La centrale nucleare Enrico Fermi a Trino

(Mario Tozzi – lastampa.it) – La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rilanciato, credo per la centesima volta in questa legislatura, la via nucleare italiana attraverso alcuni provvedimenti che dovrebbero renderla più facile e conveniente. Ma l’impressione che le dichiarazioni siano state fatte «pour épater le bourgeois» è forte, per almeno sei motivi.

1) La scelta del sito. Questo sembra, al momento, l’ostacolo più forte: in Italia forse un generico consenso sul ritorno al nucleare potrebbe essere cresciuto, ma tutt’altra storia è scegliere esattamente il Comune dove piazzare la nostra prossima, “prima” centrale. Nonostante le rigorose prescrizioni geomorfologiche e sociali, in Italia i siti possibili ci sarebbero pure, ma, se vogliamo essere seri, il primo passo sarebbe indicarli con esattezza. E nessun politico, finora, ha avuto questo coraggio, tantomeno qualcuno di una compagine governativa che si è posta fin dall’inizio nella prospettiva atomica. Se non si sceglie il sito non si va da nessuna parte.

2) E non è nemmeno una questione di studi e di tempo: sono ormai anni che è disponibile la mappa Cnapi del nostro territorio, in cui sono indicati una settantina di siti per allocare le scorie nucleari di media e bassa radioattività in un deposito unico che ci impongono l’Europa e il buonsenso. Anche chi è contrario all’energia nucleare sa che il deposito unico è indispensabile ed è una responsabilità morale di ogni nazione. Eppure niente, non viene data alcuna indicazione e nessun sindaco si è proposto per ospitare un deposito innocuo che porterebbe, oltretutto, decine di milioni di euro e possibilità di sviluppo locale. Forse per l’eco di quanto accaduto a Scanzano Jonico nel 2003, quando la popolazione si rivoltò in piazza sconfessando anche il sindaco e rifiutando 50 milioni di euro, bloccando la statale Jonica e la ferrovia e accampandosi per le strade. Se non si riesce a imporre un sito senza alcuna criticità, figuriamoci una centrale.

3) I tempi di realizzazione. Una centrale nucleare come quelle europee non sarebbe realisticamente realizzata nel nostro Paese prima di una trentina di anni. Il reattore Olkiluoto 3, che si andava ad aggiungere a una centrale già realizzata, ha visto passare 24 anni dal momento della firma del primo documento alla produzione di energia. In una nazione come la Finlandia, in cui c’è consenso sociale, non ci sono rischi naturali di rilievo, la burocrazia è inesistente e il sito era già attivo, c’è voluto un quarto di secolo: qualcuno riesce anche solo a immaginare quanto ci si metterebbe da noi? E che dire del reattore di Flamanville, in Francia? Altri vent’anni. Peraltro, il nucleare potrebbe avere un senso per combattere la crisi climatica, visto che non produce gas serra, ma la crisi è ora, non fra vent’anni: arriverebbe in clamoroso ritardo.

4) Per questa palmare ragione sono nate da noi le più fantasiose proposte, tra cui quella del ministro per l’Ambiente che dichiara (testuale) che in Italia avremo il nucleare senza però le centrali. Che è un po’ come gli aerei senza le ali. Il nucleare all’amatriciana, insomma. Forse si riferisce ai piccoli reattori modulari (Small Modular Reactors, SMRs) di cui, però, al mondo ne sono attivi solo due (in Russia e in Cina). Perché costano troppo e sono ancora in fase sperimentale.

5) I costi. Una centrale tradizionale vede costantemente crescere i costi di realizzazione dal momento della prima pietra alla fine: il reattore Olkiluoto 3 è passato da tre a 13 miliardi di euro, così come a Flamanville si è arrivati a 19 miliardi di euro (oneri finanziari inclusi). Quindi in Italia dovremmo reperire una ventina di miliardi di euro per ottenere una sola centrale che, se va bene, sarà attiva dopo il 2050. Qualcuno si può prendere la briga di calcolare quanta potenza potremmo installare in fonti rinnovabili con quei soldi? Considerando che eolico e solare costano sempre di meno e producono sempre di più? Siamo ancora il paese del Sole, o lo diventiamo solo per l’Eurovision?

6) Le scorie. Infine, ancora non esiste al mondo un sito definitivo sicuro per sempre per ospitare i rifiuti di alta radioattività. Negli Usa Yucca Mountain, qualche tentativo in Francia e in Svezia, ma nessuno che sia pienamente soddisfacente. Solo Olkiluoto in Finlandia sembra aver superato le criticità e sarà riempito nel 2120 e sigillato per sempre. «Beato chi c’ha un occhio», si dice a Roma in questi casi: con materiali che restano potenzialmente nocivi per migliaia di anni chissà come andranno le cose.

Per queste ragioni non si riesce a capire come si possa ancora inseguire, almeno a parole, il miraggio di una forma di energia che forse avrebbe potuto avere un senso continuare a tenere in produzione, ma che difficilmente sembra poterne avere uno se si ricomincia da zero. Però vogliamo essere pragmatici e concedere una chance: va bene, nucleare sì, dove installiamo esattamente la nostra prima centrale del nuovo corso? No, non la Regione, vorremmo sapere precisamente il Comune. Perché se non ci sono indicazioni stringenti, tutto il resto sembrano essere chiacchiere per ottenere un consenso politico o un’adesione ideologica. Siamo qui sulla riva del fiume e aspettiamo fiduciosi.