L’avviso di sfratto a Meloni passa per le alchimie. A Reggio favorito il forzista Cannizzaro, a Messina, Basile. Eterno De Luca a Salerno e ad Avellino Pizza vuole la rivincita

(Gianfrancesco Turano, Carlo Tecce – lespresso.it) – Il Sud ha un’occasione storica: essere determinante per il prossimo governo. Né la Lega di Matteo Salvini ieri, né i Fratelli di Giorgia Meloni oggi hanno attecchito in profondità. Il centrodestra ha vinto in Italia le Politiche quattro anni fa, ma non le ha vinte al Sud. E non per il reddito di cittadinanza o per la parodia di un meridione indolente e parassita. Il Sud è stato davvero abbandonato dal governo Meloni e dalle sue politiche nordiste e lo ha segnalato con le Europee 2024 (Fdi secondo partito con il 23,58 per cento) e con il Referendum 2026 (il No ha segnato il 57 per cento in Sicilia e Calabria e oltre il 60 in Puglia e Campania). In cinque anni, hanno salutato il Mezzogiorno più di mezzo milione di abitanti, quanti ne ha Palermo. Non soltanto per il calo delle nascite, diffuso ovunque, quanto per l’emigrazione interna. Il voto nelle città si preannuncia come un altro avviso di sfratto al governo Meloni.
Reggio e Messina
L’area dello Stretto vale 400 mila abitanti fra Reggio e Messina. Diventano 1,1 milioni di persone, se si conta la popolazione delle due città metropolitane che si trovano ai margini dell’asse Catanzaro-Cosenza e Catania-Palermo ma non hanno mai trovato la forza di fare sistema.
Più che nel Ponte, contestato e rinviato alla Legge di bilancio 2033, si spera nel potenziamento dell’aeroporto sulla sponda calabrese, dove il nuovo terminal è stato inaugurato con la solita corsa ad attribuirsi i meriti. Le differenze comportamentali saltano all’occhio appena atterrati al Tito Minniti. Il candidato sindaco a Reggio, lo strafavorito forzista Francesco “Ciccio” Cannizzaro, 44 anni, è dovunque con manifesti in formato Hollywood. Anche i candidati delle sue undici liste sono dappertutto, sugli autobus, sui muri delle strade, nei negozi sfitti trasformati in segreterie politiche. A Messina è persino difficile capire che si vota e, naturalmente, Messina non sa che Reggio vota e viceversa. Lato continente, il centrosinistra al governo dal 2014 con Giuseppe Falcomatà è dato perdente con margine ampio già al primo turno. Il successore di Falcomatà, Domenico “Mimmetto” Battaglia, 65 anni, figlio dello storico sindaco dc protagonista dei Moti di Reggio del 1970-1971, si aggrappa alla speranza del ballottaggio. Lì, forse, la partita può cambiare.
Intanto Cannizzaro, che si dovrà dimettere dalla Camera in caso di vittoria, ha fatto un passo indietro rispetto ai primi comizi infuocati, dove le invocazioni alla patrona Madonna della Consolazione inciampavano in congiuntivi più insidiosi delle buche nelle strade. Forse dipende dalla laurea tardiva (2011) di Cannizzaro all’Università degli stranieri “Dante Alighieri” come operatore pluridisciplinare e interculturale d’area mediterranea con il voto finale di 98 su 110.
In una città ancora legata al concetto greco di polis, soprattutto quando si tratta di abbandonare le periferie, Cannizzaro è in qualche misura straniero anche lui. Pur essendo nato a Reggio, la sua famiglia è di Santo Stefano d’Aspromonte. Il padre Giuseppe ha diretto il Parco. Il figlio, che vanta un master all’Isesp (Istituto superiore europeo di studi politici) e un brevetto regionale di maestro di sci diverso da quello della Federazione sport invernali, ha debuttato da consigliere nel comune aspromontano a 23 anni (2005), prima di essere eletto in Regione nel 2014 con la Casa delle libertà sconfitta dal centrosinistra di Mario Oliverio.
La probabilità vaga di arrivare a un ballottaggio è affidata non tanto al terzo incomodo Edoardo Lamberti Castronovo, imprenditore della sanità, quanto ai rapporti contrastati fra Cannizzaro e Giuseppe Scopelliti, ex sindaco e presidente regionale.L’ex missino, capo dei giovani di An con Gianfranco Fini transitato fra i salviniani, è stato il regista politico di Reggio città metropolitana, oltre che dell’apertura dell’università degli stranieri nel 2007, prima di finire condannato per la falsificazione dei bilanci comunali che ha impiombato l’amministrazione Falcomatà con 800 milioni di debiti e un piano di rientro da lacrime e sangue con le tariffe dei servizi pubblici più alte d’Italia.
Nell’ottobre 2012 Reggio è anche diventato il primo capoluogo di provincia italiano a essere commissariato per infiltrazioni del crimine organizzato. Scopelliti potrebbe mandare un messaggio al futuro sindaco, ed ex Scopelliti boy, nella prospettiva della spartizione post-elettorale, anche se chi è in confidenza con Cannizzaro gli attribuisce la volontà di nominare una giunta di esterni selezionata in base ai meriti professionali. Ma non ci sarà la corsa degli ottimati a un incarico pubblico in una città dove amministrare significa inevitabilmente affrontare una o più inchieste giudiziarie, con la sanità regionale appena uscita da diciassette anni di gestione straordinaria e l’Asp di Reggio Calabria sciolta per infiltrazioni mafiose nel 2008 e nel 2019.
Perché allora lasciare un posto da deputato? Il Cannizzaro confidenziale avrebbe riferito di una scarsa fiducia nella vittoria meloniana alle prossime Politiche, nonostante la premier abbia spedito a Reggio la sorella Arianna per dare la linea. Anche a Messina si profila una vittoria senza ballottaggio ma in una situazione del tutto diversa. Dalla parte di Cariddi il centrodestra è all’opposizione mentre il campo largo ha i numeri di una specie in via di estinzione.
Il sindaco uscente Federico Basile, 49 anni, viaggia verso la conferma con il sostegno di quindici liste da 32 candidati l’una. Secondo i suoi avversari, che le liste hanno faticato a chiuderle, Basile è il ventriloquo dell’ex sindaco messinese Cateno De Luca, imprenditore e fondatore dei Caf Fenapi che dopo due mandati si è fatto eleggere a Taormina.
Il De Luca siciliano, che guida il partito Sud chiama Nord, ha chiesto a Basile di dimettersi un anno prima della scadenza per averlo a sua piena disposizione nella campagna elettorale per la regione prevista nel 2027, se non nel prossimo autunno nel caso non improbabile di un collasso della giunta guidata da Renato Schifani.
L’avversario della coppia Basile-De Luca è Marcello Scurria, avvocato amministrativista di 65 anni che spera di arrivare al secondo turno cercando il voto popolare nei quartieri di baracche che ancora resistono dal terremoto del dicembre 1908.
Scurria, ex subcommissario allo sbaraccamento su nomina regionale revocata proprio da Schifani poco più di un anno fa, punta a giocarsi una carta giuridica in caso di sconfitta. Esiste un parere non ostensibile dell’Avvocatura regionale che potrebbe invalidare l’eventuale vittoria di Basile per irregolarità nella presentazione delle liste. In quel caso Messina sarebbe commissariata per un anno e dovrebbe poi tornare al voto.
A parte le questioni in punto di diritto, la città è nella trappola di una lunga crisi economico-giudiziaria. Nonostante un polo universitario di antica tradizione, indebolito dalle aperture di atenei dovunque nei dintorni, a cominciare proprio da Reggio dove una volta per laurearsi bisognava prendere la nave, il centro è pieno di negozi chiusi.
Messina è appesantita da lavori su una rete autostradale obsoleta e a rischio crolli. Un vero fronte mare, potenziato con successo dal centrosinistra reggino, non esiste e per andare verso Ganzirri e Faro ci sono code da megalopoli asiatica.
In questi anni, la città ha vissuto lo scandalo del rettore Salvatore Cuzzocrea, accusato di falso e peculato per i rimborsi gonfiati. A fine aprile Cuzzocrea è stato interdetto per un anno da tutte le università italiane con sentenza della Cassazione.
Sempre in aprile l’ex sindaco e parlamentare Pd Francantonio Genovese è stato condannato in via definitiva per una vicenda giudiziaria complessa che non gli impedisce di essere un riferimento a livello regionale con Mpa-Grande Sicilia dell’ex ministro Gianfranco Micciché, dell’ex governatore Raffaele Lombardo e del sindaco di Palermo Roberto Lagalla.
A rallegrare il quadro, due mesi fa nella centrale piazza Cairoli si è presentato il vicepremier Matteo Salvini. Più poliziotti che cittadini, dice chi c’era, mentre sono migliaia alle manifestazioni No Ponte, l’unico tema che unisca davvero le due sponde dello Stretto.
Salerno
Quando a Salerno cala un forestiero scettico sui prodigi nel meridione, Vincenzo De Luca lo carica in macchina e lo istruisce con tappe ben rodate: la cittadella giudiziaria di David Chipperfield, la stazione marittima di Zaha Hadid, il Crescent che abbraccia Piazza della Libertà di Ricardo Bofill.
La stella De Luca in un firmamento di architetti stellari! Vista da lontano, Salerno brilla. Vista da vicino, Salerno non brilla più. “Don Vicienzo” è tornato a casa dopo due mandati da presidente in Regione Campania, ne voleva un terzo. L’uomo non ha limiti se non quelli posti da altri. O dalle norme. Proprio in questi giorni compie 33 anni – 22 maggio 1993 – da sindaco padrone. La prima volta fu inaspettata. La giunta socialista di Vincenzo Giordano crollò con un’inchiesta di Tangentopoli (poi il sindaco galantuomo fu assolto con formula piena) e il professor comunista De Luca, originario della provincia di Potenza e laureato in Filosofia con una tesi sulla critica dello Stato fra Lenin e Gramsci, si ritrovò la fascia tricolore per una manciata di mesi. Non se l’è più tolta di fatto.
A volte l’ha concessa in prestito, a Mario De Biase mentre era costretto a fare il deputato a Roma, a Vincenzo Napoli mentre era impegnato a fare il governatore a Napoli. Però a Salerno ci ha sempre badato la famiglia De Luca, per interposti segretari di Vincenzo o per interposti eredi di Vincenzo, soprattutto il figlio Piero, inviato alla Camera due legislature fa per esercitare il diritto dinastico e qui parzialmente rientrato – in un baratto con Elly Schlein durante le trattative per la Regione – da segretario regionale del Partito Democratico. A marcare il sindaco Napoli, per esempio, c’era Enzo Luciano tramite di Piero De Luca. Segno che il passaggio generazionale a Salerno, se non completato, è quantomeno avviato.
Il principale interlocutore di Vincenzo De Luca con il partito di Schlein è il deputato nazionale e segretario regionale Piero De Luca. E non biasimiamo Piero De Luca quando ha dovuto accettare, e poi comunicare al Nazareno, che il candidato Vincenzo De Luca aveva emanato due ordini non contestabili, figurarsi se revocabili: a Salerno il centrosinistra va diviso, a Salerno il simbolo Pd non esiste. Così De Luca con sé stesso e nient’altro si ripresenta ai salernitani per il quinto mandato da sindaco e l’ottavo – perché i prestiti non contano – da padrone della città. Seppur oltre il pianerottolo della famiglia De Luca non ci sia vita per i politici locali che hanno aspirazioni locali e anche nazionali (le liste le fa Piero, tenete a mente!), il tempo ha inciso sul consenso del 77enne “Don Vicienzo”. Non più devozione: sopportazione, e parecchia riconoscenza. Nota bene: è scritto riconoscenza, non clientelismo.
Da Napoli ha innaffiato Salerno con tante risorse regionali, nazionali ed europee: 140 milioni di euro per lo stadio “Arechi”, il campo “Volpe”, il palazzetto “Tulimieri”; un incastro da 470 milioni di euro per l’ospedale “Ruggi”; 100 milioni per il prolungamento della metropolitana leggera che collega la zona orientale; un paio di milioni annui per il teatro “Verdi” (con miseri incassi da botteghini); altri due milioni per le “luci di artista” che intasano il centro da novembre a gennaio.
I 125.000 residenti (in calo) si trascinano un disavanzo di 117 milioni di euro, erano 170 due anni fa quando il Comune ha aderito al piano “Salva Città”. Questo si riflette sulle tasse. Quelle sui rifiuti, in un anno, sono aumentate di oltre l’11 per cento. De Luca prima versione fu adorato dai salernitani perché sgombrò il lungomare e il centro storico da malavita, prostituzione, degrado e si conquistò i gradi di “Sceriffo” e, in subordine, di “Vicienzo ‘a funtana” e di “Vicienzo a rotonda” per la passione per il decoro urbano.
Poi ha prevalso la passione per le “grandi opere” come espressione di potenza. Il Crescent e Piazza della Libertà sono un’enorme macchia grigia senza alberi, un’attrazione per turisti frettolosi che sbarcano con le navi, ma è estranea ai salernitani che, nemesi, il venerdì e il sabato si rifugiano nella più accogliente Cava de’ Tirreni. La dibattuta costruzione del Crescent ha generato un movimento di pensiero che da un decennio si oppone al pensiero deluchiano comunque dominante: si chiama “Figli delle chiancarelle”, fu coniato da De Luca per additare i nostalgici delle baracche.
Le opposizioni a Salerno sono transeunte: durano le due settimane di campagna elettorale. Stavolta De Luca teme soltanto i supplementari, cioè il ballottaggio che può unire i vari tipi di malcontento. Cinque Stelle e Alleanza Verdi Sinistra, il centrosinistra non ammesso al governo di Salerno, propongono l’avvocato Franco Massimo Lanocita. Il centrodestra si è compattato attorno a Gherardo Maria Marenghi (Fratelli d’Italia), giovane professore ordinario di diritto amministrativo all’Università di Salerno, figlio di Enzo Maria, ex professore ordinario di diritto amministrativo all’Università di Salerno. L’ingegnere Armando Zambrano rappresenta il centro o almeno quello che gli rimane dopo che Forza Italia ha ritirato la lista e l’ha consegnata a Marenghi.
Avellino
Da quando l’Irpinia e Avellino hanno perduto i giganti della Prima Repubblica, da Ciriaco De Mita a Nicola Mancino, da Antonio Maccanico a Ortensio Zecchino, da Gerardo Bianco a Peppino Gargani, per quanto criticabili e criticati, la politica è «a pazziella ’mmane ’e criature». Il giocattolo nelle mani dei bambini. E se lo girano, e se lo rigirano, sempre gli stessi. Con pessimi risultati. Stavolta per il ballottaggio si misura un terzetto che proviene dal Pd: il già candidato sindaco Nello Pizza, l’ex sindaco Gianluca Festa, l’ex sindaca Laura Nargi.
Soltanto l’avvocato Pizza, che in gioventù simpatizzava per Alleanza Nazionale, è un superstite dem e si presenta con il centrosinistra al completo. Otto anni fa la sua coalizione raggiunse il 53 per cento al primo turno, ma il suo nome si fermò al 42 e poi al ballottaggio fu travolto dal vento dei Cinque Stelle con l’elezione di Vincenzo Ciampi. Durò quattro mesi.
In quella stagione si impose l’ex cestista Festa con la sua movida luccicante finché non si dimise per l’inchiesta “Dolce Vita” e però non riuscì a ricandidarsi per gli arresti domiciliari durati 154 giorni. Oggi Festa è imputato per vari reati nel processo su appalti e concorsi al Comune.
Con i voti di Festa in dote, l’ex vice Nargi si era fatta eleggere sindaca, ma poi ha traballato subito, ostaggio di Festa, e lo scorso anno è stata sfiduciata con il mancato voto al bilancio. E che bilancio. La commissaria prefettizia ha suggerito agli avellinesi, per evitare il dissesto, di donare il 5×1000 al Comune. Festa ha la sua truppa di liste civiche e il sostegno dei leghisti; Nargi è stata recuperata da Forza Italia, ma qualche mese fa sperava di essere candidata dal Pd. Forza Italia in Irpinia è Angelo Antonio D’Agostino, sindaco di Montefalcione, ex deputato di Scelta Civica, costruttore edile, distributore di energia, titolare di cliniche, alberghi, concessionarie, televisioni, ma soprattutto patron dell’Avellino calcio.
Però Nargi è talmente debole che né Forza Italia né Fratelli d’Italia si presentano con il proprio simbolo. La proposta politica più solida è quella di Pizza, nonostante la bocciatura di otto anni fa. Gli argomenti sul tavolo sono pochi e scarni. Avellino è l’unico capoluogo della Campania non collegato con i treni: chi ha soluzioni? In Irpinia nessuno ambisce più alla Serie A. Tranne il Lupo. Viva il Lupo.