Dopo il 2 giugno, De Gasperi informa “dolorosamente sorpreso” re Umberto della sconfitta monarchica. Ma ci vorranno dieci giorni, ricorsi e vere e proprie battaglie, per riconoscere il voto

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] “Abdico alla corona d’Italia in favore di mio figlio Umberto di Savoia, principe di Piemonte”. Con queste 16 parole re Vittorio Emanuele III, ripetendo il gesto e la formula del trisnonno Carlo Alberto, si fa da parte dopo 46 anni di regno. Sono le ore 15 del 9 maggio 1946.
La cerimonia, breve e un po’ tetra, si svolge nella villa reale di Posillipo, dove il vecchio monarca si è ritirato da più di un anno, dopo aver nominato il figlio Luogotenente del Regno. Meno di cinque ore dopo, i conti di Pollenzo, cioè l’ex re e la ex regina Elena, si imbarcano sull’incrociatore Duca degli Abruzzi per Alessandria d’Egitto.
[…] La notizia rimbalza a Roma con l’effetto di una bomba. Solo il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi sa già tutto da qualche giorno in via ufficiosa. Le polemiche scoppiano furiose. Il nuovo re Umberto II ha subito inviato a De Gasperi un messaggio rassicurante che ribadisce “l’impegno da me assunto in confronto del Referendum e della Costituzione”. E dello stesso tono sono i commenti del comando alleato. Ma il leader comunista Palmiro Togliatti grida all’“ultima fellonia di casa Savoia”, visto che “non può abdicare perché ha già abdicato una volta”. E chiede al capo del governo di assumere ad interim le funzioni di capo dello Stato. Ma gli altri ministri, compreso il socialista Pietro Nenni, ritengono l’abdicazione un “atto interno di casa Savoia”. E Togliatti non insiste: una crisi di governo causerebbe il rinvio del referendum istituzionale e delle elezioni, consentendo al re di riguadagnare consensi. Infatti sullo spostamento del voto puntano i monarchici: se si voterà il 2 giugno resteranno escluse le centinaia di migliaia di italiani ancora prigionieri di guerra all’estero, oltre agli abitanti della Venezia Giulia, le cui sorti restano in mano alle potenze vincitrici. Le sinistre preferirebbero invece che a decidere fra monarchia e repubblica fosse la Costituente, rinunciando a un referendum così incerto. Ma di fronte al no di De Gasperi, devono arrendersi.
La campagna elettorale è infuocata. Sui muri di Roma appaiono scritte “Ha da venì Baffone”, cioè Stalin. La gente accorre numerosa ai comizi dei leader. Anche il re Umberto II percorre in lungo e in largo l’Italia, tenendo comizi e distribuendo onorificenze. Ma ai più stretti collaboratori appare rassegnato, convinto che “la repubblica può reggersi col 51 per cento dei voti, la monarchia no”.
Poi, finalmente, il 2 giugno. I giornali consigliano alle donne, chiamate per la prima volta a votare, di rinunciare al rossetto, per non macchiare la scheda rendendola nulla. Quella sera si susseguono sinistre voci di complotti, colpi di mano e giganteschi brogli pro repubblica.
De Gasperi vota di buon mattino (per la repubblica, secondo la figlia Maria Romana; per la monarchia, secondo il suo fido Mario Scelba e il ministro della Real Casa Falcone Lucifero). E così la regina Maria José, che confiderà poi di aver dato, per la Costituente, la preferenza al socialista Giuseppe Saragat.
[…] I primi risultati cominciano ad affluire al Viminale nella serata di lunedì 3 e sulle prime la monarchia, sia pur di poco, è in vantaggio. Poi, nella notte, il risultato si capovolge. Qualcuno insinuerà che Romita abbia estratto dal cassetto un milione di schede “prefabbricate”. Ma la spiegazione è un’altra: i primi risultati sono quelli del Sud, in maggioranza monarchici, mentre per ultime arrivano le schede del Nord, in gran prevalenza repubblicane. Alla fine la Repubblica ottiene 12.182.000 voti contro i 10.362.000 della monarchia. Delle prime voci di vittoria repubblicana De Gasperi informa “dolorosamente sorpreso” re Umberto. E con lui mette a punto gli ultimi dettagli del protocollo per il passaggio dei poteri, che avverrà non appena la Cassazione avrà proclamato i dati ufficiali.
Ma il 7 giugno tutto va in fumo. Due giuristi padovani presentano alla magistratura un ricorso contro i risultati, calcolati dal governo sul numero dei voti validi e non dei votanti, come vorrebbe la legge. I liberali Cassandro e Cattani sposano la contestazione: conteggiando il milione e mezzo di schede bianche e nulle, la maggioranza repubblicana scenderebbe dal 54.26 al 51.01%: un margine tanto esiguo da poter essere annullato in caso di errori o brogli accertati. L’Unità annuncia: “Un colpo di Stato monarchico è fallito per iniziativa comunista. La forza della risorgente democrazia ha stroncato la losca manovra neofascista”. Tutti attendono con ansia il verdetto della Cassazione, fissato per il 10. Ma quella sera il primo presidente della Corte si limita a dare frettolosa lettura dei risultati giunti sinora: “La Corte… emetterà in altra adunanza il giudizio definitivo”. L’Italia non è più una monarchia e non ancora una repubblica. E rimarrà in questo limbo istituzionale per un’altra settimana.
Il re, irremovibile nel proposito di restare fino al “giudizio definitivo”, si scontra più volte con De Gasperi. Il quale fa la spola tra Quirinale e Viminale (dove il governo è riunito in permanenza), stretto tra la rigidità del sovrano e l’intransigenza delle sinistre. L’11 giugno si festeggia una repubblica non ancora nata: le aziende osservano l’orario festivo, il governo stabilisce che venga distribuita doppia razione di sigarette. Alle 16 l’ultimo incontro tra De Gasperi e Umberto. Il re arriva con 80 minuti di ritardo, dopo che De Gasperi ha più volte minacciato di andarsene. Si dice disposto a delegargli il potere, ma chiede tempo. “Io le parlo come in Sacramento”, ribatte il leader Dc. A me non importa nulla, posso sparire domani. Ho due sole cose a cuore, che ho sempre difeso: l’unità morale e l’unità territoriale dell’Italia. Sono entrambe in pericolo. Non faccia passi falsi. Danneggerebbe oltretutto la dinastia, che finora si è comportata in modo tale da potere in un eventuale domani aspirare a ritornare. Non rovini la sua reputazione”.
[…]
A Napoli si scontrano la polizia e il popolino monarchico dei “bassi”: barricate, spari, assalti alla sede del Pci, 12 morti. Un “Movimento di liberazione del Mezzogiorno” lancia proclami inneggianti a Masaniello e contro la repubblica. La sera del 12 giugno il governo rompe gli indugi decretando un “regime transitorio” in cui “l’esercizio delle funzioni del Capo dello Stato spetta ope legis al Presidente del Consiglio”. Il re apprende la notizia in casa del giornalista Luigi Barzini e si torna a vociferare di un golpe imminente. Umberto dorme da amici, Togliatti dall’ambasciatore sovietico, Nenni da un amico monarchico e neppure De Gasperi pernotta in casa sua. Timori infondati. Il re, contro le pressioni dell’entourage, ha già deciso di partire. Dirà anni dopo: “Se avessi mai pensato che fosse mio dovere, nell’interesse dell’Italia, ricorrere alla forza, non mi sarebbero mancati gli uomini pronti a seguirmi, né i mezzi, né le occasioni. Non ho mai considerato la possibilità perché avrebbe gettato il Paese in una lotta fratricida”. Infatti il “re di maggio” parte da Ciampino per Lisbona su un quadrimotore Savoia Marchetti 95. E, appena atterrato, zittisce i suoi collaboratori che vaneggiano di riscossa monarchica e di ritorno in Italia: “Le monarchie sono come i sogni. O si ricordano subito, o non si ricordano più”. (1. continua)