(Guendalina Middei – lindipendente.online) – «Se la guerra con la Russia dovesse scoppiare, la facciamo scoppiare noi». Queste sono le parole pronunciate recentemente da Alessandro Barbero durante un’intervista con Marco Travaglio. Barbero ha espresso scetticismo sull’idea che la Russia sia sul punto di invadere l’Europa e ha messo in discussione la logica secondo cui il riarmo sarebbe la risposta giusta. Al di là delle opinioni di Barbero, c’è una domanda che dovremmo porci. Cosa significa davvero che l’Italia «ripudia la guerra»? Perché i nostri padri costituenti scelsero proprio quel verbo: ripudiare? E soprattutto cosa significa applicare quel principio in un’Europa che è tornata a parlare apertamente di riarmo, deterrenza e possibilità di un conflitto con la Russia? Per rispondere a queste domande bisogna fare un passo indietro.

Perché l’Europa che oggi conosciamo, quella nella quale milioni di persone possono vivere, studiare e lavorare, in relativa pace, non è sempre esistita. Per secoli il nostro continente è stato uno dei luoghi più sanguinosi della specie umana. La Guerra dei Trent’anni devastò il continente nel Seicento. Le guerre napoleoniche lo ridisegnarono all’inizio dell’Ottocento. La Prima guerra mondiale trasformò l’Europa in un immenso campo funebre. E poi arrivò la Seconda guerra mondiale, e i morti furono milioni e la nostra bella Europa fu ridotta a un cumulo di macerie. Nel mezzo di tutto ciò vi furono guerre religiose, coloniali, e guerre per il controllo delle rotte commerciali, guerre combattute in nome di imperi, nazionalismi e ideali. Raccontate come battaglie per la civiltà, per la libertà o per la difesa di un determinato ordine mondiale.

Ed è proprio questo il punto. La guerra ha sempre avuto, sempre, una ragione. Non sono mai mancati i motivi, alle volte buoni e alle volte meno buoni, per fare una guerra. C’è sempre stato un territorio da difendere, una popolazione da liberare, una minaccia da neutralizzare. Vi sono sempre stati, in ogni singola guerra combattuta dalla razza umana, aggressori e aggrediti. Ed è proprio questa la prima cosa che dovremmo ricordare quando parliamo di guerra. Fu questa la consapevolezza che entra nella Costituzione italiana.

Un obice semovente M7 Priest del 14° Battaglione di Artiglieria Corazzata della 2ª Divisione Corazzata all’incrocio tra Holgate Street e la linea ferroviaria Parigi-Cherbourg. 18 giugno 1944

Nel 1947 i costituenti non stavano discutendo di una questione astratta. Avevano davanti agli occhi ciò che la guerra aveva appena fatto all’Italia e all’Europa. Avevano visto il fascismo, e la sua retorica bellicista, la distruzione delle città, l’Occupazione, i campi di sterminio. E scrissero una frase che, riletta oggi, appare molto più radicale di quanto siamo abituati a considerarla: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». 

I padri costituenti non scrissero «evita». Non scrissero «preferisce non fare». Non dissero neanche che l’Italia «condanna moralmente» la guerra. Usarono, invece, un’altra parola: Ripudia. Non mi stancherò mai di ripeterlo, ma le parole non sono mai soltanto parole. Definiscono e creano il nostro mondo. E la scelta di questo verbo non fu casuale. Durante la stesura della Costituzione, vennero discusse formule diverse. Meuccio Ruini, il Presidente della Commissione che redasse la nostra Costituzione, motivò la sua scelta, dicendo che «condanna» avrebbe avuto soprattutto un valore etico, mentre «rinunzia» lasciava presupporre l’esistenza di un diritto alla guerra. Ripudia, invece, aveva una valenza molto più forte: implicava insieme la condanna e la rinuncia alla guerra.

È una distinzione fondamentale. Perché l’articolo 11 non dice soltanto che la guerra è una cosa brutta. Dice qualcosa di molto più impegnativo: che la Repubblica italiana rifiuta la guerra come strumento attraverso il quale affrontare le controversie internazionali. Dopo secoli durante i quali gli Stati europei avevano concepito la propria sicurezza attraverso la forza militare, il problema che si poneva ai padri costituenti non era soltanto evitare la prossima guerra. Era costruire una cultura, una visione del mondo nella quale la guerra non fosse più contemplata. La Dichiarazione Schuman del 1950 nacque proprio dall’idea di rendere una nuova guerra fra le potenze europee non soltanto impensabile, ma materialmente impossibile. Ecco come e perché nacque l’Europa intesa come organismo di paesi uniti da un intento comune: la pace.

Il Presidente della Commissione che redasse la nostra Costituzione, Meuccio Ruini

Ma tutto questo non ci è piovuto dal cielo, per così dire. La pace europea non fu una condizione naturale. È stata costruita. Fu costruita attraverso trattati, accordi, compromessi, errori, fallimenti, fu il frutto di un divenire storico durato millenni. E allora forse dovremmo chiederci se non ci sia qualcosa di profondamente contraddittorio nel momento in cui, dopo aver costruito tanto faticosamente la pace, dopo neanche ottant’anni si torni a considerare il riarmo come una delle principali risposte alle nostre paure. La crisi scatenata dalla guerra russo-ucraina è stata la miccia che ha dato il via al riarmo europeo.  Certo l’Italia è membro della NATO, ma, occorre ribadirlo, l’Ucraina non è membro della NATO. Non è neppure membro dell’Unione europea. E qui torniamo all’articolo 11. 

I costituenti non pensavano che il mondo sarebbe diventato improvvisamente buono. Sapevano perfettamente che le guerre sarebbero continuate. Sapevano che sarebbero esistiti aggressori e aggrediti, dittature e democrazie, conflitti territoriali, rivalità economiche e interessi contrapposti. La loro scelta fu un’altra: stabilire quale dovesse essere la posizione dell’Italia di fronte a tutto questo. E questa posizione non consisteva nel pensare che la guerra sarebbe scomparsa dal mondo. Consisteva nel rifiutare l’idea che l’Italia dovesse considerarla uno strumento della propria politica internazionale.

E c’è un altro aspetto che merita di essere esaminato. L’Europa, come abbiamo già detto, è arrivata alla costruzione di un sistema pacifico di cooperazione, dopo secoli di guerre combattute fra i suoi stessi popoli. Ma questo processo rappresenta la nostra storia, il nostro divenire storico, la nostra evoluzione. Asia, America latina, Russia ed Europa orientale, sud est asiatico e via dicendo devono, con i loro tempi e i loro modi, arrivare a un percorso analogo, se davvero lo desiderano. Ma in quali tempi e in che modo ci arriveranno è la loro storia, il loro divenire storico non il nostro.

Per secoli l’Occidente ha pensato di poter esportare il proprio modello politico, economico e culturale attraverso la forza: sostenendo governi, rovesciandoli, occupando territori o cercando di orientare dall’esterno l’evoluzione. Quel modello ha un nome preciso: colonialismo. Gli Stati Uniti continuano a farlo tutt’ora, grazie a quel piccolo capolavoro di onnipotenza e deliri di grandezza che è la dottrina Monroe. Si sono auto eletti guardiani del mondo e difensori della democrazia, sulla carta almeno, perché la loro politica estera insegue gli interessi economici e geopolitici della loro nazione e non certo qualche nobile ideale. Se la nostra storia dovrebbe averci insegnato qualcosa è che la democrazia non è un prodotto che si possa consegnare insieme a un pacchetto di aiuti militari. La libertà non può essere importata. E invece cosa facciamo oggi, in una guerra che si combatte al di fuori dei confini dell’Europa? Possiamo discutere all’infinito delle ragioni della Russia, dell’Ucraina, degli Stati Uniti, della NATO, ma la vera domanda è un’altra: l’Italia ha il compito di intervenire militarmente in ogni conflitto che si verifica nel mondo?

La Costituzione dice di no. L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La pretesa di poter intervenire ovunque e stabilire gli equilibri geopolitici delle altre nazioni non è cosa nostra ma è cosa americana. E perché l’Europa, ma soprattutto l’Italia, dovrebbe violare la propria Costituzione e accettare questa visione del mondo come propria?

I padri costituenti non ci hanno lasciato una Costituzione nella quale l’Italia si impegna a fare da gendarme del pianeta. Ci hanno lasciato esattamente il contrario. Il tradimento dell’articolo 11 della nostra Costituzione non consiste soltanto nell’eventualità di mandare soldati a combattere. Comincia molto prima: nel momento in cui accettiamo l’idea che la risposta a ogni crisi internazionale debba essere il riarmo, che ogni controversia debba essere affrontata attraverso la forza e che l’Italia debba necessariamente schierarsi dentro conflitti che appartengono a equilibri geopolitici stranieri. Qualcuno ricorda come e perché scoppiò la Rivoluzione francese? Quale fu una delle micce che diede il via al Terrore, alla Restaurazione, al Congresso di Vienna e a Napoleone?  Nel 1778 Luigi XVI intervenne a fianco dei coloni americani contro la Gran Bretagna: una potenza europea, cioè, decise di sostenere una forza straniera per indebolire la Gran Bretagna, all’epoca sua rivale economica. Quella decisione aggravò la crisi finanziaria che affliggeva il paese, la fame si diffuse e sappiamo poi come andò a finire.

Comunque, data la nostra Storia, l’Europa dovrebbe aver finalmente imparato la lezione: la guerra non risolve i conflitti, li peggiora. Un ruolo da paciere e mediatore nei conflitti altrui, ecco cosa avrebbe dovuto essere l’Italia, e auspicabilmente anche l’Europa. Perché la pace non si costruisce entrando nelle sfere di influenza degli altri e pretendendo di ridisegnarle con le armi. Si costruisce imparando a starne fuori.