(di Michele Serra – repubblica.it) – Povera Cuba, che sarà presa per fame dopo un assedio lungo tre quarti di secolo. Stretta tra la sua storia rivoluzionaria che da molti anni le fa sempre più da zavorra e sempre meno da sostegno, e il suo arrogante, debordante vicino, che finalmente può comperarsela. E lo farà.

Ci toccherà sentire “l’abbiamo liberata”, ma anche il più severo critico del castrismo saprà che non è vero. Cuba avrà solo cambiato guinzaglio, e quello nuovo avrà l’ulteriore colpa di essere un guinzaglio imposto da fuori.

Manca fin qui un piano conclamato per trasformarla in un resort per vecchi americani ricchi (tipo l’orribile video di Gaza indorata per l’happy hour dei conquistatori bianchi) ma basta aspettare.

Da un giorno all’altro spunterà fuori, e sarà odioso come tutti i progetti di sottomissione, di cancellazione, di normalizzazione. E come tutto l’immaginario del trumpismo, che è il peggiore incubo di chi crede che il bello sia il contrario del pacchiano, e il giusto sia il contrario della prepotenza.

Spacceranno per “progresso” un ritorno al passato coloniale, quando Cuba era un’inoffensiva dependance dell’America bianca, un grande bordello e un grande casinò. Condotta da un regime così fradicio e corrotto che bastò uno sbarco di mezzi matti per rovesciarlo.

È già tutto scritto, manca solo di conoscere modalità, tempi, dettagli. Molti cubani se la caveranno meglio e avranno tempo di domandarsi se fosse il comunismo o l’embargo a farli vivere così faticosamente. Molti vivranno peggio ma nessuno se ne stupirà, perché il capitalismo è selettivo, non ha tempo da perdere con i poveri.