
(Dott. Paolo Caruso) – Strage di Stato o cos’altro? Trentaquattro anni sono passati dalla strage di Capaci. Quel 23 maggio 1992 segnò drammaticamente la storia della Sicilia e del Paese intero. Da allora si svolgono con cadenza annuale manifestazioni programmate , ” per non dimenticare “. Rituali cari alle Istituzioni, ma che visti i tanti interrogativi ancora presenti, suscitano la stessa indignazione di allora e un sentimento di profonda avversione verso una politica connivente che ha incarnato per certi aspetti i lati oscuri di quella stagione stragista, accompagnandone con tanta ipocrisia il trentennale percorso. Effettivamente nel giorno della ricorrenza c’è poco da dire che non sia già stato detto, e i tanti sospetti pesano ancora come macigni nella memoria di ognuno di noi. Oltre l’attentato terroristico mafioso che uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli uomini della scorta, ci sono i trentaquattro anni trascorsi che oltre avere affidato alla giustizia Totò Riina quale principale responsabile della strage di Capaci non sono riusciti a dirimere le fitte nebbie che avvolgono tale eccidio. Intrecci tra politica, mafia, servizi segreti deviati e matrice nera avvolgono in una coltre putrida di interessi e di menzogne i veri mandanti. Totò Riina fu riconosciuto il principale responsabile dell’attentato, su cui puntarono i servizi deviati dello Stato e uomini delle Istituzioni, ma ancora oggi, dopo più di trent’anni, tutta la verità è di là da venire e rimane incerta la regia. Inizia proprio da quel lontano 23 Maggio la lunga scia di sangue che portò tanto dolore e lutti a Palermo e nel resto del Paese, in primis a Firenze in via dei Georgofili. In questa giornata del ricordo, Palermo si ferma per onorare le vittime della strage di Capaci e i tanti servitori dello Stato caduti per mano mafiosa. Alle note del “silenzio d’ ordinanza” alle 17,58, ora della strage, non può che riecheggiare la frase simbolo di Giovanni Falcone: “Gli Uomini passano, le idee restano, e restano anche le loro tensioni morali che continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Un silenzio “istituzionale” a cui si contrappone il corteo dei giovani liberi e il giudizio sprezzante della Storia con i tanti interrogativi e le mancate risposte. Una bocciatura sull’ operato del governo Meloni in merito alla Giustizia, su quello che sarebbe stato giusto fare per contrastare il sistema politico affaristico mafioso che infiltra i gangli vitali della società e ne scardina i pilastri fondanti della democrazia. La Meloni ben lontana da quella destra sociale e giustizialista che attraversò parte del secolo scorso, pare abbia dimenticato l’ impegno antimafia andando a indebolire con le sue riforme i meccanismi fondamentali della lotta alla criminalità mafiosa voluti, a prezzo della vita, dai magistrati Falcone e Borsellino. L’ impegno politico della Premier, di cui tanto si vanta, legato alla strage di via d’Amelio, non appare proprio in linea con i principi di legalità di Paolo Borsellino che avrebbe duramente criticato la riforma Cartabia – Nordio che ha reso più difficoltosa la lotta alle mafie e ai crimini dei cosiddetti colletti bianchi. Le limitazioni alle intercettazioni, l’ abolizione dell’Abuso d’ ufficio e il ridimensionamento del Traffico di influenze ci hanno fatto capire da che parte sta il governo Meloni. Addirittura ha cercato di destabilizzare il sistema giudiziario indebolendone il suo ordinamento. Il progetto portato avanti da questa destra di governo sulla separazione delle carriere, la creazione di due CSM, e soprattutto di un organo disciplinare sotto controllo politico, tanto caro al piduista Licio Gelli e al Caimano di Arcore, è stato sonoramente bocciato dal referendum costituzionale di marzo, mettendo in luce lo scollamento esistente tra Paese reale e il fantastico mondo di Giorgia. Il Popolo ha capito e ha difeso la Costituzione. La Meloni tenta di riscrivere la Storia del nostro Paese costellata di stragi e omicidi eccellenti cercando di occultare le connivenze politiche mafiose e l’eversione nera. La nomina di Chiara Colosimo alla Presidenza della Commissione parlamentare antimafia, deputata di Fratelli d’Italia, e legata a ambienti dell’ultra destra, serve infatti a condizionarne i lavori. Si va così da tutt’altra parte da quel che si professa, e il chiacchiericcio delle Istituzioni in questa giornata del Ricordo rappresenterà solo un distintivo da ostentare nelle tante passerelle allestite per l’ occasione, così da poter dire: ” io c’ ero “. La lotta alla mafia non si fa con i discorsi roboanti di circostanza della politica a cui spesso fanno seguito leggi che vanno nella direzione opposta, ma con fatti concreti che includono Diritti sociali, ambientali, economici e civili. Le mafie infatti prosperano dove i diritti vengono meno, e in una città come Palermo vittima dell’incuria, del degrado, del disinteresse delle Istituzioni, incidono fortemente sul tessuto sociale. Allora viene da chiedersi se sia valsa veramente la pena sacrificare la propria vita per un Paese dove menzogne, corruzione, collusione politico mafiosa continuano a proliferare, portando indietro le lancette del Tempo. Ah se i morti potessero parlare ! Quanti sepolcri imbiancati verrebbero alla luce. A noi, memoria vivente della tragedia di Capaci, rimane il compito di tenere alta la vigilanza denunciando a gran voce i legami tra borghesia mafiosa e politica, le zone grigie dove l’ impegno civico cede spesso il passo all’ indifferenza, e tramandare alle nuove generazioni i valori di legalità, giustizia e coraggio. Coinvolgendoli nella responsabilità si potrà così costruire un futuro libero da condizionamenti e una società più giusta e solidale. Ancora oggi, 23 maggio 2026, serve un impegno collettivo, la memoria non è un atto rituale ma una scelta, un impegno che deve rinnovarsi quotidianamente.