Anche Zelensky ha i suoi oligarchi pronti a spartirsi il Paese ricostruito

Per rimettere in piedi l’Ucraina serviranno 500 miliardi di dollari. Un enorme affare che fa gola ai miliardari che controllano l’economia, i media e le infrastrutture della nazione. E influenzano politica e sorti del conflitto.

(Francesco Borgonovo – laverita.info) – Il 14 marzo, quando la guerra in Ucraina era ancora all’inizio, il Wall Street Journal pubblicò un editoriale a firma Victor Pinchuk. Il titolo era eloquente: «L’Ucraina ha bisogno di qualcosa di più della simpatia da parte dell’Occidente per battere la Russia». L’autore chiedeva un forte sostegno economico e militare a Usa e Ue, raccontava della difficoltà di spiegare il conflitto a sua figlia, si definiva un «ucraino orgoglioso». Il quotidiano americano, nel presentarlo ai lettori, lo definiva «industriale e filantropo ucraino». Solo che Victor Pinchuk non è esattamente un uomo d’affari dal cuore d’oro. È il secondo oligarca più ricco e potente dell’Ucraina, con un patrimonio che prima della guerra ammontava a circa 2,5 miliardi di euro (dichiarati).

Come ha ben riassunto su Fortune l’analista Enrico Verga, Pinchuk ha forti interessi nell’acciaio e nei media, e la sua fondazione è l’entità no profit più influente della nazione. Egli sa bene come farsi ascoltare nei luoghi che contano. Negli anni ha finanziato entità come «la Clinton Global Initiative, la Tony Blair Faith Foundation, the Brookings Institution, la Donald J. Trump Foundation».

Su The New Republic, prestigiosa rivista liberal statunitense, il giornalista investigativo Casey Michel ha dedicato al signor oligarca un ritrattino al curaro, spiegando che «Pinchuk non è estraneo all’uso delle istituzioni occidentali per ripulire la sua reputazione. […] Usa la sua fondazione per donare somme significative all’Atlantic Council (think tank particolarmente ascoltato in ambienti Nato, ndr), ed è pure entrato a far parte dell’International Advisory Board di quest’ultimo». Michel non ha trascurato di ricordare che Pinchuk, in passato, ha fornito un appoggio piuttosto robusto a Victor Yanukovych, ovvero il presidente «filorusso» deposto dal movimento di Maidan. Insomma, il suo esibito patriottismo sembra più una facciata che un sincero moto dell’animo.

Di personaggi simili, in Ucraina, ce ne sono parecchi. Il più influente è senz’altro Rinat Akhmetov, possessore di un patrimonio da 7,6 miliardi. Poco prima dell’inizio del conflitto, alla fine del 2021, costui sembrava essere entrato in rotta di collisione con Volodymyr Zelensky, tanto che il presidente lo accusò di aver ordito un complotto ai suoi danni. Un destino analogo a quello di Petro Poroshenko, ex presidente e a sua volta oligarca (un tipetto da 1,6 miliardi circa).

Akhmetov, Poroshenko, Pinchuk e altri oligarchi come Andrij Stavnicer – noto per dominare il mercato dei trasporti via mare – avevano lasciato in fretta e furia l’Ucraina il 13 gennaio assieme a famiglie e amici: una fuga in grande stile mentre i venti di guerra cominciavano a soffiare impetuosi. Ma ecco un fatto strano, raccontato dal sempre informatissimo Fulvio Scaglione sul nuovo numero di Limes.

Il 23 febbraio 2022, il giorno prima dell’attacco russo, «senza clamore, alla spicciolata, gli oligarchi sono tornati. Hanno deciso loro? Sono stati richiamati? […] A dispetto dell’allarme, nel palazzo presidenziale Zelensky incontra gli oligarchi. Ci sono quasi tutti», ricostruisce Scaglione, «in ogni caso tutti i pesi massimi, anche se poi alcuni di loro correranno un’altra volta all’aeroporto per imboccare gli ultimi corridoi aerei aperti. Ci sono Akhmetov, Poroshenko, Tymoshenko, Pinchuk – marito della figlia di Leonid Kuchma, il secondo presidente dell’Ucraina indipendente. Quella notte comincia l’ennesimo atto del complicatissimo rapporto tra il “servo del popolo” Zelensky e quei servi del proprio interesse che chiamiamo oligarchi».

Per carità, tutto può essere, ma è difficile credere che questi signori si siano raccolti attorno al loro presidente nel momento del bisogno. È più facile pensare che siano rientrati per fare pressioni al fine di garantire i propri interessi, per rafforzare quello che Scaglione definisce «forse il primo vero patto tra potere politico e potentati economici nella storia post-sovietica».

Bisogna tenere presente, infatti, che gli oligarchi ucraini, diversamente dai russi, «controllano infrastrutture decisive per il funzionamento dello Stato, lo sviluppo della società e il benessere della nazione. Nessun oligarca russo ha un interesse dominante nel comparto del gas, monopolizzato dal colosso nazionale Gazprom. […] In Ucraina», dice Scaglione, «il solo Akhmetov è responsabile dell’8% della produzione di gas attraverso la sua Dtek, del 25% di energia elettrica e dell’86% di carbone termico, quello che appunto serve agli usi industriali.

Nel settore della distribuzione e della vendita ai privati, sono attivi altri nomi importanti come Kolomoyskyi (l’uomo che mandava in onda la sitcom di Zelensky, ndr), Ihor Surkis (ex presidente del club calcistico Dinamo Kiev), oltre allo stesso Akhmetov. Così come nella distribuzione del gas ritroviamo Akhmetov, Dmytro Firtash e Serhij Lyovochkin (gas). Energie rinnovabili: ancora Akhmetov, tramite Dtek Renewables, è padrone del 30% del mercato». Alcuni di questi oligarchi hanno, tra le altre cose, forti interessi in Donbass che sono stati pesantemente danneggiati dal conflitto che ha flagellato la zona a partire dal 2014.

A questo punto, affiorano alcune riflessioni. Per prima cosa, viene da pensare che dietro la linea di Zelensky («combattere fino alla vittoria») ci siano anche i super ricchi di Kiev, i quali avrebbero troppo da perdere se la Russia dovesse trionfare, e preferiscono alimentare lo scontro. Soprattutto, però, è probabile che gli oligarchi stiano già immaginando il prossimo scenario, quello della ricostruzione. Secondo alcuni conti, serviranno circa 500 miliardi di dollari per rimettere in piedi l’Ucraina dopo il conflitto. Zelensky, a Davos, si è rivolto agli investitori stranieri per invitarli a partecipare al banchetto, e pure un recente rapporto dell’Ocse sostiene che «dato il loro accesso superiore al capitale e maggiori capacità di finanziamento, le multinazionali straniere possono svolgere un ruolo importante nella ricostruzione delle infrastrutture e dell’industria». Che gli oligarchi desiderino la loro fetta è fin troppo semplice da supporre. Ecco perché, come ha notato Casey Michel, molti di loro stanno cercando di costruirsi una nuova
verginità. «Fa tutto parte della loro strategia più ampia: costruirsi un posto sicuro (e redditizio) nell’Ucraina emergente, con la reputazione tirata a lucido da media creduloni. Se la loro campagna avrà successo», ha scritto Michel, «aumenterà il rischio che l’Occidente ripeta molti degli errori commessi decenni fa, quando iniziò per la prima volta ad aiutare gli oligarchi a espandersi nella regione».

Gli oligarchi ucraini sono in gran parte responsabili della situazione non proprio radiosa in cui Kiev si trovava prima della guerra, hanno le loro colpe nell’esplosione del conflitto, ma sono pronti a prosperare sulle macerie. Resta da capire se alla partita inviteranno anche Zelensky o se dopo averlo usato, lo liquideranno.

4 replies

  1. Zelenskj e’ andato a scuola dalla prima Ambra Angioini di “Non e’ la rai”, sono forme di “cultura occidentale” oramai in voga da decenni, cambiano gli attori, ma la regia e’ sempre la stessa…

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