Da De Luca a Lapid e Nevo, boicottare gli intellettuali è sbagliato. Si finisce per ostacolare solo chi vuole la pace

© Eyal Warshavsky/SOPA Images

(ANNA FOA – lastampa.it) – La petizione contro la partecipazione dello scrittore israeliano Eshkol Nevo al prossimo festival letterario che si tiene in luglio in Puglia, “Il libro possibile”, firmata anche dalla vicesindaca di Bari e dall’arcivescovo, suscita nuovamente il tema caldissimo del boicottaggio culturale di Israele, dopo la vicenda di Erri De Luca a Salerno e dopo quella dello sceneggiatore israeliano, netto oppositore di Netanyahu, Nadav Lapid a Marsiglia.

Il tema è assai controverso. In questo caso, Nevo è stato accusato non di aver preso posizioni a favore della politica del governo israeliano, ma di «non averne prese di abbastanza pubbliche e chiare». Non di aver fatto, ma di non aver fatto. Un’affermazione assai discutibile, dato che Nevo è uno degli esponenti di punta di una generazione di intellettuali israeliani favorevoli alla pace e ostili alla politica del governo e dato che ci si domanda chi, soprattutto nel nostro Paese, può avere il diritto di giudicare quale sia il grado necessario di chiarezza e di pubblicità per non essere giudicati complici di Netanyahu.

Le affermazioni della petizione contro Nevo si avvicinano al sostegno a un boicottaggio generalizzato a tutti gli intellettuali israeliani. È questo che chi si batte fuori da Israele contro gli orrori che continuano a avvenire a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, davvero vuole? E pensa che sia davvero il modo migliore per aiutare il partito della pace in Israele, per sostenere le migliaia di persone che si impegnano senza sosta contro i misfatti del loro governo, che gridano «stop genocide» in ogni manifestazione, che aiutano concretamente i palestinesi di Cisgiordania contro coloni ed esercito? Non stiamo invece aiutando a crescere l’antisemitismo e quindi implicitamente la tesi di Netanyahu che ogni opposizione ad Israele è mossa dall’antisemitismo?

Il boicottaggio culturale è l’unica forma di boicottaggio effettivamente messa in atto, almeno in Italia e in Europa. Nessun boicottaggio economico, nessuno stop alla fornitura di armi. L’unico agibile resta così quello culturale: stop alle collaborazioni universitari (e non sto parlando di ricerche a carattere militare), stop alle pubblicazioni di libri, stop a festival e manifestazioni anche se non coinvolgono la sponsorizzazione del governo Netanyahu. Spariamo, insomma, su quella fascia di popolazione che da anni lavora con rischi e difficoltà di ogni genere contro la politica del suo governo. Qualcuno potrebbe rispondere che si tratta di un governo eletto. Anche Hitler e Mussolini sono stati inizialmente eletti. E sotto Hitler, sarebbe stata la stessa cosa boicottare, ad esempio, gli scrittori tedeschi i cui libri venivano messi al rogo dai nazisti e i film della propaganda nazista, come “Suss l’ebreo”, perché tutti tedeschi!

Mi rendo conto che il discorso è complesso, che coinvolge il tema della libertà di opinione. Ma trovo inaccettabile l’abitudine che si va diffondendo di chiedere dichiarazioni pubbliche di appartenenza. Cosa pensi di Netanyahu? Sei a favore dell’uso del termine genocidio oppure no? Usi la parola apartheid? Io, che difendo l’uso di questi termini, troverei molto disturbante essere obbligata a farlo.

Ma non è solo questo. Credo che ogni organizzazione culturale, nel momento in cui invita studiosi e intellettuali a un incontro, compia implicitamente una scelta, conosca il loro orientamento e pensi che l’incontro con l’ospite possa dar vita a dibattiti utili e civili, non a scontri violenti di tesi contrapposte. Così per la questione di Salerno. De Luca troverà certamente una platea a lui più congeniale di quella di Salerno nel prossimo festival a Roma organizzato dalla Comunità ebraica romana. Si tratta della stessa Comunità che da anni mette al bando senza remore gli oppositori ebrei italiani della politica israeliana, senza che mai una voce si sia levata ad accusarla di censura.

Ma nel caso di Nevo la questione è molto diversa. Qui Nevo è attaccato perché israeliano. Non voglio usare la categoria troppo screditata di antisemitismo, ma la strada porta, chissà, a scivolare dal rifiuto degli israeliani al rifiuto degli ebrei? Mi auguro di no. In ogni caso, come dice Nadav Lapid, non è antisemitismo, ma è certo fanatismo.