Sulla Flotilla e Gaza la nostra indignazione è selettiva. Le condanne di Meloni? Too little, too late. Zero “red lines”. Torture agli attivisti: ora lo sdegno sia la scintilla per fermare l’occupazione. Ben- Gvir? Il problema è il sistema, non lui

Intervista a Francesca Albanese, relatrice Onu per la Palestina: Sulla Flotilla e Gaza la nostra indignazione è selettiva. Le condanne di Meloni? Too little, too late

(di Maddalena Oliva – ilfattoquotidiano.it) – Francesca Albanese, le immagini degli attivisti della Flotilla inginocchiati, umiliati, in dei casi torturati, dopo essere stati sequestrati illegalmente, hanno fatto il giro del mondo.

L’ennesimo attacco contro la Flotilla è un assaggio di ciò che i prigionieri palestinesi affrontano ogni giorno, nel silenzio degli Stati e dei media principali. E conferma la brutalità dello Stato israeliano, sostenuta dall’impunità di cui gode. Se le condanne ci sono, non seguono azioni tangibili, come la cooperazione con la giustizia internazionale e la fine della complicità economica e militare. Per l’Europa, parlo in primis della sospensione dell’accordo di cooperazione economica tra Ue e Israele, un accordo che viola il diritto internazionale. L’indignazione non può esaurirsi con il ritorno a casa degli attivisti, ma deve continuare fino alla fine dell’occupazione, dell’apartheid e del genocidio. Serve mobilitarsi in modo permanente. E gli italiani sono tra i primi che hanno dimostrato di poterlo fare.

‘Benvenuti nell’Apartheid senza frontiere, che presto diventerà il Consorzio Mediterraneo dell’Apartheid’, ha scritto sui suoi social.

Certo. Israele sta portando alle estreme conseguenze una logica che i governi europei hanno già contribuito a normalizzare: controllo securitario delle frontiere, sorveglianza permanente, criminalizzazione della solidarietà e impunità per la violenza esercitata contro civili e attivisti. Da anni lasciamo morire nel Mediterraneo migliaia di persone in fuga da guerre, persecuzioni e miseria, rafforzando pure certi regimi autocratici della sponda sud del Mediterraneo e trasformando il mare in uno spazio sempre più militarizzato, un vero e proprio ‘cimitero liquido’. Non è un caso che molte di queste politiche si basino anche sull’utilizzo di tecnologie militari israeliane, come i droni prodotti da Elbit Systems.

È anche per questo, secondo lei, che fino a pochi giorni fa, nessun Paese ha avuto la forza di prendere posizione contro gli abbordaggi israeliani della Flotilla?

È questo il punto più inquietante: sembrano non esistere red lines. Lo scopo degli attivisti era entrare nelle acque di Gaza e queste non sono sotto sovranità israeliana: restano sotto occupazione illegale. Israele non ha quindi alcun diritto di intercettare e sequestrare persone in acque internazionali, ben lontane dalle acque territoriali israeliane. Eppure nulla sembra sufficiente per una reale rottura politica da parte dell’Europa. Netanyahu manda navi da guerra a sequestrare cittadini europei, a due passi dalle acque europee, e l’Europa ha paura di rompere il blocco illegale che Israele impone su una popolazione stremata, nonostante la Corte internazionale di giustizia abbia dimostrato l’illegalità dell’occupazione su Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania, e la necessità di smantellarla incondizionatamente. Il sogno europeo, di un’Europa come comunione di valori e non solo di mercati, sembra davvero un lontano ricordo.

Il mondo sembra aver scoperto oggi che il governo israeliano è ostaggio dei suoi ministri più oltranzisti. L’Unione europea ieri ha aperto alla proposta italiana di sanzionare il ministro Ben-Gvir. E persino Netanyahu è stato costretto a prendere le distanze…

La violenza israeliana non dipende da una singola figura politica: è strutturale, radicata nel sistema di occupazione e d’apartheid. Se domani avessimo nomi nuovi al governo, la necessità di cambiare le leggi israeliane, di renderle veramente democratiche e di far cessare apartheid e occupazione illegale non cesserebbero. Non pensiamo che esista un modo ‘soft’ o ‘moderato’ di mantenere un regime di occupazione che fa da veicolo al colonialismo d’insediamento più sfacciato: saremmo ingenui. E anche la presa di distanza da Ben-Gvir è apparente, mi sembra piuttosto un modo di Netanyahu per deflettere le accuse mosse dai leader internazionali, infatti il ministro della Sicurezza mantiene indisturbato la sua posizione. E parliamo di colui che ha promosso la prison revolution contro i detenuti palestinesi, aggravandone gli aspetti punitivi e implementando delle vere e proprie politiche del terrore. Negli ultimi 32 mesi sono stati imprigionati oltre 20mila palestinesi, di 4mila si sono perse completamente le tracce, stando a un’inchiesta condotta sempre dell’Onu, in 100 sono stati uccisi durante la detenzione. Delle forme di tortura sotto cui sono morti alcuni – come il dottor Adnan al-Bursh, chirurgo ortopedico molto noto e amato da tutti – si conoscono persino i dettagli.

Però ci indigniamo solo quando a essere coinvolti sono i nostri connazionali: è la disumanizzazione dei palestinesi di cui parla anche Judith Butler?

Quali vite sono considerate grievable, degne di essere piante? Questo si chiede Judith Butler. Trovo che ciò che è accaduto alla Palestina abbia aperto un varco facendoci vedere una delle tragedie più profonde del nostro tempo: l’incapacità di riconoscerci davvero come parte della stessa famiglia umana, dopo decenni in cui ci eravamo collettivamente ripromessi di farlo. Se c’è qualcosa che questa vicenda può e deve insegnarci, è che l’indignazione non può essere selettiva. La vita ha lo stesso valore indipendentemente dalla lingua, dalla religione, dal genere, dal passaporto. Chi lo nega fa ideologia. In Italia c’è un’ignoranza volontaria e inescusabile. Va bene avere opinioni divergenti e discordanti, ma a partire dai fatti documentati.

Fa riferimento al suo ultimo rapporto Onu sulle torture nelle carceri israeliane. E a quanto hanno raccontato le inchieste di alcuni media, come il New York Times, sull’uso dei cani per stuprare…

Quello pubblicato dal NYT è un articolo necessario ma che, francamente, sfiora appena la superficie di ciò che accade in Palestina. Eppure, nonostante questo, la reazione israeliana è stata immediata e feroce. Non vogliono che chi li sostiene, soprattutto la base democratica statunitense, veda, sappia, capisca. Sanno che l’indignazione, ma anche la capacità di empatia e amore per l’altro, rappresentano la minaccia più grande: la scintilla che può trasformarsi in azione politica e costringere i governi a smettere di essere complici.

Possiamo dire che la Flotilla ha avuto di nuovo la forza di accendere questa scintilla? Si è ricreduta?

Se questa vicenda servirà a riportare l’attenzione sulla Palestina, sulla brutalità del sistema israeliano e sulla necessità di continuare a mobilitarsi, allora sì. Soprattutto in un momento in cui il cosiddetto ‘cessate il fuoco’ ha quietato le coscienze in questa parte del mondo, mentre per i palestinesi ha significato, nei fatti, l’occupazione di più di metà della Striscia, il divieto di oltrepassare la cosiddetta ‘linea gialla’ – pena, la morte – e continue uccisioni di civili, anziani e bambini. Dopo aver ammazzato in massa giornalisti palestinesi e continuando a impedire ai media l’accesso a Gaza, le immagini che arrivano dalla Striscia sono sempre meno. Meno immagini significano anche meno capacità di interrogarci, meno urgenza di agire, meno pressione sulle nostre coscienze. Spero quindi che la Flotilla ci abbia risvegliato dal torpore e dall’assuefazione degli ultimi mesi, ricordandoci per quali vite stiamo lottando. A Umm al-Kheir, in Cisgiordania, da settimane un’intera comunità vive sotto la minaccia imminente di demolizioni e trasferimento forzato: coloni ed esercito israeliano impediscono ai bambini di raggiungere la scuola, bloccando le strade con filo spinato e utilizzando lacrimogeni contro i bambini. Ecco, c’è il rischio che l’apparente indignazione internazionale per quanto accaduto agli attivisti finisca, paradossalmente, per oscurare ancora una volta ciò che continua ad accadere ogni giorno in Palestina.

È però la prima volta che i governi e le cancellerie di mezzo mondo – Stati Uniti compresi – hanno condannato Israele.

Too little too late: ‘troppo poco e troppo tardi’. La maggior parte dei Paesi occidentali resta complice o completamente assoggettata alle politiche israelo-statunitensi. Come può la presidente del Consiglio Giorgia Meloni dichiararsi ‘indignata’ e, al tempo stesso, continuare a stringere la mano a Benjamin Netanyahu, su cui gravano accuse internazionali per crimini di guerra e contro l’umanità? Se il governo italiano ritiene davvero inaccettabili queste condotte, deve agire di conseguenza: smettere di ostacolare lo stop all’accordo Ue-Israele e interrompere ogni processo di normalizzazione diplomatica, in assenza di responsabilità e rispetto del diritto internazionale. Mi chiedo quale sarebbe stata la reazione dei governi occidentali se, al posto di Israele, ci fosse stata la Russia a intercettare in acque internazionali attivisti diretti in Ucraina con aiuti umanitari…

Chi invece qualche giorno fa è stato sanzionato dagli Usa, come è successo a lei, è stato l’attivista della Flotilla Saif Abukeshek…

È evidente che molte di queste sanzioni sembrano dettate più da Tel Aviv che da Washington. Gli attacchi contro chi si occupa di giustizia internazionale e solidarietà stanno diventando una forma di intimidazione sistematica. Come se ne esce? I governi devono reagire in modo deciso contro un atteggiamento che ricorda più logiche mafiose che di confronto tra Stati di diritto. È questo il futuro che vogliamo? A livello europeo, uno strumento già esistente – lo ‘statuto di blocco’ – potrebbe essere attivato contro sanzioni ritenute extraterritoriali e illegittime. Sarebbe un primo passo concreto. In parallelo, gli Stati di cittadinanza dovrebbero garantire un sostegno politico e legale alle persone sanzionate, a differenza di quanto fatto dall’Italia nei miei confronti.

A proposito, ora che ha vinto contro gli Stati Uniti può tornare alla sua vita e avere di nuovo un conto in banca?

È un primo respiro di sollievo. Ora si facciano avanti le banche che volevano aprirmi un conto, ma non potevano! Il mio caso, però, non è ancora definito nel merito: quella ottenuta è una sospensione preliminare e non una soluzione definitiva. La battaglia per la giustizia è ancora lunga.