
(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Come insegna Zygmunt Bauman, prima o poi l’orologio della Storia batte il tempo della retrotopia. E l’ora è arrivata anche per Meloni: sconfortata dal presente, spaventata dal futuro, la premier si rifugia nel passato. Per non contemplare i disastri che ha di fronte — il grande freddo con Trump, la crisi economica, lo sfarinamento quotidiano della sua maggioranza — la Sorella d’Italia si volta all’indietro e dedica un pensiero malinconico ad Almirante, “figura che ha segnato profondamente la storia della destra italiana”. Ne rievoca la “forza delle idee”, la “concezione della politica”: non l’adesione al fascismo e a Salò, gli articoli su “la Difesa della Razza”, il contributo del Msi alle violenze degli anni ’70, la manovalanza prestata allo stragismo nero. Anche la memoria selettiva è tipica della sindrome retrotopica: ricordi solo quel che ti fa comodo, per non vedere ciò che ti fa male. Ma la nostalgia, si sa, è sempre canaglia: rivangare l’età dell’oro non esorcizza quella del ferro.
Le guerre durano, le bollette volano e l’Italietta torna all’ultimo posto nella classifica europea della crescita. Non succedeva dal 2019: bel record per i patrioti al comando, che si fregiano di aver riportato “la nazione al centro della scena internazionale”. Tutto il mondo patisce il morso dei conflitti: il pil cinese viaggia al 5 per cento, il ritmo più basso dal 1991, mentre gli Usa non vanno oltre il 2 e la Ue rallenta all’1,1. Ma il Belpaese, poverello, scivola allo 0,5 quest’anno, e nel 2027 andrà pure peggio.
L’Outlook di primavera della Commissione europea e il Rapporto Istat suonano le campane a morto per la politica economica del governo. Non abbiamo solo un grave problema di stagnazione del prodotto lordo, che forse nei prossimi mesi potrebbe diventare recessione. Ci zavorrano una produzione industriale negativa, una produttività ancora 15 punto inferiore a quella di Francia e Germania, un’inflazione che raggiungerà il 3,2 per cento e un debito che arriverà al 139,2 (altra medaglia in petto, ma di latta, visto che abbiamo superato persino la Grecia, e non a caso ci sono di nuovo tensioni sullo spread e sul rendimento dei Btp decennali). Poi c’è il dramma dei salari, col potere d’acquisto diminuito dell’8,6 per cento dal 2019. Il rischio povertà, che colpisce 11 milioni di individui. Le disuguaglianze di genere, tra un tasso di occupazione femminile più basso di 20 punti rispetto alla media Ue e un gap retributivo medio di 3 mila euro rispetto agli uomini. Il dramma dei giovani, tra i “Neet” che languono e i più istruiti che emigrano. Abbiamo sprecato le risorse del Pnrr e stiamo distruggendo capitale umano. Ma soprattutto, di fronte agli shock energetici, non abbiamo capito la fase e l’abbiamo fronteggiata ricadendo nei vecchi vizi. I dazi e la chiusura di Hormuz hanno colpito ovunque, ma hanno messo in luce debolezze strutturali che per noi vengono da lontano. Oggi come quattro anni fa, quando il criminale russo ha invaso l’Ucraina, il 75 per cento dell’energia che consumiamo è importata dall’estero, gas e petrolio coprono il 79 per cento della domanda di energia primaria, mentre le rinnovabili coprono solo il 21 per cento dei consumi finali. Risultato: il 9,1% delle famiglie italiane vive in “povertà energetica”. La rivoluzione verde andava fatta dieci anni fa. O quanto meno nel 2022, quando si sono chiusi i gasdotti di Putin. La Spagna di Sánchez lo ha fatto, dando una formidabile spinta al solare e all’eolico: oggi è il Paese che ha tassi di crescita record in Europa e paga le bollette la metà delle nostre.
Giorgia, che oggi piange Giorgio, ha fatto l’opposto. Ha comprato dallo sceriffo di Washington il gas liquido quotato il triplo, ha ampliato la dipendenza dalle forniture fossili dal Qatar e dall’Azerbaijan, ha reso più macchinose le procedure per installare le rinnovabili e ha ridotto gli incentivi all’efficientamento. Nel frattempo, ha tamponato le ferite delle famiglie italiane con la solita ricetta: pannicelli caldi e trucchi ipnotici. Da una parte decretini a raffica, di settimana in settimana, per limare le accise di qualche spicciolo. Dall’altra parte annunci a vanvera, di anno in anno, sul salvifico “nucleare pulito di ultima generazione”. Banali tecniche di sopravvivenza, dove misure che durano come un gatto in tangenziale si mescolano a chimere che succederanno all’Antropocene (nel “lungo periodo” di Keynes, quando saremo tutti morti).
L’energia è la madre di tutte le battaglie geostrategiche. E noi dovremmo cercare un posto a tavola, invece di finire come sempre nel menù. Gli imperi si stanno divaricando. Gli Stati Uniti di Trump — all’insegna del bieco “Drill, baby, drill” lanciato dal Tycoon già dall’Inauguration Day del gennaio 2025 — stanno puntando tutto sul kombinat militare-industriale-digitale, massimizzandone i profitti più che si può e finché si può. Le americane ExxonMobil e Chevron Corp si portano dietro le europee Shell, Bp e Total, che grazie al grande disordine globale nel solo primo trimestre hanno incassato ciascuna profitti extra fino a 4,75 miliardi di dollari. Da gennaio, poi, anche le importazioni di carbone sono esplose del 50%, raggiungendo i 107 milioni di tonnellate (terzo dato più alto dal 2017). La Cina, all’opposto, sta accelerando prepotentemente sulle fonti alternative, copre già ora con le rinnovabili il 36% della capacità mondiale installata. In base agli accordi di Parigi sul clima dovrebbe installare 138 gigawatt di energia solare all’anno, mentre già ora è arrivata a quota 277: come scrive l’economista Alicia Garcia-Herrero, “il motore industriale della Cina sostiene finanziariamente la transizione ecologica del mondo”.
In questo scenario, dov’è l’Italia? E dov’è l’Europa? Stiamo con gli allegri trivellatori yankee, per far ingrassare Big Oil? O proviamo a investire sul serio sul Green deal, che se avessimo scelto a suo tempo oggi ci avrebbe protetto dalla malefica “Trump tax”? L’unica mossa giusta che abbiamo timidamente azzardato finora è la proposta condivisa con Spagna, Germania e Austria: una tassa europea coordinata e uniforme sui profitti straordinari dei grandi colossi energetici, accumulati in questi ultimi tre anni grazie al crack russo-ucraino e al blocco di Hormuz. Quella è una campagna per la quale varrebbe la pena di battersi, insieme ai partner comunitari. Non la crociata velleitaria e solitaria contro il nuovo Patto di stabilità, per pretendere una deroga furbetta alle regole che firmammo orgogliosi nel dicembre 2023.
Ormai è tardi per voltare pagina. Tanto più a questo stadio della legislatura, che si avvita sempre più su se stessa. Certo, per l’Underdog di Colle Oppio balla sempre quel maledetto traguardo della “longevità” da tagliare a ogni costo, scavalcando in dirittura il Berlusconi II. Ma a che prezzo? A dispetto del vecchio motto andreottiano, l’estenuante logoramento quotidiano della coalizione suggerisce anche a Meloni quel che l’incauto Salvini si è già lasciato sfuggire: piuttosto che tirare a campare, forse è meglio tirare le cuoia.