Lavori forzati

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – I poliziotti che non si sono muniti di Green Pass sono sospesi dalle loro mansioni, non percepiscono il salario, devono restituire il distintivo e l’ormai superfluo tesserino di riconoscimento sostituito dal lasciapassare, l’arma di ordinanza e viene meno  la maturazione delle progressioni di carriera.

Lo stesso vale per l’altro lavoro strategico, quello di insegnante. E così  è già successo per il personale sanitario, la categoria la cui disobbedienza suona come un affronto inammissibile per la “comunità scientifica” ufficialmente riconosciuta, che esige venga perseguito con ogni mezzo il nemico in casa che mina la sua credibilità e il suo prestigio di sacerdoti della nuova religione, officiata a suon di siringhe.

Molte badanti straniere – quelle dalle quali si pretende abnegazione e spirito di sacrificio come qualità professionale inderogabile, perché dovrebbero  prodigarsi per affetto e non per il salario dovuto in cambio dello svolgimento di mansioni pesanti e sgradevoli che i congiunti non vogliono o possono esercitare – sono in procinto di andarsene o di darsi alla macchia, pentendosi dell’avvenuta e sofferta regolarizzazione che le obbliga al vaccino per garantirsi la paga.

Uno degli effetti collaterali  delle politiche pandemiche è dunque anche quello della svalutazione del lavoro tramite l’umiliazione dei lavoratori,  e grazie alla combinazione di più fattori.

Si stabilisce intanto che nessuno è necessario e insostituibile, al posto dei professori si raccattano neolaureati disposti al doveroso precariato, lo stesso succede per il personale sanitario già abituato a tagli e demansionamenti, al posto delle forze dell’ordine ormai retrocesse a vigilantes adibiti al controllo del pass, vengono bene le polizie municipali o quelle private. Nella Pubblica Amministrazione dopo le severe prese di posizione del ministro che nega lo smart working ai nopass, c’è da prevedere il ricorso a varie forme di caporalato e cottimo, con un particolare interesse per i laureati Stem che hanno dimostrato il loro valore in occasione dei concorsi e dei bandi per i ruoli professionali necessari a spartire le mazzette del prestito europeo.

E in tutti questi comparti ad alto contenuto sociale, si fanno avanti le milizie del Terzo Settore, quella forma sottile di privatizzazione, che fa sembrare più nobili mansioni mercenarie o commercializzate, cui anche il Pnrr delega una infinita varietà di compiti ben remunerati, di cura, assistenza,  docenza, sorveglianza.

Si conferma così la bontà dell’istituto del crumiraggio, ben visto dalla maggioranza troppo eloquente che da mesi suggerisce di lasciare a casa renitenti e disertori per far posto a orgogliosi e volonterosi vaccinati, anche allo scopo di sfoltire il target dei percettori di reddito di cittadinanza.

Non c’è solo l’istinto punitivo di chi comanda, non c’è solo quel tossico revanscismo invidioso degli obbedienti che detestano la licenza che si prendono gli insubordinati che hanno l’ardire di dire di no a loro spese,  non c’è solo la narrazione bugiarda che vuole persuadere delle virtù della tecnologia che  ci risparmierà dalla fatica manuale e che consentirà di sostituire con prodotti informatici altamente qualificati intelligenze, specializzazioni, competenze, esperienze, soggette al logorio della vita moderna e, quel che è peggio, alle tentazioni del dubbio, della consapevolezza e della critica. .

C’è anche l’intento evidente di demolire l’edificio di valori e conquiste del lavoro, per restituirgli la natura di servitù inabile a affrancare e riscattare perché limitata all’esecuzione di ordini, alla ripetizione di gesti meccanici ma anche di slogan svuotati di senso.

Così sembra esagerato al regime dispotico vigente anche il motto “Arbeit macht frei” posto sul cancello di molti lager, se oggi lavoro significa avere come unico diritto quello alla fatica, se il salario è soggetto a regole e  condizionamenti aggiuntivi che nulla hanno a che fare con le mansioni, se la libertà è quella permessa dal sottoporsi a  procedure profilattiche e di controllo sociale.

Da un bel po’ a rincarare la dose ci si mettono i sociologi un tanto alla libbra, che ci vogliono persuadere che sia in atto un processo analogo a quello che negli Usa è stato definito “Great Resignation”, la fuga dal lavoro, che interessa occupazioni indipendenti penalizzate dalla gestione pandemica che però ha permesso di risparmiare sui consumi persuadendo professionisti, consulenti, precari di lusso  che almeno per un po’ è sano e dignitoso sottrarsi a obblighi e imposizioni e sopravvivere con il poco che resta, contando su qualche aiuto pubblico.

Così si fa credere che sia anche frutto di una scelta se nel primo trimestre dell’anno gli occupati indipendenti sono scesi sotto quota 5 milioni, facendo crollare soprattutto le posizioni a tempo pieno e gli autonomi senza dipendenti, quindi soprattutto giovani all’inizio dell’attività, probabilmente incantati dalle lusinghe del reddito di cittadinanza. In realtà in ossequio alle nuove regole Ue, dal 1° gennaio i lavoratori autonomi non sono considerati occupati se l’assenza dal lavoro supera i 3 mesi, anche se l’attività è solo momentaneamente sospesa, quindi si tratta non di riottosi indolenti, di parassiti che preferiscono languire sul sofà davanti a Netflix, ma di vittime del lockdown prima e del Green Pass poi.

Il fatto è che esiste ormai una letteratura  a sostegno della tesi che si sia formato un folto pubblico di soggetti che mostrano di avere un’indole dichiaratamente improduttiva, che li rende già in partenza inadeguati a raccogliere le sfide della ricostruzione e relativo Great Reset, che non vogliono o sanno prepararsi e aggiornarsi in modo da costituire un capitale umano competitivo, trasversali alle varie generazioni, cinquantenni disillusi e accidiosi o giovani bamboccioni e viziati, e ai generi: maschi che si adattano a fare i casalinghi o donne che escono dalle statistiche lasciando il part time intercettato dall’Inps o dall’Inail per dedicarsi al doppio lavoro nero.

Ormai il compito dei media è di fare da ripetitori dell’anatema di governo per coagulare il linciaggio popolare contro chi si sottrae alla doverosa idolatria delle autorità che si prodigano per assicurarci la salute e sulle quali è obbligatorio sospendere il giudizio fino alla fine dell’emergenza e al ritorno alla normalità, quella che ha procurato tutti i nostri guai, oggi commissariati così non siamo più padroni nemmeno di quelli.

Quindi   l’encomio di Ursula von del Leyen rivolto al sicario vien buono per magnificare che ad ottobre l’Istat ha registrato 35 mila occupati in più, gocce nel mare della disoccupazione se si paragona il numero di occupati totali di fine 2019 (23 milioni e 200 mila circa) con quelli di ottobre 2021 (22 milioni e 900 mila), con    circa 300 mila occupati in meno in due anni, e se si guarda ai 640 mila nuovi registrati ad agosto, più di 500 mila donne, e al mezzo milione di addetti espulsi dal settore edile.

E secondo una tendenza cominciata un bel po’ di tempo fa e che riguarda non solo i numeri ma soprattutto la qualità del “posto”, c’è da immaginare che quei nuovi assunti si aggiungano alle  centinaia di migliaia di persone che si accontentano di sopravvivere stentatamente, che campano grazie all’elargizione di fondi pubblici frutto di intermediazione parassitaria che si traduce nei corsi di formazione, nei progetti a fondo perduto, nelle prestazioni straordinarie e reiterate di “tecnici” più finti dei finti invalidi che suscitano scandalo unanime.

Per tutti loro, per tutti noi non ha più ragion d’essere la narrazione di un lavoro che permetta di esprimere talento e vocazione, di occupazioni che oltre a garantire un reddito dignitoso gratifichi e appaghi, di condizioni che possiedano la qualità morale di far crescere la persona, di aumentare la consapevolezza di sé e di suscitare riconoscimento e solidarietà.

Il lavoro, premio per obbedienza e assoggettamento, deve essere forzato, deve essere una pena,  sudore e fatica. E difatti chi sta in alto per rendita, meriti dinastici, fidelizzazione, lo lascia fare a noi.

2 replies

  1. “Molte badanti straniere […]” vengono, purtroppo per loro in questo caso, da paesi dove la religione e la bassa penetrasione della anche minima scolarizzazione scientifica concorrono a rifiutare questo vaccinazione. Sono paesi dove c’e’ tanta fame, di pane e giustizia, e dove la religiosita’ viene amministrata attraverso un pensiero che si discosta dalla realta’, ma poiche’ la Chiesa e’ vista come datrice dell’Ultimo Nutrimento, si cibano molto di superstizioni. Le persone con un minimo di scolarizzazione scientifica possono trovarsi altro pane, le persone poco scolarizzate e superstizione fanno lavori manuali e sono usate per mettere le toppe al Sistema.

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  2. La narrazione della signora Anna ha ormai il sapore del vino andato in aceto, deve esistere il controcanto affinché il canto voli indisturbato anche tra i pertugio di un sistema introflesso su se stesso che, con il cipiglio del vessillo democratico, pregusta interessi miliardari in là da venire, considerando anche che tra non molto saranno solo ossa ad acquisire il valore equipollente.
    Voli la politica oltre le soglie tese e iper tese delle sale blindate dei catafalchi di stato, tirati a lucido per raccogliere questue anche da provvidi ignavi mossi da una speranza cieca.
    Qui il silenzio della coscienza appare come un’aurora, una pillola dorata da ingollare insieme al senso dispotico che immunizza la stessa politica dal fare provocatorio che potrebbe minare il racconto di se stessa.
    Mai scendere lungo il clinale dei compromessi con ciò che è già fuori controllo, fuori dall’etica dei bisogni reali perché fatti presunti, gonfiati e fasulli di un qui pro quo che liscia il pelo alla belva vorace che si nutre della vita e della terra.
    Niente darà più stizza di un controcanto reale e di un confronto alimentato sull’ampio ventaglio delle questioni pubbliche e quindi politiche che tolgono le ossa dai denti di mascelle mastine.
    Queste letture sono musiche perse e ormai non assecondabili da nessuna fazione che possa definirsi tale per il solo principio statalista e discriminatorio che prescinde, per sua natura, da ogni unità individuale a meno di voci forti che non hanno paura .
    Viva la befana e le utopie dal gusto amaro.

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