Colpevoli di disoccupazione

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Il giornalismo italiano è sempre stato provinciale. E difatti uno dei passatempi preferiti dagli inviati dei giornaloni nelle grandi capitali consisteva nell’informarci su tutto il male che pensava di noi l’America, su come ci derideva la Francia, su come ci deplorava la Germania, invece di aggiornarci sui loro usi e costumi e sulla loro autobiografia nazionale.

Così veniva alimentato il mercato dell’autodafè che ha avuto tanti patron tra decisori e elzeviristi, contenti di avere materiale in più per quelle inchieste che cominciano sempre con la formula “purtroppo l’Italia è l’unico Paese dove…” e via con l’autodenigrazione, “dove ci sono più escort che infermiere”, e poi “dove si spende di più in ritocchi estetici che in prevenzione del diabete”, o “dove i cibi per cani hanno un mercato superiore agli integratori per anziani” o “dove non esistono banche dati delle farfalle ali di vetro in via di estinzione” .

Direbbero Fruttero e Lucentini che è arduo dare credito a queste funeste dichiarazioni di trionfalismo e revanchismo alla rovescia, laddove le statistiche sono inaffidabili, le rilevazioni, ad uso dei committenti, necessariamente farlocche, come è dimostrato da eventi recenti, e i dati offerti dalle autorità sono come le loro leggi, ad hoc e in conflitto d’interesse.

Avrebbero proprio ragione se Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, Eures, la rete di cooperazione formata dai servizi pubblici per l’impiego a livello comunitario e Eurofound, l’agenzia  Ue per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, vanno a cercarsi i dati di Unioncamere e di associazioni confindustriali più che quelli dell’Istat, per effettuare le loro diagnosi sulle condizioni dei lavoratori in Italia. In modo, proprio come gli osservatori d’oltreoceano o di oltralpe, da emettere la loro  severa sentenza su questo popolo indolente, disincantato e pigro, scoraggiato e demotivato, inabile quindi a partecipare, alla pari con gli altri Grandi, alla Grande Ricostruzione.

E difatti nell’anno del Covid e ancora prima dello sblocco dei licenziamenti si segnala un calo dell’occupazione “senza precedenti”: sono “sfumati” 456 mila posti di lavoro, per la maggior parte contratti a termine. Rispetto ad aprile, nel mese di maggio 2021 si è sì registrato un aumento degli occupati (+0,2%, pari a +36mila unità),  che ha però interessato i maschi, i dipendenti a termine e di conseguenza i minori di 35 anni; mentre diminuiscono, invece, le donne, gli autonomi e gli ultra 35enni.

Tra le persone in cerca di occupazione diminuisce il numero medio di azioni di ricerca di lavoro: il calo più forte si registra tra chi dichiara di essersi rivolto a un centro pubblico per l’impiego (15,3%, – 7,5 punti) e  si riduce anche la quota di chi si rivolge a “santi in paradiso”, parenti, amici e conoscenti più o meno influenti  (79,0%, -3,2 punti), secondo i criteri sempre vigenti del familismo amorale combinato con il clientelismo,  mentre è in aumento  soltanto la quota di chi cerca lavoro tramite internet (62,2%, +2,8 punti).

Ma il dato più significativo secondo i centri di ricerca comunitari è quello che ci sa segnare un record assoluto in Europa,  il numero di “inattivi” nella fascia dai 15 ai 64 anni (+403 mila, +3,1% in un anno), gente  in età lavorativa, che circola mestamente in quella zona grigia  “improduttiva”, arresa tanto da non essere in cerca di occupazione, in numero di 13 milioni e 759mila.

Sono pesimorti, la cui pena invisibile e senza speranza è originata – in questo caso si torna a fare riferimento all’Istat – da motivi famigliari, dall’attesa fideistica che qualcosa si muova nel mercato dopo innumerevoli candidature, invio a pioggia di curriculum e “azioni di ricerca”, dalla disaffezione, scoraggiamento lo chiamano gli statistici, effetto di troppi no e troppe umiliazioni registrato soprattutto tra i 15-35enni del Centro-Nord, dai problemi legati alla gestione della pandemia, compresa l’espulsione,  annoverata tra le opportunità offerte per combinare affetti, attività di cura e lavoro dall’economia digitale, delle donne dal mercato del lavoro.

Eh si, ci vanno a nozze nel colpevolizzare questa forma di parassitismo, di accidia indolente che pare sia antropologicamente riconducibile alle popolazioni del Mezzogiorno d’Europa, propaggini mediorientali o africane, ormai abituate a farsi trascinare da pingui fiamminghi, cancellerie carolinge.

Non a caso il target più numeroso degli inattivi si trova tra chi non lavora e non cerca un posto per motivi di studio: saranno gli irriducibili che non vogliono considerare le occasioni offerte dall’avvicendamento scuola-lavoro, le circostanze favorevoli che si possono presentare ai volontari dei Grandi Eventi o agli inservienti che iniziano la loro carriera tra gli scaffali delle norcinerie visionarie di Farinetti, quelli proprio non si prestano a aprire e chiudere ombrelloni negli stabilimenti in concorrenza con immigrati sempre più latitanti,  quelli che possono contare ancora su papà e mamma per non essere soggetti al caporalato raccogliendo frutta per pagarsi gli studi.

Si sono proprio loro, oggetto di riprovazione da capostipiti di quelle dinastie accademiche, editoriali, imprenditoriali, politiche che hanno accreditato un concetto di meritocrazia grazie al quale solo la loro progenie merita un posto e un salario dignitoso, da sempre accusati di essere mammoni, choosy, viziati tanto che le loro aspirazioni si riducono all’accesso al reddito di cittadinanza, invece di montare in sella con lo spirito di iniziativa che deve caratterizzare i rider.

I più soggetti a riprovazione però sono gli scoraggiati, che saranno investiti e cancellati dalla rivoluzione digitale e degli sviluppi di tecnologia e automazione, quelli che già prima hanno dimostrato di non essere all’altezza delle opportunità offerte dal progresso, che non hanno saputo adattarsi formandosi e sviluppando nuove competenze, pensando che anni di studio e esperienza sul campo fossero una referenza sufficiente, disoccupati estromessi dal mercato, esuli in patria per via di delocalizzazioni, licenziati come i 150 di Monza con una mail e derisi perché non l’hanno letta sullo smartphone e si sono presentati ai cancelli, beffati dalle promesse irridenti dei Navigator ormai in concorrenza con loro dall’altra parte della scrivania del collocamento, umiliati dalle agenzie interinali, ingannati e derubati da corsi di formazione tarocchi, entrati e usciti cento volte dalla porte girevoli dei contratti atipici, dei part time, dei lavoretti alla spina, troppo anziani per fare i pony, troppo giovani per la pensione sociale.

In Italia il loro “bacino” costituisce più dell’11% degli inattivi (in Germania l’1,4%, in Svezia il 2,9%. In Austria lo 0,6%), a conferma che più i livelli di occupazione sono alti, meno sono i marginali, gli invisibili di cui ci si ricorda in occasione delle rilevazioni statistiche.

Sono loro, come se non bastasse, le vittime di un’acrobazia semantica: Eurostat  li chiama  believing no job available, invece che disoccupati, come sarebbe giusto, per stigmatizzare  quelli che, colpevolmente, si sono “persuasi” che non ci siano posti disponibili per loro, quelli che si danno per vinti, quelli che hanno capitolato, anche se la loro è una storia di umiliazioni e offese, di prevaricazioni e rifiuti, di tentativi frustrati e di prove alienanti.

Sono quelli che non possiedono più nulla, nemmeno la qualità di capitale umano da sfruttare, candidati a qualche necessaria e fatale soluzione finale, quelli che, con i diritti cancellati, le garanzie sottratte, le sicurezze espropriate, hanno perso perfino la speranza.