
(di Massimo Gramellini – corriere.it) – C’è stato un tempo in cui gli sfruttatori della prostituzione, i cosiddetti papponi, erano circondati dal discredito universale. Ma non è più questo il tempo. Adesso, stando alla minuziosa inchiesta del New Yorker ripresa da Elena Tebano, per una bolla consistente di umanità il pappone è diventato un modello da seguire. I fratelli Andrew e Tristan Tate vengono idolatrati dalla base di Trump e da quella di Putin, che li ha invitati a un forum nel suo paese. I loro meriti? Inneggiare sul web alla superiorità del maschio. E sembra non si limitino a teorizzarlo, inseguiti come sono da inchieste che riguardano un elenco di reati per lo più raccapriccianti: stupro, sfruttamento, traffico di minori. Ai giovani uomini confusi, spaventati o respinti dalle donne liberate del ventunesimo secolo, i Tate si presentano nei panni dei giustizieri che predicano la supremazia del maschio e la ricetta per realizzarla: cercare donne deboli, povere, ricattabili, attirarle in una rete e usarle per il proprio tornaconto.
Resta da capire perché milioni di imbranati che arrossiscono al solo avvicinarsi di una ragazza si identifichino in questi personaggi estremi. Ma forse non è così difficile: perché la fanno sporca e perché la fanno franca. Poveri illusi, pensano che la cattiveria ribalterà il mondo. Non sanno che il famoso «occhio per occhio dente per dente» alla lunga si rivela sempre perdente. Diceva Mandela che provare rancore è come bere un veleno sperando che a morire sia l’altra persona.