La città che non ha bisogno di essere capita

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Quando torni a Barcellona, città proteiforme e sempre in movimento, c’è subito – già in aeroporto – un distinguo decisivo: la lingua catalana, usata con fierezza come biglietto d’ingresso in un territorio che è Spagna, sì, ma fino a un certo punto. I catalani, indipendentisti o no, lo sanno bene: la loro lingua, il català, è dirimente, anche quando la differenza con il parente castellano è solo una sfumatura d’accento.
La splendida Barcellona ti introduce in una Spagna peculiare e atipica, senza tori, nacchere, sangria, flamenco, senza corride. Niente a che vedere con l’immagine da cartolina, filtrata dagli anni Ottanta, che ancora oggi pretende di raccontare la Spagna post‑franchista, costruita ad uso e consumo dell’immaginazione turistica: una lingua semplice, basta aggiungere una s, un popolo caliente, ospitalità, il macho che non deve chiedere mai, il conquistador con la rosa in bocca, alla Julio Iglesias; e per chi ci andava in agosto, i festeggiamenti interminabili della Gran Semana. Un’immagine festaiola e disimpegnata, se non banale, come poche altre al mondo.
Barcellona è stata da sempre l’antispagna per eccellenza, interpretando una versione iberica più austera – eppure leggera – più protesa verso la Francia e l’Europa. L’antica Barcino romana – fondata come colonia da Augusto tra il 27 e il 14 a.C. – ha sempre guardato più al fuso di Parigi che a quello di Madrid, che percepisce spesso come una sorellastra autoritaria e invidiosa: del suo status di libertà, ma anche di quei numeri che la lasciano, nel confronto, al secondo posto. È il caso dell’export nazionale, trainato dalla Catalogna con particolare attenzione alla farmaceutica e all’automotive. Ma anche delle startup, settore in cui Barcellona è il terzo hub europeo dopo Berlino e Parigi. Per non parlare del turismo, dove risulta imbattibile per presenze e ricavi internazionali. La capitale catalana finisce così per oscurare Madrid, sul piano nazionale come su quello internazionale.
E non solo perché Barcellona ha il mare e Madrid no. Non è un caso che Madrid – nonostante la distanza indubitabile da ogni costa – abbia fondato nel tempo la sua potenza proprio sul mare: dalle peripezie di Cristóbal Colón – al secolo Cristoforo Colombo – all’Invincibile Armada, il suo Siglo de Oro è esistito solo grazie alle ricchezze arrivate dall’oceano. Madrid vive insomma dell’invidia del mare.
Cos’altro può invidiare Madrid a Barcellona? La storia, forse. Dalla Barcino romana alla Marca Franca, fino alla Barcellona medievale dei bastaixos: gli scaricatori di porto che nel XIV secolo trasportarono sulle proprie spalle, gratuitamente e volontariamente, le pietre dalla cava di Montjuïc per costruire la basilica di Santa Maria del Mar, la “cattedrale del popolo” affacciata sul mare; e poi il grandioso quartiere gotico cresciuto accanto alla cattedrale di Santa Eulàlia. Come poteva prendere bene Madrid, questa storia così imponente, lei che nacque molto più tardi come un modesto villaggio – all’epoca dell’invasione araba nell’VIII secolo – su un altopiano isolato e inospitale?
Dal momento in cui prese coscienza del suo ruolo di capitale – e accadde tardi, attorno al XV secolo – avrebbe dovuto capirlo: Barcellona non è una città semplice da governare. Non una Siviglia o una Valencia qualunque. E con lei tutta la Catalunya, spesso distante dalla storia della Castilla, da Madrid e dalle sorti della Corona spagnola.
Per secoli le ha dato infatti filo da torcere. Capitale del regno aragonese, Barcellona ha conteso alla Castilla il primato non solo nella penisola iberica ma anche nel Mediterraneo, differenziandosi anche con la propria lingua: radici gallo-romanze, più vicina ai dialetti del sud della Francia che alla parlata dura di Madrid. Una lingua musicale, sfumata, con consonanti meno marcate e finali arrotondati, lontana dalla rigidità monocorde del castigliano pronunciato di petto, da un’ugola da baritono.
Francisco Franco, il generalissimo galiziano, temeva Barcellona come nessun’altra. Durante la Guerra civil, nel 1936, era stata una roccaforte della resistenza repubblicana. Finita la guerra, Franco non ebbe dubbi: la lingua catalana fu confinata alla sfera familiare, con conseguenze pesanti per chi la usava in pubblico. Solo con la morte del caudillo nel 1975 la città e tutta la regione catalana poterono riscoprire, uno ad uno, i loro tesori culturali più profondi.
Oggi basta camminare. Basta percorrere le Ramblas fino al Born, girare l’angolo nel Barrio Gótico, fermarsi davanti alla facciata di Santa Maria del Mar o alzare gli occhi verso le torri ancora incompiute della Sagrada Família: Barcellona non ha bisogno di spiegare il suo modo di essere capitale. La sua forza si respira nell’atmosfera. È una città che non ha mai accettato padri veri, né putativi, scegliendo i propri maestri, accogliendoli, usandoli e restituendoli al mondo trasformati.
Solo a percorrere il Novecento lungo e complicato, i nomi vengono da soli: Picasso, Dalí, Miró, Gaudí, Vázquez Montalbán. Ciascuno sembra incarnare lo spirito più profondo di Barcellona, quello ostinato, spesso di bastian contrario. E la città riflette il carattere di chi ci ha lavorato, ci è nato, ci ha vissuto, interpretando il mondo e restituendolo trasformato. Un rapporto di dare e avere, in cui il magnetismo di Barcellona è la sua forza attiva: quella che plasma chi la abita e si lascia plasmare a sua volta.
Di questi ne voglio ricordare uno che ha scandito con i suoi romanzi il periodo di formazione di molti della mia generazione: Manuel Vázquez Montalbán, figlio del Barrio Chino, nato nel ventre più popolare della città, e inventore del famoso detective Pepe Carvalho. Con la sua saga ha raccontato la Barcellona post-franchista con il solo mezzo che la censura non riesce mai del tutto a tappare: la letteratura. Lasciò alla città la sua memoria operaia, quell’odore di fritto e politica che le Olimpiadi del 1992 avrebbero in parte cancellato. Forse la città che descrisse forse non esiste più, ma senza di lui non sapremmo che era esistita.
Le Olimpiadi del 1992 sono l’ultimo grande atto di questa volontà collettiva: Barcellona si reinventò ancora una volta, aprì il fronte mare, riprogettò sé stessa con l’ostinazione di chi sa che ogni generazione deve ricominciare da capo. La stessa leggerezza irriducibile di Miró, quel suo modo di esprimersi in segno elementare qualcosa di eterno. La stessa identica città che nel XIV secolo aveva costruito Santa Maria del Mar pietra per pietra, sulle spalle dei bastaixos, senza nobili né re che la finanziassero.
Ancora oggi basta percorrere gli ariosi quartieri dell’Eixample e di Gràcia, dedicati all’architettura Liberty, che respirano del genio di Gaudi – la Pedrera, casa Battlo, casa Vicens – o quelli più storici vicini al mare – il Barrio Gótico, El Born, la Ribera – dove Picasso ha tratto ispirazione nei suoi anni giovanili – nel suo periodo blu – per capire che questa città ha una marcia in più. È gagliarda, fiera, orgogliosa del suo non lasciarsi intrappolare dai cliché, fedele solo a sé stessa e cosciente della propria peculiarità: una perla di inestimabile valore che Madrid farebbe bene a non sottovalutare troppo.
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