A ben vedere, è questa la vera novità. Non tanto che Cina e America si parlino, e insieme alla Russia tornino a spartirsi il pianeta. Quanto piuttosto che a ergersi ad argine non solo spirituale e morale ma anche politico sia proprio Robert Prevost

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Nelle stesse ore in cui a Pechino i leader dei due imperi risorti libavano nei lieti calici, a Roma il Vicario di Cristo veniva accolto dagli studenti della Sapienza con un grande striscione: «La guerra dei potenti da Trump a Bibi — La pace del Papa per i popoli liberi». Se serviva un’allegoria del mondo in macerie e in cerca di un nuovo ordine, eccola qua.
Da una parte Xi Jinping e Trump (con il fantasma di Putin che incombe): si scambiano affari e salamelecchi tra la sala del popolo e i giardini di Mao, tentando inutilmente di tamponare la guerra contro l’Iran e di esorcizzare quella contro Taiwan. Dall’altra parte papa Leone XIV (con lo spirito di Francesco che aleggia): tuona contro il riarmo e le élite, trovando affetto e entusiasmo nello stesso ateneo che nel 2008 salì sulle barricate contro la visita di Benedetto XVI al grido «fuori Ratzinger dalle università».

A ben vedere, è proprio questa la vera novità della fase. Non tanto che Cina e America si parlino, e insieme alla Russia tornino a spartirsi il pianeta in base ai rapporti di forza e alle relative sfere d’influenza: è un processo già in atto, innescato e accelerato dallo sceriffo di Washington. Quanto piuttosto che di fronte al rovinoso disegno neoimperiale e neocoloniale di questa «manciata di tiranni» — per dirla con le sue parole — a ergersi sempre più ad argine non solo spirituale e morale ma alla fine anche politico sia proprio Robert Prevost, il Pontefice di Chicago.
Non l’Europa, purtroppo, i cui leader vagano «soli, insieme» in terra incognita, come dice Draghi. Ma la Chiesa, per fortuna, che sa bene dove andare e cosa dire, di fronte al deismo bellicista del tycoon e dei seminatori di caos e di morte. Sia pure in ritardo, sta prendendo forma la speranza iniziale di questo pontificato.
L’idea cioè che in questo secolo americano si sia manifestato davvero quello che Andrea Riccardi definisce «genio del Conclave». Come successe nel 1978 con il Papa polacco che propiziò il crollo del Muro e dell’Urss, nel 2005 con il Papa tedesco che si schierò contro il jihadismo e il relativismo e nel 2013 con il Papa argentino che caricò sulle spalle la croce dei poveri della Terra schiantati dal capitalismo globale: ora tocca al Papa americano — o all’americano Papa, come scrive Lucio Caracciolo per sottolineare l’impronta sempre più “politica” del suo magistero — depotenziare un presidente suo connazionale che sfascia la Costituzione e abusa del divino, minaccia la Groenlandia e invade il Venezuela, copre lo zar di Mosca e fa bombardare Teheran, fa il patto del diavolo con Netanyahu e trasforma Gaza insanguinata nella Miami del Medio Oriente, fa sparare ai manifestanti per strada e deporta i profughi in catene nel Salvador.
Ogni giorno che passa Prevost assurge sempre più a icona di un’altra America: cristiana e occidentale, trans-atlantica e multilaterale, democratica e liberale. L’opposto di quella forgiata nell’onnipotenza e nell’odio da Trump. L’ateo devoto che sfrutta la religione come instrumentum regni.
Dice di essersi salvato a Butler perché «Dio ha deviato il proiettile». Prega nello studio ovale con gli evangelici che gli impongono le mani sulla spalla. Posta le sue foto sacrileghe seduto sul trono di Pietro o vestito da Cristo che guarisce i malati, mentre i B-2 Spirit sganciano missili e i miliziani dell’Ice uccidono Renee Good e Alex Pretti. Lascia che la direttrice dell’Ufficio per la fede Paula White parli di lui «come Gesù, tradito e falsamente accusato».
Una blasfemia sistematica, praticata con la cinica arroganza di un presidente convinto che la Curia americana si sia salvata dalla bancarotta solo grazie alla sua rielezione. Questa immonda teocrazia trumpiana è incompatibile con la pastorale americana di Leone. Era ora che lo “scisma” avvenisse: oportet ut scandala eveniant, direbbero gli alti prelati Oltretevere.
Eppure la prospettiva non pareva questa dopo la fumata bianca dell’8 maggio 2025. C’era stato quel promettente saluto, «la pace sia con voi», e poi quella formula felice, «una pace disarmata e disarmante». Ma poi poco altro.
D’altra parte, perché un cardinale cresciuto nel Midwest avrebbe dovuto seguire le orme di Bergoglio, il papa latino «arrivato dalla fine del mondo», cioè da un sud globale anti-capitalista e poco occidentale? Quello che diceva «sono solo un prete, un pastore che vuole sentire l’odore delle sue pecore» e che voleva «una Chiesa povera, accidentata, ferita e sporca perché è uscita per strada». Quello che in tonaca bianca andava a piedi a comprare gli occhiali, girava su una 500, dormiva a Santa Marta, baciava i piedi ai carcerati nell’inferno di Regina Coeli.
Prevost è tutt’altro: un Papa curiale. E così è stato nei primi dieci mesi di pontificato. Ma da gennaio tutto è cambiato. La prima crepa l’hanno aperta i tre porporati Cupich, McElroy e Tobin, con un documento durissimo contro l’amministrazione Usa: «Il ruolo morale degli Stati Uniti nell’affrontare il male del mondo, nel sostenere il diritto alla vita e alla dignità umana è sotto esame, la costruzione di una pace giusta e sostenibile viene ridotta a categorie partigiane… ».
Dopo l’attacco all’Iran, lo strappo definitivo. Dal 5 aprile, domenica delle Palme, Prevost ha finalmente cominciato a dare un nome alle cose. Ha ricordato che la pace «non si costruisce con le armi che seminano distruzione, dolore e morte, ma con il dialogo ragionevole e responsabile». Ha tuonato contro chi «si ritiene potente quando domina, chi vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, chi si ritiene grande quando viene temuto».
Il 7 aprile, dopo che il commander in chief aveva annunciato la «distruzione di un’intera civiltà», Leone ha replicato «questo veramente non è accettabile» e ha aggiunto una frase che ha fatto impazzire il già poco lucido Trump: «Invito tutti a cercare il modo di comunicare con i congressisti, per dire che non vogliamo la guerra!».
Un invito rinnovato l’11 aprile, per l’anniversario della Pacem in terris, quando Prevost ha condannato chi trascina «nei discorsi di morte persino il nome santo di Dio, il Dio della vita». Il resto è cronaca dell’ultimo mese: gli insulti del tycoon, «Leone è un debole, non mi è mai piaciuto, lui vuole che l’Iran abbia l’atomica».
Poi la visita di Rubio in Vaticano, con il Papa che regala una penna di legno d’ulivo «simbolo di pace», e il segretario Usa che dona un fermacarte di cristallo a forma di pallone da football: se serviva una prova dell’abisso valoriale e ideale che separa le due Americhe, eccola qua. Ma stavolta più che mai The Donald ha sbagliato bersaglio.
La fermezza con la quale il Pontefice lo ha liquidato («non ho paura di lui, continuerò a parlare a voce alta del Vangelo»). La nettezza con la quale ha difeso la Nato («è un’alleanza molto importante, oggi e per il futuro»). La solidarietà che gli hanno manifestato tutti i capi di Stato (compresa “la sciamana” Meloni). Tutto parla di un impero sempre più debole, e di un Papato sempre più forte. Da laici, sappiamo bene che l’Ecclesia non basta a salvare il mondo. Ma nell’eclissi del vecchio continente, meno male che Leone c’è.