(Michele Manfrin – lindipendente.online) – Dietro la narrazione della “transizione ecologica” si nascondono spesso le stesse dinamiche economiche di potere globale, ciniche e predatorie. Affianco a progetti necessari, in Italia la proliferazione di maxi-impianti legati all’agrivoltaico, al fotovoltaico a terra e all’eolico si contraddistinguono non di rado come processi calati dall’alto, vissuti come un’usurpazione da parte di territori lasciati a margine del processo decisionale e dei potenziali benefici economici. In questo quadro opaco, non a caso, è stata un’inchiesta collettiva condotta da collettivi ecologisti e attivisti a svelare un altro punto oscuro della “green economy” tricolore, scoperchiando il vaso di Pandora sugli investimenti israeliani nei progetti di energia rinnovabile in Italia. Un dossier che, partendo dalle lotte contro la stazione elettrica di Carisio, nel vercellese, o dalle proteste dei cittadini contro i pannelli nei campi di Massarosa, sull’Appennino, o in Sardegna, ha tracciato il filo rosso che unisce speculazione, devastazione del paesaggio e del suolo agricolo italiano, direttamente alle aziende che fiancheggiano il potere sionista nell’occupazione della Palestina e nello sterminio sistematico dei suoi abitanti.

Il meccanismo rivelato dall’inchiesta è emblematico di come l’innovazione tecnologica non sia mai neutrale. Lo Stato d’Israele si propone a livello globale come leader mondiale delle tecnologie, quelle verdi comprese. Eppure, questo know-how si nutre in maniere diretta delle politiche coloniali israeliane. Come sottolineato nel dossier, che si avvale anche dei dati incrociati del centro di ricerca indipendente WhoProfits, le aziende israeliane hanno potuto sperimentare e affinare le proprie tecnologie energetiche sfruttando le risorse e il suolo dei territori occupati in Palestina e in Siria (Alture del Golan). Nel contesto mediorientale, la distesa di pannelli solari non è solo uno strumento di produzione energetica, ma una vera e propria infrastruttura di colonizzazione: occupa fisicamente il terreno, previene il ritorno della popolazione palestinese e siriana e normalizza la presenza degli insediamenti dei coloni. Si tratta di una gigantesca operazione di greenwashing su scala statale:ripulire l’immagine di un Paese responsabile di apartheid e di genocidio sotto la patina rassicurante della “sostenibilità ambientale”.

Il ciclo di accumulazione e sfruttamento non si ferma in Medio Oriente. Dopo aver capitalizzato tecnologie e profitti sulle terre occupate, i grandi gruppi esportano il loro modello in Europa, e l’Italia rappresenta oggi un terreno di caccia ideale. Tra i nomi emersi nell’indagine troviamo colossi come Enlight Renewable Energy, Ecoenergy, Sunprime e Ellomay.

Il caso di Enlight è forse il più paradigmatico. Nata nel 2008, la società è ampiamente coinvolta in progetti sulle Alture del Golan occupate (installazione di turbine, costruzione di strade, reti ad alta tensione) e nell’installazione di pannelli solari nelle basi militari israeliane. Come se non bastasse, nei bilanci dell’azienda compaiono persino donazioni destinate alle forze armate israeliane (IDF). Oggi, attraverso le sue sussidiarie, Enlight ha messo le mani su svariati progetti eolici e solari nel Sud Italia, come in Puglia, dove c’è anche chi ha manifestato la volontà di costituire una colonia israeliana autosufficiente, ma anche in Basilicata e in Molise. La colonizzazione del paesaggio italiano entra dunque nel ciclo di estrazione di profitto e distruzione, andando a foraggiare un’economia di guerra, di apartheid e di genocidio.

Lo stesso schema si ripete per altre realtà sostenute da fondi e colossi assicurativi come Clal, Migdal, NofarEnergy e NoyFund, entità finanziarie che detengono infrastrutture in Cisgiordania e contemporaneamente investono pesantemente nella speculazione energetica nelle campagne italiane. Siamo di fronte a quello che il dossier definisce efficacemente un “triplo livello di sfruttamento”. In primo luogo, l’occupazione di suoli per piazzare mega-infrastrutture esternalizzando i costi ambientali; in secondo luogo, l’espropriazione delle risorse naturali come sole e vento, unita alla sottrazione di terra fertile alla vocazione agricola locale; in terzo luogo, la finanziarizzazione estrema del territorio, ridotto a mero asset in un portafoglio d’investimento volto a garantire rendimenti a entità estere, in questo caso entità che portano avanti un genocidio. Parlare di “israelizzazione” del territorio italiano, riprendendo un concetto già applicato alle università italiane legate a doppio filo con l’industria bellica israeliana, secondo gli attivisti non è dunque una provocazione, ma l’amara fotografia di una svendita nazionale. 

Una certa logica mediatica spinge spesso a considerare i comitati contro le opere come espressioni di quello che in inglese è stato ribattezzato movimento NIMBY (not in my backyard – letteralmente “non nel mio cortile”) un acronimo inventato per denigrare i movimenti ecologisti accusandoli di essere egoisticamente a protezione di minuti interessi locali. Alcuni di questi movimenti, come quelli che hanno dato vita a questo dossier, si dimostrano invece in prima linea nella difesa dell’interesse pubblico contro un capitalismo “verde” che, dietro la promessa di un futuro a zero emissioni, nasconde la cruda realtà della speculazione finanziaria, del neocolonialismo e della complicità alle più spietate dinamiche di oppressione. Da parte loro non c’è nessuna battaglia contro le energie rinnovabili, solo la richiesta che dietro la retorica della transizione verde non si celino le solite dinamiche dell’affarismo di rapina ai danni dei territori e dei diritti umani.