Mentre le inchieste lo sfiorano è chiara la strategia di iniziare a scaricarlo

(estr. di Francesco Ferrante* – ilfattoquotidiano.it) – […] Per anni il racconto occidentale sull’Ucraina è stato costruito come una sceneggiatura hollywoodiana. Da una parte il bene assoluto, dall’altra il male assoluto. Da un lato “la democrazia”, dall’altro “l’autocrazia”. E nel mezzo, una figura trasformata in simbolo globale: Zelensky, elevato a paladino dell’intera sicurezza europea. Non più comico che suona il pianoforte col pene in televisione, ma attore diventato presidente. E poi presidente diventato eroe. Infine, metamorfosi in brand geopolitico.
[…] Dentro questo Truman show, qualsiasi dubbio diventava propaganda russa. Parlare di corruzione in Ucraina diventava immediatamente “filo-Putin”. Ricordare il peso storico degli oligarchi ucraini era “disinformazione”. Notare che l’invio di miliardi di dollari avrebbe inevitabilmente generato reti di potere, tangenti, lotte interne e arricchimenti personali, era da sabotatori narrativi. Poi però qualcosa cambia. Le stesse autorità anti-corruzione ucraine iniziano a puntare il dito contro figure centrali del sistema vicine a Zelensky. Prima gli scandali energetici, poi le perquisizioni, quindi le dimissioni e infine le accuse di riciclaggio. E ora persino Andriy Yermak, il più potente dell’entourage presidenziale, viene indicato come sospettato in un grande schema di riciclaggio legato a progetti immobiliari e fondi del settore energetico. Ma la parte interessante non è la corruzione in sé. Chi conosce anche solo superficialmente lo spazio post-sovietico sa perfettamente che il rapporto tra politica, oligarchi, apparati economici e servizi è sempre stato strutturale. L’Ucraina non fa eccezione. A voler essere sinceri, neppure l’Occidente può presentarsi come moralmente incontaminato. Il punto vero è un altro: la tempistica. Certe informazioni non escono “per errore”. E non arrivano improvvisamente sulla stampa internazionale perché qualcuno si sveglia e scopre che in un Paese devastato dalla guerra c’è una rete corruttiva gigantesca. Questi dossier esistono da anni. Raccolti, archiviati, monitorati. Ma soprattutto, gestiti politicamente. Ed è qui che la situazione ucraina diventa interessante. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una crescente esposizione mediatica degli scandali interni. Poi a tensioni tra presidenza e organismi anti-corruzione. Infine, ai tentativi politici di limitarne l’autonomia, trasformati a loro volta in oggetto di polemica pubblica. Nel frattempo, però, i nomi coinvolti si avvicinano sempre di più al cuore del potere: ex ministri, uomini dell’entourage presidenziale, partner economici, figure interne all’ufficio di Zelensky. […]
Ed è qui che entra in gioco la vera logica del potere. Nelle guerre moderne nessuno viene scaricato apertamente dall’oggi al domani. Prima cambia il clima informativo. Si prepara lentamente il terreno psicologico, rompendo poco alla volta quell’aura di intoccabilità costruita negli anni. Un processo graduale, silenzioso. Ma abbastanza riconoscibile. E gli esempi storici non mancano affatto. Non perché “gli Usa creino e distruggano tutto”, come spesso si semplifica, ma perché ragionano quasi sempre in termini di utilità strategica, non di amicizia o fedeltà morale. Nella storia americana recente esiste […] uno schema ricorrente: prima si costruisce il “personaggio”; poi arriva protezione politica e copertura mediatica; quindi una lunga tolleranza verso comportamenti discutibili. Tuttavia, poi gli stessi problemi iniziano improvvisamente a finire sulle prime pagine. Ed è qui che si scarica il personaggio, quando diventa più un costo che una risorsa. Nei copioni di Washington, altre evidenze storiche non mancano: lo Scià d’Iran, Ngo Dinh Diem (Vietnam), Noriega (Panama), Saddam Hussein (Iraq), Mubarak (Egitto), Karzai e poi Ghani (Afghanistan). Figure prima sostenute, poi diventate inutilizzabili. Le grandi potenze mai ammettono di “cambiare cavallo”. Prima hanno bisogno di modificare la narrativa. Allora iniziano fughe di notizie, articoli sugli scandali, critiche alla governance, accuse di corruzione, spesso alimentate da fonti anonime improvvisamente molto attive. E oggi come ieri, il consenso mediatico è parte integrante della strategia. Un leader non viene semplicemente sostituito. Prima bisogna desacralizzarlo.
*Col. (Ris) già al Jhq e Covi
Anestesia generale
(Di Marco Travaglio) – Chi ricorda la Procura generale di Milano di Francesco Saverio Borrellli (“Resistere, resistere, resistere”) e di altri monumenti della Giustizia italiana fatica a rassegnarsi all’idea che oggi quello stesso ufficio stia dando una prova tanto imbarazzante di sé sul pasticciaccio brutto su Nicole Minetti. I fatti, grazie al Fatto, sono stranoti. La grazia frettolosamente e incautamente concessa da Mattarella alla pluripregiudicata ex igienista dentale di B. si basa su un parere favorevole di 23 righe della Procura generale sullo “stile di vita successivo al reato che l’ha vista impegnata costantemente in attività umanitarie”, la “seria e concreta volontà di riscatto sociale”, la “radicale presa di distanza dal passato deviante” che fra l’altro era causato da B. e dai suoi “condizionamenti esterni ormai esauriti, da cui la condannata ha dimostrato di essere oggi persona impermeabile”. Purtroppo il Fatto ha documentato che erano balle: la Minetti ha continuato a esercitare il mestiere di prima, nel locale del compagno Cipriani a Ibiza e nella di lui tenuta a Punta del Este. Abbiamo intervistato Graciela, ex dipendente di Cipriani, che racconta di molestie da lei stessa subite e di festini per Vip con ragazze brasiliane, argentine e italiane selezionate e gestite dalla futura graziata. Prima in forma anonima e poi col suo nome al Fatto e infine in video a una tv uruguayana, racconta e riracconta ciò che ha visto in casa Cipriani, vincendo la paura per ciò che potrebbe accaderle in un Paese dove la vita vale pochi centesimi. E, in tv, aggiunge di avere altre cose da riferire, evidentemente ancor più gravi, che però dirà solo “alla Procura italiana che presumibilmente mi convocherà”.
Ma la Procura generale, dove il riesame del parere sulla grazia è affidato allo stesso sostituto che l’ha firmato, fa sapere che non la convocherà perché al suo racconto “mancano i riscontri”. Oh bella, ma se non l’hanno neppure ascoltato! Da quando i riscontri a un testimone si cercano (per escluderli) prima di averlo sentito? Eppure la donna, se vuol dire “certe cose” solo ai magistrati per non passare da “complice” di quanto ha visto e subìto, è perché pensa che si tratti di fatti illeciti ancor più gravi di quelli che ha raccontato ai cronisti. E se due ex colleghe le hanno scritto che è stata “molto coraggiosa” a denunciare e potrebbero confermare le sue parole, è perché i riscontri potrebbero fornirli proprio loro, se non bastasse la sua parola. O il problema è proprio che quei racconti smentirebbero il Pg e dunque Mattarella? È difficile immaginare un simile comportamento della Procura generale di 25 anni fa, con Borrelli al vertice. Ma probabilmente il problema non si sarebbe proprio posto, perché Borrelli non avrebbe mai avallato la grazia alla Minetti.
"Mi piace""Mi piace"
"Mi piace""Mi piace"