elogi, nessuno sa riconoscere i meriti di quel potere smisurato, se non nella sua smisurata ricchezza accumulata, e nella ostinazione, persino ammirevole, con cui in trent’anni, in 36 processi, con 155 avvocati difensori, un partito personale, un’altra mezza dozzina a sua disposizione, in tutto un migliaio tra deputati e senatori al suo servizio, l’ha fatta franca.

[…] Così come a nessuno, neppure ai politologi e ai cantori più zelanti, vengono in mente quali e quante riforme di una qualche importanza ha fatto in trent’anni di potere. E vale per tutti i rendiconti, quello della povera Stefania Craxi che interrogata da Lilli Gruber in televisione, balbetta: “Ha fatto tante piccole e grandi cose”. Quali? Annaspa poi spalanca gli occhi: “La riforma Sirchia!”. Sarebbe? “Quella contro il fumo!”. Brava, bravissima. Forse persino la patente a punti. Il resto di quel che resta sono parole piene d’aria che gonfiano i giornali dal giorno dopo in poi: “Un gigante che ha cambiato il Paese”, “Un leader entrato nella storia”, “Il padre del bipolarismo”. “Un leader transatlantico”, “Un uomo straordinario”. “Un grande riferimento politico, una guida”. “Un geniale imprenditore”. “Un uomo che ci lascia una grande eredità”.

L’eredità, giusto. Una intera caverna di Alì Babà. Che nel 1994 era quasi vuota e ora straripa di gemme e di contanti. Ma non proprio destinata al Paese, semmai ai cinque figli. Un patrimonio immenso che i giornali calcolano di 7,5 miliardi di euro, tassati allo 0,38 per cento, grazie al babbo. Che comprendono le televisioni in Italia, in Spagna, in Germania, le aziende, un pezzo di Medionalum, la Mondadori, le assicurazioni, i giornali. I palazzi, i terreni e gli appartamenti. Una flotta di aerei e di yacth, una ventina di ville tra la Brianza e il mondo, compresa villa La Certosa in Sardegna che da sola è valutata 500 milioni di euro. Lascia spiccioli qua e là: 100 milioni alla quasi moglie Marta Fascina, e una quarantina al quasi fratello Marcello Dell’Utri. Entrambi muti, anche se Dell’Utri per altre ragioni. A Forza Italia, che negli ultimi tempi scombiccherati, era tornato a chiamare “Il partito dell’amore”, lascia 90 milioni di debiti, con le fideiussioni intestate a Marina e a Pier Silvio che dal giorno dopo le esequie, sono diventati i titolari del partito, dei parlamentari, dei ministri, tutti utili al benessere delle aziende, quando si tratterà di leggi, tasse, condoni. E che possono chiamare a piacimento per servire i loro capricci, oppure a tavola. (…)

Ho conosciuto Silvio Berlusconi nel remoto 1987. Neanche a farlo apposta per lo scandalo di un elenco di “famiglie Auditel”, utili per misurare gli ascolti, che doveva rimanere segretissimo ai vertici delle tv private e pubbliche e che invece era stato trovato in chiaro tra le scartoffie della Fininvest. Uno scandalo che oggi sta sepolto sotto gli altri cento, forse neanche si trova più negli archivi. Lui diceva di non saperne nulla. Ma era talmente impegnato a rendersi simpatico e dunque innocente, che lo giudicai antipatico e colpevole.

[…] Regalava ai cronisti orologini aziendali, biglietti per lo stadio, raccontava barzellette, parlava di soldi, di calcio e di figa. Non necessariamente in quest’ordine. In azienda lo chiamavano il Dottore, ma il nome migliore l’aveva inventato uno del suo ufficio stampa, Giovanni Belingardi, di prodigiosa simpatia che lo battezzò “il Figantropo”. L’ho seguito nella prima campagna elettorale, fino a Palazzo Chigi. E nei primi processi. Ho scritto delle sue vittorie e delle sue sconfitte. Dei suoi misteri siciliani. Dei suoi fondi neri e dei suoi debiti. Del suo immenso repertorio di bugie che raccontava come niente fosse, delle donne che masticava, delle ville in cui abitava, dei servi di cui si circondava, spesso disprezzandoli. Della sua addestrata intelligenza a inventare per sé vantaggi, guadagni, immunità politiche e penali. Di come e quanto si sia fatto travolgere dalle sue ambizioni. Dalla sua avidità. Dai suoi vuoti esistenziali. Dai suoi privati tormenti come raccontava il suo amico Mike Bongiorno: “Mangiavamo noi due da soli, nel salone vuoto. Lui stanchissimo. Davanti a quel minestrone. Cucchiaiata dopo cucchiaiata. Diceva: dormo pochissimo, quattro ore per notte. Mi attaccano da tutte le parti. C’era un senso di freddo e di buio intorno a noi”.

Quel buio Berlusconi non lo ha mai sconfitto. Veniva dai suoi esordi negli affari. Era il suo rimorso. Ha provato a sconfiggerlo accumulando tutto, l’oro, il potere, le donne, i quadri, per poi finire in cenere nel Mausoleo che si è costruito, lasciandoci un’Italia che gli assomiglia, un danno che non passa.