
(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Bruciati vivi e anche dimenticati in tutta fretta i quattro braccianti afghani di Amendolara. Dei loro poveri resti si ricorda soltanto la Chiesa di Calabria che nell’annunciare iniziative sul territorio dal 4 luglio si indigna nel silenzio generale: “È una notizia che non può esaurirsi in pochi giorni ma deve invitare a segni concreti di attenzione, presenze, impegno”. Parole sante, destinate, tuttavia, a modificare in poco o in nulla un sistema piramidale, dove è facile prendersela con i penultimi nella scala dello sfruttamento: i famigerati caporali (gli ultimi sono, non di rado, i compagni di sventura degli sfruttati che funzionano da kapò). Caporalato, alibi per tutta la filiera criminale che, dalla base al vertice, si alimenta e finisce per alimentare la produttività delle grandi aziende conserviere, competitive grazie a un costo del lavoro stracciato e invisibile. È una smemoratezza che conviene anche a un sistema dell’informazione, pubblico e privato, che arriccia il naso se costretto a mostrare dei corpi carbonizzati, e poi all’ora di cena, signora mia. […] Capita però che nelle pieghe notturne del palinsesto Rai (il 18 maggio su Rai1, verso mezzanotte) sia mandata in onda una puntata di “Cose Nostre” di Emilia Brandi, dedicata alla tragedia di Paola Clemente. Una signora italiana, e non soltanto una bracciante pugliese, come se le braccia avessero connotato la sua esistenza in vita di donna italiana, madre italiana e anche, sissignore, schiava italiana. Stroncata da un malore (asfissia meccanica) il 13 luglio del 2015, mentre nei vigneti di Andria, e sotto un telone di plastica che arroventava le già insopportabili temperature stagionali, scartava gli acini di uva non utilizzabili nella filiera della frutta da tavola che predilige l’armonia dei grappoli, grazie alle dita minute delle sue mani femminili (quando si dice la fortuna). Uno si aspetta che i capataz di un servizio pubblico radiotelevisivo, specialista nel regalare spazi (e soldi, parecchi) agli amici in cambio di flop in serie, recuperino quel documento che in una qualunque grammatica giornalistica verrebbe valorizzato con una punta di orgoglio professionale: vedete con quanta attenzione e qualità televisiva la tanto vituperata TeleMeloni è capace di trattare l’attualità più sconvolgente; e con mezzi talmente risicati, soprattutto se paragonati agli emolumenti degli amici di cui sopra. […] E invece, niente: Paola Clemente, soffocata due volte, dalla fatica e dalla sentenza che ha mandato assolto il suo “caporale”, merita solo l’oblio (o forse, chissà, uno strapuntino nella tv dell’alba). Come è accaduto agli afghani bruciati vivi e alle tante vite che si spezzano la schiena (e il cuore) affinché la buona salsa Pitupì o Pitupà di pomodoro fresco, come le tradizioni delle nostre campagne, ci venga servita a tavola, in una pentola fumante di genuina pasta italiana.
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