Quel che resta dell’oro di Tokyo

(Marcello Veneziani) – Magari fosse vero, che il trionfo degli atleti italiani a Londra e Tokyo, nel calcio e alle Olimpiadi, sia il segno di una grande Ripresa, anzi della Rinascita d’Italia. Sarebbe bello, ma non c’è alcun nesso logico e pratico tra lo sport e l’azione di governo, tra gli atleti e il sistema Italia. I vincitori sono stati dei leoni, ma non sono dei Draghi. Sono il meglio sportivo d’Italia ma non sono l’Italia. C’è solo un tenue anello simbolico, una specie di sollevamento pesi morali, una sorta d’incoraggiamento allo spirito del Paese.

Però è stato bello. Bello gioire con loro, con le loro squadre, le loro famiglie, i loro allenatori. Bello vedere sventolare così spesso il tricolore, sentire ogni giorno risuonare l’inno di Mameli, per quaranta volte consecutive, come non l’avevamo mai sentito negli ultimi decenni. È stata una magnifica lezione ad personam, degli atleti sugli italiani perché se c’è un esempio, un modello che gli atleti hanno espresso è proprio il contrario dei prototipi correnti nel nostro Paese: vincono i migliori, puntare sulle eccellenze, sacrificarsi per ottenere risultati, la disciplina e la fatica sono alla base del successo, vince chi lo merita, se lo suda e primeggia. Tutto il contrario di quel che pensa un paese fondato sui furbi, i parassiti e le scorciatoie; su chi ce la fa senza meriti e chi non ce la fa perché non ha santi in paradiso, su chi vive di redditi e rendite passive. Il tutto su una vellutata di egualitarismo e uno-vale-uno che lo sport smentisce.

Questa è la bellissima lezione degli atleti, ripetuta mille volte nelle loro interviste: c’è un’Italia migliore in cui proiettarsi, e non è quella che guida il Paese a ogni livello. È una lezione che non passa dal sistema Italia, semmai lo fa saltare; è una lezione che non passa dalla politica, dai governi, dalle classi dirigenti, ma al contrario nasce alla larga da tutto ciò.

L’uso sfacciato dello sport ai fini del consenso, per generare un clima di fiducia verso le istituzioni, è storia antica. Un tempo a sud si diceva: festa, farina e forca. La festa è il grande sedativo-eccitante degli eventi sportivi, oppio dei popoli e galvanizzatore degli stessi; la forca è invece rappresentata dalle forche caudine delle restrizioni e degli obblighi vaccinali e del green pass. E la farina è la promessa del Recovery Plan.

Anche per un governo di tecnici, europeista e poco populista, valgono le antiche, collaudate tecniche di consenso, seduzione e distrazione di massa. Fino a ieri veniva deplorata la strumentalizzazione dello sport del regime fascista per rafforzare il consenso: le grandi vittorie calcistiche ai mondiali del ’34 e del ’38, i trionfi alle Olimpiadi del ’32 e del ’36, le imprese di Tazio Nuvolari o del gigante Primo Carnera, i ciclisti e altri sportivi. Abusi di regime, anche se poi a quei risultati sportivi, per la verità, corrispondeva una mobilitazione sportiva del paese, le adunate del sabato, i littoriali, la partecipazione femminile alle gare e allo sport (una novità per l’epoca), la nascita dell’Isef e altre iniziative per rendere gli italiani un popolo sportivo, non poltrone. Ora nei tg è tornata la propaganda di regime, la retorica della comunicazione istituzionale…

In quella propaganda si è tuffato il presidente del Coni, Malagò, che non ha meriti specifici per i grandi risultati di Tokyo ma ha colto al volo l’occasione per buttarla in politica rilanciando lo ius soli e l’Italia multietnica. Si potrebbero replicare cento buoni argomenti ma resta un dubbio di fondo che mi ha espresso Albino Comelli da Udine: se un Paese può adottare gli atleti che vuole, non si crea la compravendita degli atleti migliori che perdono così il legame con la loro madrepatria per cedere al miglior offerente? Non è colonialismo di ritorno e svendita delle identità locali, mortificazione dei popoli, predominio di una “razza” padrona che si accaparra i più competitivi in un darwinismo economico-sportivo?

C’è chi esulta se vede che qualche atleta italiano premiato è immigrato o figlio d’immigrati, è nero (senza g), perché quel che conta è l’umanità e non l’appartenenza a questo o a quel popolo. Allora perché esultate per un nero vivente in Italia e non per un nero vivente in Inghilterra o in Kenia? Se siete cosmopoliti, non potete cantare fratelli d’Italia senza cantare fratelli d’Inghilterra o di Kenia. È un insensato rigurgito irrazionale di patriottismo, un pasticcio d’impulsi ed inganni. Stabilire un nesso tra le imprese singole di atleti eroici e il paese a cui appartengono è esattamente quel che si rimprovera da sempre allo sciovinismo. Tu singolo individuo vinci una gara, salti più in alto o più a lungo di altri, vai più veloce di altri, e un intero popolo, una patria si esalta per il primato come se fosse frutto collettivo della nazione. Vale nella simbologia dell’ideologia nazionalista; ma voi che siete global, che credete solo all’umanità e alla cittadinanza individuale e cosmopolita, da dove tirate fuori l’orgoglio patriottico? Non dovreste restare indifferenti al tricolore, all’inno nazionale e alle dichiarazioni del tipo “abbiamo vinto più medaglie di sempre”: “abbiamo” chi, cosa, che c’entriamo noi?

Insomma, siamo felici di vedere tanti atleti esultare; le loro facce pulite, i loro corpi e i loro sorrisi, premiati a Tokyo. E ci piacerebbe davvero che quei risultati si riversassero nella vita quotidiana, diventassero incentivo e sprone per la gente a reagire alle difficoltà di ogni giorno. In realtà è un rapporto simbolico, che era corroborato dal mito e dalla credenza in uso nelle Olimpiadi antiche e nelle società pagane che gli atleti baciati dalla Vittoria diventino sul campo semi-dei. Le vittorie sportive e il patriottismo di ritorno che ne deriva, a parte la volatilità, segnano un cortocircuito nel pensiero global uniforme e dominante. Un podio, un canto e una bandiera smontano in un sol colpo il fumo di un’ideologia global egualitaria. Lacrime, sudore, gioia cancellano il resto.

La Verità

8 replies

  1. Tutto condivisibile o quasi, a parte:

    sentire ogni giorno risuonare l’inno di Mameli, per quaranta volte consecutive

    MA DE CHE? Mica suonano l’inno nazionale anche per gli atleti argento e bronzo!

    Casomai, ci sono le bandiere sul podio, ma non è la stessa cosa.

    Per quel che riguarda l’orgoglio nazionale, in effetti c’é poco da orgogliare. una nazione che non riesce a trovare qualche maratoneta non è seria, anche se manda il corpo di spedizione marocchino a rappresentarci. Non siamo stati i soli, ma certo con la tradizione che avevamo è imbarazzante.

    Così come è imbarazzante vedere nella lotta due cubani naturalizzati, mentre nella boxe ci sono solo le donne a rappresentare l’italia.

    L’unica botta di culo è stata Jacobs, che sarà pure cresciuto in italia, ma è nato in Texas e grazie al cognome, si sa bene chelui non è esattamente di pura razza italiana.

    Oltretutto, giustamenet: ma se si è contro il razzismo e i confini, poi come mai si tifa ‘italia’?

    Risposta? Istinto condizionato, ovviamente. E’ il tribalismo che c’é in ogni essere umano. Ma almeno non ammantiamolo di valori multietnici, sennò dovremmo tifare Francia, USA, UK e Belgio visti gli ‘abbronzati’ che hanno nelle squadre.

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    • “di pura razza italiana”

      me ne fa due etti, senz’osso? grazie

      da quale caverna è uscito? la pregherei di tornarci e chiudere l’ingresso
      tanto è imbarazzante

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      • Qui di imbarazzante c’é gente ostentatamente ottusa come te )che proprio ci tieni a prendere il premio Cretinetti), che non capisce l’articolo di Veneziani e tanto meno capisce cosa significhi per la nazione che appena qualche olimpiade fa mandava Cammarelle, Russo, Baldini e altri a vincere medaglie d’oro di boxe e di maratona.

        Poi se anche te pensi che la ‘pura razza italiana’ sia illusoria, allora torni al discorso di Veneziani che per l’appunto chiede come si possa essere multiculturali e no-border, europei, cittadini del mondo e poi ritrovarsi sempre attorno alla bandiera italiana, ben difesa da mercenari di tutte le razze e le genti che si riesce a naturalizzare, per nascondere le vistosissime toppe sulla nostra gioventù atletica, che evidentemente fuori dalla marcia e dal salto in alto non riesce proprio a funzionare.

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  2. Riassunto:

    Non e’ vero che i trionfi sportivi segnalano una Ripresa ma in fin dei conti basta che non ci siano “loro” e tutto si puo’ rimescolare alla bisogna tanto Zingaretti sta buono sempre e gli altri non esistono.

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  3. Come ti costruisco un successo mediatico.

    Avevo già detto che rispetto a RIO, a Tokyo gli azzurri hanno mandato il 20% di atleti in più per concorrere al 10% di gare extra?

    Bene, è quel che è successo.

    Vi dò solo qualche cifra.

    A Rio la scherma venne fatta con 10 specialità, qui TUTTE e 12 erano presenti. Gli italiani inviati sono stati ben 24 anziché 14 come 5 anni fa, rappresentando la compagine schermistica più numerosa.

    Bene, delle 5 medaglie vinte, indovinate 2 di esse da dove saltano fuori? Dal fioretto femminile (bronzo) e dalla sciabola maschile (argento), a squadre intendo. Esattamente le due specialità assenti a Rio.

    Poi c’é il karate. 5 atleti che hanno vinto 1 oro e 1 bronzo.

    E sono altre 2 medaglie.

    Solo per questo, aggiungendo queste 10 competizioni (2 scherma e 8 karate), e da parte nostra, altri 15 atleti più che a Rio, abbiamo ottenuto:

    1 ORO, 1 ARGENTO, 2 BRONZI = 4 medaglie.

    TOH, sono esattamente quelle che fanno la differenza extra rispetto a Roma 1960.

    Solo che allora l’Italia vinse 13 ori.

    Adesso, se avessero mantenuto le medaglie come a Rio, quindi avremmo ‘festeggiato’ 36 medaglie come a Roma, ma senza superare i il record, in compenso avremmo vinto solo 9 ori su oltre 300 tornei.

    Ecco come si costruisce un ‘trionfo’. Mandando più atleti approfittando del maggior numero di gare.

    A tutto questo aggiungiamo la campagna acquisti, come il cubano naturalizzato italiano appena qualche anno fa, che ha vinto il bronzo nella lotta.

    Sennò eravamo a 35 medaglie e niente record, nemmeno eguagliato.

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  4. Sulla “faccia pulita” di tanti atleti e atlete ci metto qualche dubbio…
    Troppi interessi in giro, come si è potuto ben vedere.

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