
(Giancarlo Selmi) – Ne abbiamo un altro. Un altro che si vende come “il nuovo”. Non bastava Meloni, “nuova” da trent’anni di Parlamento, ministeri, apparato, partito, carriera politica e retorica riciclata. No. Adesso arriva pure lui: il generale spacciato per novità, l’ennesimo prodotto confezionato per sedurre quella parte del Paese che si innamora di slogan, frasi da bar, banalità urlate in tv e pensieri masticati male tra un grappino e un tavolo da biliardo. Ed ecco il “nuovo”: uno con la faccia da tunisino che vuole rimandare indietro i tunisini, perfino quelli nati in Italia e perfettamente inseriti.
Nuovo come la muffa sui muri. Nuovo come una ragnatela in una casa chiusa da due secoli. Nuovo come certa destra italiana che cambia faccia, cambia confezione, cambia tono, ma ripete sempre lo stesso identico repertorio: paura, esclusione, regressione, ignoranza elevata a programma politico. Di nuovo qui non c’è nulla. Ci sono le stesse pulsioni reazionarie di sempre. Ci sono parole che odorano di colonialismo, di sopraffazione, di nostalgia autoritaria. C’è il solito scimmiottamento della parte peggiore della nostra storia politica, quella più rozza, più aggressiva, più nemica del progresso sociale e civile.
Ma va benissimo così per chi deve raccattare voti nel segmento più arretrato del Paese. Va benissimo per chi vuole parlare alla rabbia più ottusa, al pregiudizio più pigro, alla cultura del risentimento e del rutto elevato ad analisi politica. Va benissimo per riportare a galla relitti della peggior destra italiana: riciclati, transfughi, reduci, opportunisti di professione, gente che ha servito chiunque pur di stare in scena un altro po’. Tutti improvvisamente “nuovi”. Tutti improvvisamente folgorati. Tutti pronti a raccontare che adesso, finalmente, dicono la verità.
La verità vera è che dicono le stesse cose di sempre. Le stesse che diceva Salvini. Le stesse che dice Meloni. Le stesse che da anni rimbalzano da una curva televisiva all’altra, da un talk show a un comizio, da una provocazione miserabile a una successiva ancora più miserabile. Cambia solo l’imballaggio. Il contenuto è marcio da decenni. E intanto c’è chi si agita. Chi dice che ruberà voti alla destra e farà perdere Meloni. Sciocchezze. Se mai, finirà perfettamente dentro quel campo politico, perché ne rappresenta una delle espressioni più rozze ma più coerenti. Non è l’alternativa alla destra: è un pezzo della destra più tossica che cerca semplicemente una voce piu’ stonata per farsi notare.
E poi ci sono quelli che lo descrivono come un pericolo enorme. Anche qui, calma. Per essere davvero pericoloso in proprio, bisognerebbe avere spessore politico, visione, struttura, contenuti. Qui siamo davanti a un fenomeno costruito sul nulla. Un nulla scritto male, pensato peggio, confezionato per solleticare gli istinti più bassi e le frustrazioni più elementari. Non un progetto politico: un rigurgito. Non un’idea di Paese: una sequenza di slogan da bar trasformati in merchandising ideologico. Il punto non è sopravvalutarlo. Il punto è riconoscere cosa rappresenta.
Rappresenta la parte peggiore di un clima culturale che in Italia esiste da tempo, e che ogni tanto trova una faccia nuova da appendere al vecchio copione. Rappresenta la miseria politica che si traveste da franchezza, la volgarità che si finge coraggio, l’ignoranza che pretende di essere buonsenso. Per questo, più che trasformarlo in un gigante, sarebbe il caso di trattarlo per quello che è: l’ennesimo rigurgito di un Paese che fatica a liberarsi dei suoi fantasmi peggiori.