Nell’isola allo stremo si salva la lotta orgogliosa per non diventare protettorato

(Domenico Quirico – lastampa.it) – «Non hanno soldi, non hanno petrolio, non hanno niente di niente, soltanto dei paesaggi carini. ..». Così parlò dei cubani Donald Trump senza ricamarci tanto sopra. Allora perché spedire la portaerei, ancora! Un’altra volta! Perché minacciare invasioni e possibili «prelievi» di un matusalemme di 94 anni, Raul Castro, per una vicenda molto dubbia di quaranta anni fa. «Volete sapere la verità? Perché io posso fare quello che voglio! » sempre lui, sempre Trump.
Questo ennesimo (ultimo?) capitolo della lunga fine del castrismo e del corpo a corpo con l’America, puzza. Emana un insopportabile odore di marcio, di stantio, di materia storica politica umana in decomposizione.

Si sfaglia un regime ucciso da una embolia economica letale, senza benzina senza medicine senza tutto: per colpa delle feroci sanzioni americane ma anche di un potere che finite le egre massime di Fidel, del Jefe, è rimasto senza idee da grammaticalizzare se non quella di un controllo repressivo e totalitario della popolazione. Gli unici conti che tornano dopo decenni di epopea sono quelli del gruppo Gaesa, la solita società in mano a militari e gerarchi che capitalizza tutto, persino la penuria. Il soave liquore del socialismo caraibico si è ridotto a un farmaceutico veleno difficile da trangugiare.
Ma puzza di marcio anche questa sgangherata postuma piroetta dell’imperialismo yankee, le cannoniere, le minacce, i colpi di scopa nel subcontinente. Per desublimazione lo incarna questo Caligola ignorante costretto a mollare la presa su prede troppo grosse, come l’Iran, per inquisire sui pedigree di decrepiti caudillos del cortile di casa.
Bastava attendere e anche Maduro e l’altro Castro si sarebbero trasformati in polvere davanti all’inesorabile scorrere del tempo e all’irrecusabile giudizio dei popoli. Ma no: lui, il caudillo immobiliare e il suo patetico caddy “cubano”, Rubio, sognano una Baia dei Porci a rovescio, stavolta non disastro ma trionfo, una spettacolare dilatazione di Guantamo, perché no?, estesa a tutta l’isola a forma di serpente. Un’altra ossessione trumpiana: dove fallì Kennedy e la sua sussiegosa Camelot di teste d’uovo arriva lui, lo zaretto di Mar-a-Lago e via… cancellata la caserma Moncada la Sierra Maestra i comunisti caraibici e aggiungiamo anche il Che e Cianfuegos. Come se fosse facile.
Così affamata moribonda tradita quanto sarebbe durata la agonia del dopo Fidel? La guerriglia anti-capitalista era ormai un ricordo, il regime sembrava rassegnato, dopo il modello sovietico, a quello cinese, orma la via di fuga delle autocrazie alle strette: ovvero apertura eretica ma tra mortaretti e sonagli al Libero Mercato sperando che porti benessere e palanche; ma sempre con il controllo rigido della società perché non imbocchi brutte strade.
Una volta, molto una volta, si spergiurava in occidente che con il Mercato, con magico automatismo, sarebbe arrivata anche la democrazia. Un’altra delle pie illusioni, delle fate morgane che rigano le pagine del (nostro) Novecento di alchimisti alla rovescia. Niente affatto. Per dimissionare questo fantasma si ritiene necessario estirparlo in modo spettacolare, con sciupio vistoso della doppiezza perfida e della reversibilità trogloditica della “resa”.
Ci sono decadenze storiche ricche di umori, di presenze, di respiri profondi, fascino che la Storia regala quando muore e si trasforma. La decadenza del regime castrista e il declino di quello americano sono miserie grottesche, gesticolazioni improduttive e parole superflue.
L’unica cosa che in questo ritardato disastro del Novecento (questa è una storia che appartiene ancora al secolo defunto) si salva e riluce è il nobile popolo di Cuba, tenace intelligente colto, che ha lottato da par suo perché anche questa isola non diventasse una subAmerica di fronte alle sguaiate prepotenze dei padroni di Washington. Invece di abbandonarci ai soliti frettolosi happy end in salsa realpolitik – «In fondo è un altro dittatore che se ne va, il modo conta poco…» – quella nobiltà dovremmo aiutare e difendere. Di loro dovremmo occuparci, come di una parte di noi, dei reduci da una lunga assenza, dei lazzari di quella lunga morte.
Fidel Castro considerava ridere un atto controrivoluzionario. Ma di fronte alla guerra cubana di Trump il golfista sarebbe scoppiato in una gigantesca risata prima di avviare uno dei suoi interminabili sermoni. Con una preziosa ironia della Storia, il bunker di Punto Cero dove El Uno ha consumato il suo autunno di implacabile patriarca era ai tempi del dittatore Batista il campo da golf più chic frequentato dall’alta borghesia cubana. Una restaurazione che potrebbe convertirsi in investimento.

Debray, un figurino di Parigi che sognò di diventare un Danton sudamericano suggerì a Castro, quando era evidente la senile decadenza, di finire bene, lanciarsi contro i reticolati dei gringos a Guantanamo. Come Josè Martì che, sciabola sguainata, affrontava i colonialisti. Fidel non lo ha certo ascoltato. Dicono che nella demenza senile si paragonasse al Cid campeador, l’eroe della Reconquista spagnola contro i mori.
La moglie del Cid fece legare il suo cadavere al cavallo portandolo sui campi di battaglia, come terrore dei nemici. Ma neanche questo accorgimento con l’ex allievo dei gesuiti avrebbe salvato il regime. Raul, mentre Lui si occupava della epopea, ha provveduto alla famiglia, discreto anche nella repressione, avvinto alla burocrazia di apparatchik e di sbirri. Ha solo guadagnato tempo.
Neanche lui andrà a suicidarsi epicamente contro i reticolati di Guantanamo o la portaerei di Trump. Ma sarebbe giusto che fosse il popolo cubano, e solo lui, a trarre le conclusioni, a stendere l’inventario dei decenni dell’evo castrista.
Il lungo duello tra Stati Uniti e Cuba, segatura del Novecento, è iniziato e si è avviluppato di bugie. Quando gli americani invasero cuba nel 1898 dissero che volevano vendicare l’attentato alla corazzata Maine nel golfo del l’Avana. In realtà l’esplosione avvenne per la combustione del carbone nella stiva.
Il presidente McKinley, uno dei preferiti di Trump, per chiedere al Congresso l’autorizzazione a usare la forza, aggiunse un’altra bugia: scopo della guerra è fermare l’oppressione spagnola: «Interveniamo per il bene della umanità! Per guadagnarci le lodi di ogni amante della libertà nel mondo». In privato la definì, raggiante, «una splendida piccola guerra». Sembra di ascoltare Trump.
Quasi quasi Quirico mi fa più schi fo di Trump
"Mi piace""Mi piace"