La scena vergognosa nei confronti degli attivisti della Flotilla è la conseguenza logica di quel senso di impunità regalato alle frange estreme quando si permette ai coloni ogni tipo di nefandezza contro i palestinesi della Cisgiordania. C’è da chiedersi dove sono finiti tutti gli anticorpi della società che potevano arginare l’estremismo messianico e fondamentalista

(Gigi Riva – editorialdomani.it) – Il fascismo ha un volto ed è quello di Itamar Ben Gvir, 50 anni appena compiuti con tanto di torta al cappio confezionata da sua moglie, ministro della Sicurezza nazionale nel governo israeliano. Il fascismo è l’umiliazione dell’ avversario inerme. Il fascismo è farsi vanto di questa umiliazione. Come ha fatto Ben Gvir, peraltro recidivo, quando si è accanito su un’attivista della Flotilla che aveva osato gridare «Free Palestine» mentre era in ginocchio, ammanettata e bendata al pari di tutti gli altri arrestati.

Il fascismo è maramaldeggiare con quel senso di superiorità beffarda e di dominio totale dei corpi di malcapitati attivisti pro-palestinesi.

Davanti a questo ennesimo scempio dei diritti a nulla servono le blande dichiarazioni di Benjamin Netanyahu che, bontà sua, ammette che il ministro «ha sbagliato», quando in qualunque paese civile si sarebbero pretese seduta stante le dimissioni o, in alternativa, si sarebbe proceduto a cacciare il responsabile di tanta infamia che disonora se stesso, l’esecutivo di cui fa parte, il paese intero. E ancora meno sono efficaci le prese di posizione del duo Meloni-Tajani che giudicano il gesto «inaccettabile», pretendono le scuse e convocano l’ambasciatore. Un buffetto davanti all’enormità di un atto che calpesta la dignità delle persone e fa strame dei progressi sul cammino della civiltà.

Quanto è avvenuto è la conseguenza logica di quel senso di impunità regalato alle frange estreme dell’ebraismo quando si permette ai coloni ogni tipo di nefandezza contro i palestinesi della Cisgiordania, quando non si paga dazio per le empietà commesse a Gaza, quando allo stesso Itamar Ben Gvir è stato concesso di vomitare il suo credo razzista e, insistiamo, fascista senza alcun argine eretto in difesa del decoro istituzionale. Il minimo che si chiede a un paese giudicato «l’unica democrazia del Medio Oriente» e che tuttavia si occupa ormai da tempo di mettere in discussione l’assunto con leggi come la più recente fatta su misura per i palestinesi che condanna a morte chiunque attenti alla vita di un ebreo.

È proprio attraverso la parabola politica di Ben Gvir che si può misurare la bancarotta morale di Israele. Il ministro è l’erede diretto del rabbino di origini statunitense Meir Kahane e fu coordinatore del movimento giovanile del partito da lui fondato, il Kach. Kahane nel 1984 riuscì ad essere eletto alla Knesset.

E per dire quale era la sensibilità di allora, quando prendeva la parola tutti i parlamentari (tutti) lasciavano l’aula, compresi quelli dei Likud, il partito di Benjamin Netanyahu che oggi condivide con gli epigoni di quella sciagurata ideologia le stanze del potere a Gerusalemme. Peraltro nel 1994, dopo che Baruch Goldstein, un colono seguace del movimento massacrò alla tomba dei Patriarchi di Hebron 29 fedeli musulmani intenti a pregare, il movimento fu sciolto e dichiarato fuorilegge.

Sciogliere un partito non significa eliminare il pensiero di cui si era fatto bandiera. Ben Gvir aveva nel salotto di casa il ritratto di Goldstein e lo ha rimosso per darsi un minimo di pulizia solo quando ha visto la possibilità di aprirsi le porte del governo. Di lui si ricorda anche un episodio sconcertante. Rubò l’ornamento del cappuccio della Cadillac di Yitzhak Rabin, reo di aver firmato gli Accordo di Oslo, per poi esporlo come un trofeo con un commento: «Siamo arrivati alla sua macchina, arriveremo anche a lui». Quindici giorni dopo Rabin fu assassinato da un estremista ebreo.

Sarebbe troppo lungo l’elenco delle provocazioni, gli scontri anche fisici con gli avversari, i soprusi sui prigionieri palestinesi, le pistole esibite come monito davanti agli arabi senza nessun motivo, le passeggiate intimidatorie sul Monte del Tempio. Il disprezzo per il popolo palestinese riassunto in una frase: «Il mio diritto, il diritto di mia moglie e dei miei figli di andare in giro per le strade di Giudea e Samaria (definizione biblica della Cisgiordania, ndr) è più importante del diritto di movimento degli arabi».

Nessuno ha mai fermato questo delirio che lo ha portato anzi su una delle sedie più importanti di Israele. C’è da chiedersi dove sono finiti tutti gli anticorpi della società che potevano arginare l’estremismo messianico e fondamentalista. Attenzione perché nemmeno l’episodio di ieri è l’ultimo piolo della scala di discesa nell’osceno. Ah già, ma Netanyahu ha detto che ha sbagliato. Sai che risate si fa Itamar Ben Gvir.