A un anno e mezzo dalla fine della legislatura, nel pieno di una crisi mondiale che impoverisce gli elettori, si moltiplicano i segnali da liberi tutti

(di Serenella Mattera – repubblica.it) – Il primo grande inciampo risale all’aprile 2023, sei mesi appena dalla nascita del governo. Giorgia Meloni è nello studio dell’allora premier inglese Rishi Sunak a Downing street, quando per una svista di chi dovrebbe governare il truppone parlamentare della maggioranza la Camera boccia lo scostamento di bilancio chiesto dall’esecutivo per finanziare il suo primo decreto lavoro. Senza fondi, rischia di crollare la scena imbastita dalla leader di FdI per sottrarre ai sindacati i riflettori del primo maggio. “Sono senza parole”, commenta lei da Londra l’imbarazzante figuraccia. A Roma, con lo zelo di chi ha combinato un grosso guaio, i suoi ci mettono una pezza e si va avanti dopo un voto riparatore. È il segnale che non basta una coalizione dai numeri amplissimi per governare sereni. Ma Giorgia Meloni è forte, in ascesa costante, i capifila della coalizione capiscono che devono stare attentissimi a non farla arrabbiare.
Tre lunghi anni dopo, c’è il cambio di fase. La prima premier donna d’Italia perde un referendum costituzionale sulla giustizia che s’illudeva di poter vincere o sminare. Ne esce indebolita. A un anno e mezzo dalla fine della legislatura, nel pieno di una crisi mondiale che impoverisce gli elettori. L’ammaccatura si fa crepa. Gli inciampi si moltiplicano, grandi e piccoli. In meno di due mesi, un rosario di grane. Meloni non fa in tempo a risolverne una ed ecco spuntarne un’altra. Errori si sommano a forzature maldestre e, questa la novità, sgambetti. Fioccano segnali da liberi tutti. Il truppone di Fratelli d’Italia all’apparenza regge ancora, obbediente. Forza Italia e Lega prendono la lunga rincorsa verso le politiche. Matteo Salvini arriva a dire – e non basta una smentita a cancellare il messaggio – che forse è il caso di valutare di andare a votare prima dell’autunno 2027 per non perdere consensi. Meloni, scrivono i chigisti, non vuole, non prima di aver conquistato tra qualche mese il titolo di presidente del Consiglio più longevo della storia repubblicana. Ma il clima è già da fine legislatura. In transatlantico si respira un’aria nuova, come in spiaggia alla fine dell’estate. I più scafati assicurano che si andrà avanti fino almeno ad aprile del prossimo anno, quando per i parlamentari maturerà il diritto alle pensioni. I più navigati ribattono che bisogna raddoppiare l’attenzione, perché l’incidente fatale è dietro l’angolo.
Sgraniamolo allora, dopo questo lungo preambolo, il rosario post-referendario. Solo quello parlamentare, sia chiaro, tralasciando le dimissioni di Santanchè, la bisteccheria di Delmastro, il pasticcio della Biennale, i veti incrociati su Consob, Antitrust, Rai. Per episodi, senza pretesa di completezza. Perché servirebbe un capitolo intero solo a raccontare la vicenda del decreto bis concordato con il Quirinale – e approvato dal Consiglio dei ministri in simultanea con il voto parlamentare – per correggere una norma palesemente incostituzionale inserita con emendamento FdI (e successivo rimpallo di colpe con il Viminale) nel decreto sicurezza: dava un premio agli avvocati che convincessero i migranti a farsi rimpatriare.
Episodi, dunque. Il 7 maggio si vota la nomina non di primissimo piano (sia detto con rispetto) di un componente della consulta dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin). La maggioranza candida Giorgio Graditi: servono 31 voti e ha 31 deputati per garantirli. Tutto a posto, sembrerebbe. Fino a che non si contano le palline nere e bianche usate in commissione per il voto segreto. Nera per il no, bianca per il sì. Ventotto bianche, certifica lo scrutatore. Mancano tre voti. Tre franchi tiratori. Nomina saltata. L’opposizione esulta, il centrodestra cerca di far finta di niente.
Il 29 aprile al Senato si vota un decreto commissari – c’entra il ponte sullo Stretto – e la Lega ci prova: infila in commissione un emendamento per prorogare fino al 2030 le concessioni balneari in Sicilia, Sardegna e Calabria (motivazione ufficiale: i danni del maltempo) e la commissione approva. Panico negli uffici del governo. Sui balneari sono accesi i fari dell’Europa e pendono ripetute sentenze della Consulta. Il parere informale dei tecnici del Quirinale su quella norma era negativo, raccontano a palazzo Madama (dove a dire il vero la vigilanza dei consiglieri di Mattarella viene sempre più spesso agitata come spauracchio per contenere gli ardori dei senatori). Alla fine è il leghista Giancarlo Giorgetti a dover risolvere il problema: il ministero dell’Economia spedisce alla commissione Bilancio un parere negativo – motivazione ufficiale: mancano le coperture – e la norma salta.
Forza Italia trazione Marina Berlusconi intanto rispolvera battaglie liberali amarissime per gli alleati di Lega e FdI. Alla Camera chiede di liberalizzare gli Ncc, mettendo un dito negli occhi ai tassisti che la destra si coccola da sempre. E al Senato vuole approvare una legge sul fine vita che indigna i pro-life di ogni risma. Le iniziative sono destinate a non avere futuro, ma in questa fase politica i meloniani non possono archiviarle con una scrollata di spalle. E nelle commissioni se ne discute, si immaginano percorsi, si riaprono margini per emendamenti. A ogni nuova seduta, un nuovo mal di pancia.
Anche perché i salviniani mica vogliono stare a guardare. E così parte la rincorsa. Mercoledì 20 maggio le opposizioni si accorgono con un sorriso che nel decreto edilizia è spuntato un emendamento degli azzurri per chiedere di riaprire il condono del 2003 e uno dei leghisti per sanare gli abusi precedenti il 1985. Ma come il condono?, si dispiacciono i meloniani. Loro l’avevano proposto per primi, per la Campania, nel tentativo disperato di far vincere il loro Edmondo Cirielli contro Roberto Fico. E ora? A diciassette mesi (o molto meno) dalle elezioni, condonare o no? Parola ai leader, solo loro possono far sì che le truppe smettano di accapigliarsi: serve un vertice per decidere.
Ma accorgersene è già una fortuna. Perché può capitare che nessuno veda. Come martedì 19 maggio, il giorno prima della sorpresa del condono, quando in una mozione di maggioranza al Senato viene sconfessato l’impegno assunto solennemente da Meloni davanti a Donald Trump (e alla Nato) di portare da qui al 2035 le spese per la difesa al 5% del Pil. Se ne avvede anche stavolta la minoranza, perché i senatori cinquestelle scoprono con divertito stupore che la destra vuol combattere una battaglia che è già della sinistra. Ma quando la notizia trapela, arriva lo stop. “Ira di Crosetto, ira di Meloni”, recitano i titoli. Il passaggio salta dal testo e parte la caccia al colpevole. È finita? No, perché il ministero degli Esteri sempre in Senato poco dopo chiede di correggere un’altra mozione, sull’agricoltura, firmata dalla Lega, che contraddice posizioni del governo. Una ritorsione? Il sospetto corre, fioccano le smentite. Ma che l’atmosfera sia cambiata, nessuno nega. Un inciampo trascurabile sull’agricoltura potrebbe presto diventare un enorme incidente sulla prossima manovra o, prima, sulla legge elettorale (con voto segreto, decine di potenziali franchi tiratori). I luogotenenti meloniani sono avvertiti: allacciare le cinture.