Stato di polizia, ma non per i criminali

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Draghi ha dettato la linea, con il superpass devono essere super anche i controlli a tappeto. Lamorgese stavolta non casca nel trabocchetto  e indica la priorità per  le forze dell’ordine: incrementare i controlli, e se  si dovranno dirottare da altri fronti di lotta alla criminalità, pazienza.

In questa fase ancora molto delicata per la salute pubblica, le forze di polizia e le polizie locali continueranno a dare il massimo e ad agire con responsabilità ma anche con la necessaria fermezzaeffettuando controlli più serrati sulla certificazione verde con una particolare attenzione alle aree e alle fasce orarie di maggiore afflusso di persone”, ha dichiarato, sia pure con la necessaria contrizione perché, per via del numero di addetti alla sicurezza decimato dalle restrizioni introdotte anche in questo comparto, non potranno essere eseguiti pogrom e spedizioni punitive a tappeto, ma solo controlli a campione.

Quindi se si registrerà un’impennata di reati, azioni malavitose, se aumenterà l’infiltrazione delle cosche mafiose nell’economia dove altre cupole a norma di legge esigono l’esclusiva, la colpa è ancora una volta dei no vax e no green pass il cui delirio individualistico ha assunto la forma della correità con le forze del male dell’industria del crimine, costringendo i migliori a impegnare in questa guerra senza quartiere le donne e gli uomini della polizia.

La ministra, ravveduta rispetto alle posizioni di qualche mese fa quando aveva rivendicato la funzione della Ps che non deve essere retrocessa a quella di vigilantes in pizzeria,  ha chiesto ai prefetti di mettere a punto dispositivi dedicati per i controlli sugli utenti del trasporto pubblico locale con modalità condivise con le aziende di servizio nell’ambito dei Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica, come non si era potuto fare quando ancora si pensava di esercitare una ragionevole persuasione morale su soggetti renitenti a senso di responsabilità e altruismo, e quando su bus e metro si stipavano solo gli essenziali condannati preliminarmente a rischiare il contagio in ragione del loro destino di abnegazione e sacrificio.

Pare probabile che anche in questo caso l’emergenza di ordine pubblico potrebbe tradursi in opportunità occupazionale: potrebbero infatti rinfoltirsi i ruoli di operatori di controllo, potrebbero essere reintrodotti i bigliettai come ai tempi dei film con Aldo Fabrizi, in attesa della rivoluzione digitale che interverrà al più presto per mettere a punto una tessera  per gli abbonati al tram ed al vaccino,  con l’effetto non secondario di stabilire, ve ne fosse mai bisogno, che il lasciapassare che certifica la vaccinazione i dosi a raffica non sarà temporaneo e a termine, proprio come l’emergenza e lo stato di eccezione.

L’applicazione del Green Pass nei mezzi di trasporto locale segna l’escalation della pratica di discriminazione fino alla persecuzione dei dissidenti e anche in questo caso la motivazione sarebbe quella di persuadere le famiglie dei ragazzini delle elementari e delle medie dell’ineluttabilità di replicare su larga scala il sacrificio di Isacco per il bene della comunità.

Peccato che non   sia previsto un angelo a fermare la mano genitoriale assassina, protesa nell’atto di fede idolatra nei confronti del governo Draghi, così la condanna di più generazioni a un destino segnato dai richiami che potrebbero far rimpiangere più comodi dispositivi a lento rilascio sottocutanei e desiderare la farfallina per girare in pizzeria, in palestra e al museo con la flebo appesa al braccio, è definitivamente emessa.

E ne esulta il tribunale popolare della maggioranza che ha sempre ragione e che può vantare  una superiorità morale, ancorché ormai sia evidente che l’obbedienza ai comandi profilattici   non possiede nessuna qualità sociale e nemmeno l’auspicio di salvarsi da una brutta influenza, bensì quella di rispondere a legittimi interessi oggetto di ricatto e intimidazione.

Così si ottiene un doppio risultato, quello di introdurre la medicalizzazione permanente di una società nella quale tutti sono potenzialmente malati. E dunque l’obiettivo primario da conseguire non è il lavoro, l’istruzione, la realizzazione di aspettative personali e talento, la risposta a una vocazione, il raggiungimento di livelli di benessere, bensì la possibilità di sancire l’appartenenza al consorzio civile,  di guadagnarsi la salute fisica tramite prodotti farmaceutici in sostituzione di prevenzione e assistenza e, se si può, di accedere ai servizi della sanità privata più organizzata, preparata e affidabile di quella pubblica soggetta da anni a un volontario impoverimento progressivo.

Ma anche  quello di eseguire un test continuativo per la messa al bando, la marginalizzazione e la rimozione dalla società di interi segmenti di popolazione, identificati tra i dissidenti certamente, con particolare interesse per i disobbedienti più disagiati che non possiedono i mezzi, di trasporto intanto, ma anche quelli per godere dei servizi che tutti contribuiamo a pagare, visto che nulla è gratuito ormai nemmeno la carità.

Da mesi chi come me ha l’ardire di paragonare il ricorso a uno strumento di certificazione di cittadinanza, che ha minato la convivenza civile con un effetto divisivo che non si sanerà più, con le persecuzioni di cui sono stati oggetto ebrei ed oppositori durante il ventennio fascista, è stato oggetto di anatema, ostracismo e linciaggio.

Sono stata accusata di manipolare la storia equiparando a leggi che hanno introdotto apartheid e discriminazione una attestazione che ormai esplicitamente non ha nessuna valenza sanitaria, che condiziona  le libertà fondamentali, che impone surrettiziamente una obbligatorietà quando in realtà non esiste una emergenza che la legittimi e che suscita e autorizza istinti disonorevoli, primitivi e irragionevoli.

E come se la fedeltà alla storia e alla verità non dimostrassero che la discriminazione attuata contro gli ebrei, incarnazione di una diversità esaltata affinché diventi motivazione difensiva e etica  di persecuzione e cancellazione, organizzata per identificare un nemico allo scopo di dichiarare una guerra, non sia consistita  in una progressione di misure sempre più severe e stringenti, che all’inizio furono sottovalutate dalle stesse vittime e dai benpensanti, gli stessi che poi preferirono all’indifferenza l’interesse ad approfittarne.

Personalmente sono stata anche accusata di tradimento dell’Olocausto, come se il vero oltraggio non consista proprio nel voler consolidare la sua “unicità”, la sua non replicabilità, contraddetta da fenomeni storici ereditati dal secolo breve, ma da millenni di storia precedente, sia pure con differenti modalità,  e ora da recenti accadimenti.

Non occorre guardare alla Germania di Hitler dove già nel ’34 agli israeliti vennero interdetti parchi, ristoranti e centri sportivi, o dove nel ’35 venne limitata la concessione del passaporto finchè nel  ’38, come in Italia, le restrizioni si estesero a tutte le attività “sociali”, culturali e poi all’istruzione, al lavoro, all’esercito.

Da noi il processo di discriminazione coprì un arco di tempo, prima di diventare persecuzione e sterminio,  che da anni si sottovaluta per favorire l’indegna operazione effettuata per salvare l’immagine di un regime dispotico, cruento e feroce che ci portò in due guerre, una interna ed una esterna,  e per dare corso a una vergognosa pacificazione allo scopo di equiparare vittime e carnefici.

Più che mai oggi e domani nessuno potrà dire non avevo capito, o non sapevo, o non potevo fare altrimenti. Si può, basta dire di no, per salvare libertà e diritti propri e collettivi.