(Paolo Giuliodori – lafionda.org) – Chiariamo fin da subito a quale sovranità mi riferisco: quella dell’individuo. Le nuove tecnologie sono infatti in grado di conoscere ed influenzare nell’intimo l’essere umano. È un discorso molto antico, in molte tradizioni spirituali, emerge la figura di un essere umano che si deve liberare dai condizionamenti, dalle proprie distorsioni, dalle proprie percezioni limitate. In questa epoca digitale, gli strumenti di condizionamento e distorsione sono diventati molto potenti, pervasivi e profondi. La possibilità di raccogliere ed elaborare una quantità di dati smisurata sul singolo individuo permettono una profilazione precisissima. La costante interazione con strumenti digitali abilita una efficace manipolazione di azioni, pensieri ed emozioni. Si è raggiunto un livello di alienazione dell’individuo mai visto nella storia umana. Solitamente lo stato mentale in cui siamo durante l’interazione con i vari strumenti digitali è quello di alienazione. Spesso finiamo nel doomscrolling (scorriamo le app dei nostri social in modo passivo e per lungo tempo) che ci porta ad allontanarci da noi stessi, a perdere la concezione del tempo e a finire in uno stato di fatica mentale per gli innumerevoli stimoli ricevuti.

Dall’altro lato, le ultime tecnologie, come gli LLM, favoriscono il cosiddetto scarico cognitivo, ne consegue un degrado cognitivo individuale e collettivo. Siamo sempre più portati a “chiedere a ChatGPT”, a cercare una risposta pronta senza sforzo, senza tentativi, senza errori. Il problema non è tanto chiedere ad un chatbot, ma è acquisire la sua risposta come fosse verità assoluta senza metterla in discussione e ragionarci sopra. Su molte questioni pratiche può anche andar bene, ma su temi più politici/sociali/filosofici ed in generale di riflessione rischiamo di essere pesantemente condizionati. Siamo sempre più in difficoltà nel leggere la realtà intorno a noi e darne una interpretazione coerente e significativa. Il mondo della post-verità ci avvolge, il limite tra verità e fakenews si è talmente assottigliato che è scomparso, non ci interessa più discriminare il vero dal falso, siamo rassegnati, non riusciamo a stare dietro al numero ed alla complessità delle informazioni che riceviamo.

C’è un altro aspetto non meno importante, quello della socialità. Nel corso degli ultimi decenni, in preda alla narrazione del “bastare a sé stessi”, le relazioni tra essere umani sono state distanziate, si è entrati in una spirale di individualismo. I social network hanno accelerato questa tendenza che si completa con chatbot, agenti “intelligenti” e simili. In fondo, l’altro ti altera, è meglio tenerlo a debita distanza. La paura di essere contagiati, e quindi di morire, del periodo Covid è stata un ulteriore elemento di distacco dal prossimo, si ottiene quella che il filosofo Byung-Chul Han chiama “espulsione dell’Altro”1. È sempre più difficile aprirsi, interagire e fare comunità, di conseguenza anche fare politica (vera).

Nulla è perduto, anzi, nelle profondità dell’essere umano c’è un anelito alla libertà, spesso inascoltato. Cercare una libertà presuppone un lavoro molto faticoso: di scavo, di lotta, di abbandono di finte certezze. Essere liberi vuol dire anche prendersi la responsabilità delle proprie azioni, spesso preferiamo lasciarci teleguidare, non si rischia di sbagliare, di essere criticati, di finire fuori dal gruppo/branco. Questa spinta alla libertà comunque rimane, possiamo soffocarla (soffrendo) o decidere di perseguirla. In questo le nuove tecnologie, volgarmente chiamate “intelligenza artificiale”, possono esserci di aiuto. Partiamo proprio dalla loro impropria definizione: intelligenza. Che cosa vuol dire essere intelligenti? Domanda alla quale è molto difficile rispondere univocamente, ci sono innumerevoli sfumature e accezioni. Le macchine sono davvero intelligenti? La risposta è sì, se riduciamo l’intelligenza a una abilità logico-matematico-statistica. Se invece intendiamo l’intelligenza come intuizione e sensibilità allora questa è una proprietà solo dell’essere umano incarnato (l’IA può avere certamente un surrogato). Su questo rimando al bellissimo libro “Antropo-logos” di Giovanni Amendola2.

È fondamentale acquisire una lucidità di pensiero che ci permetta di usare gli strumenti digitali e di non essere usati. È indubbio che l’interazione con LLM o simili può amplificare e consolidare la nostra riflessione, questi sistemi infatti possono fungere da stimolanti del pensiero. Come dimostrato da vari studi, se nell’utilizzo abbiamo un approccio attivo di apertura e analisi critica dei contenuti che ci vengono restituiti, le nostre capacità cognitive vengono potenziate, aumenta proprio l’attività del cervello e la creazione di nuovi percorsi cerebrali. Se invece manteniamo un approccio passivo, ci instradiamo verso il degrado cognitivo di cui parlavo sopra. Lo stesso vale per i social network, se scrolliamo, cadiamo nell’alienazione, se li utilizziamo come strumenti di creazione e comunicazione, possono essere molto potenti.

Stiamo vivendo una stretta, il tentativo è quello di accerchiare l’individuo, alienarlo e condizionarlo nella sua intimità. Si cerca di distruggere l’autonomia e la capacità epistemica, ovvero la capacità di conoscere il mondo, e quindi la capacità di azione politica dell’essere umano. Qui torniamo al concetto iniziale di sovranità, possiamo dirci realmente liberi? Si sta combattendo una sorta di guerra cognitiva invisibile, non tanto verso un nemico, ma verso una figura di essere umano realmente libera ed autentica che ognuno di noi custodisce. Possiamo vedere questa guerra come una grande opportunità di conoscere come funziona l’essere umano, di conoscerci: i nostri automatismi, le nostre ferite, i nostri talenti. Un’opportunità di rifondare la nostra lotta politica su un terreno veramente solido: quell’anelito alla libertà, alla giustizia, alla gioia.

Riferimenti:

  1. Han B., “L’espulsione dell’altro”, Nottetempo (2017).
  2. Amendola G., “Antropo-logos”, Studium (2024).