La solitudine di Dante. Così sanguigno, così celeste

(Marcello Veneziani) – Gira e rigira, si torna sempre al principio. Cioè a Dante. Di centenari danteschi ne capita uno ogni 56 anni. L’ultimo fu nel 1965, ero bambino ma me lo ricordo. Il 2021 è il settimo centenario della sua morte ed è già un fiorire di biografie dantesche, di eventi on line e di celebrazioni. Ma a Dante Alighieri non si dovrebbe tornare per le ricorrenze, come si fa per certi parenti che un tempo vedevi solo alle feste di Natale (e ora nemmeno). Non si dovrebbe ricordare Dante solo perché fu il nostro migliore compagno di liceo. Arrivo a dire che Dante non va ricordato solo per la poesia, per la Divina Commedia.

Proprio per questo, nei giorni tristi del lockdown, nella prigionia domestica di quei mesi, decisi di tornare a Dante. Tornare a lui come lo scrittore del nostro inizio. Unde origo, inde salus, dov’è l’origine là è la salvezza, è scritto a Venezia nella Basilica della Madonna della Salute. Dante, la nostra origine, la nostra salvezza.

Non ho raccontato la sua biografia e nemmeno mi sono soffermato sull’opera umana più grande al mondo, la Divina Commedia (i libri sacri, infatti, non sono umani). Ma mi sono dedicato al Dante in prosa, che scrive di lingua e di sapienza, di politica e di impero, di patrie e di terra, d’amore, di filosofia e di teologia. Così ripresi Vita nova, che in gran parte è in prosa, ripresi il Convivio e il De Vulgari Eloquentia, il Monarchia e le sue lettere dall’esilio, i suoi scritti cosmologici. Li rilessi, scelsi le loro parti migliori, scrissi un ampio saggio su di lui, non come poeta ma come “pensatore celeste e fondatore d’Italia”. Lo terminai nella Pasqua di Quarantena e ora esce in vista del Natale di semi-quarantena. Dante nostro padre è il titolo che ho voluto dargli, ed esce ora per la rinata Vallecchi (pp.221, 18 euro).

Perché scrivere di Dante oggi? Nessun motivo di attualità, solo ragioni d’eternità, vorrei rispondere. Provo a ricapitolare le ragioni che mi hanno spinto a scrivere di Dante.

La prima, la più elementare, è che Dante ha fondato l’Italia. Dico l’Italia come civiltà, come lingua, come passione. L’Italia figlia della romanità e della cristianità, l’Italia discesa dal latino e disegnata dal volgare. Da anni sostengo che l’Italia non l’abbiano fondata Garibaldi, Cavour, i Savoia ma Dante. Perché l’Italia è nazione culturale, letteraria, fondata sull’arte, il genio, la lingua, la bellezza. Il Risorgimento si rifece a lui nel suo versante più nobile, fu religioso senza essere clericale, come lui. Dante è il profeta dell’Italia che verrà; il suo dolore per la patria assente somiglia alle doglie del parto nella sua mente profetica.

La seconda ragione più profonda è che Dante non è solo un classico da leggere, ma di più, ti trasforma attraverso la sua opera. Non ti offre solo un percorso di lettura ma una via di salvezza, un cammino spirituale, iniziatico, dalla selva oscura al cielo, passando per la patria, lo Stato, la lingua, la tradizione civile e religiosa, la sapienza e infine la visione. Il pensatore visionario, è scritto nel sottotitolo del libro. Dante ci ripropone i temi eterni ed elementari che spesso rimuoviamo: l’anima e il corpo, la nascita e la morte, il bene e il male, i legami di sangue e di fedeltà, il rapporto col mondo e con la terra natia, la vita ultraterrena, la fede e l’immortalità, Dio e gli angeli. Fino a sfiorare il suo cammino esoterico nei Misteri.

Qui si accede a un terzo livello da affrontare per cogliere il senso riposto dell’opera dantesca. E riguarda l’Amore. È tempo di andare oltre le stucchevoli immaginette di Dante innamorato, che ha un colpo al cuore nel vedere Beatrice. Ricordo le lezioni liceali su Beatrice “donna angelicata messa da Dante su un piedistallo”, e tu irriverente pensavi ai manichini della Upim. No, l’Amore per Dante è una via d’accesso all’eternità: chi conduce alla beatitudine si chiama non a caso Beatrice. Spesso abbiamo scambiato Dante per il precursore dei romantici, l’innamorato per eccellenza: ma l’Amore in lui è un cammino iniziatico, platonico, cristiano, verso la salvezza e la visione divina. Un’ascesa che magari parte dagli amori terreni e profani ma sale fino all’amore sacro e divino.

Dante che incontriamo nelle pagine che ho riproposto – e riletto attraverso autori e pensatori che non appartengono ai consueti itinerari danteschi, non rientrano nei percorsi letterari indicati dalle guide – è un Dante che ama il passato, sogna il futuro, venera l’eterno ma combatte contro il proprio tempo, detesta il presente. È tutt’altro che proiettato nella modernità, critica la “gente nova”, il loro orgoglio, la loro dismisura, i loro facili guadagni. È nostalgico, profondamente legato alla luce del Medioevo, si sporge a scrutare il futuro ma lo immagina nelle vesti solenni del Sacro Romano Impero. C’è qualcosa di moderno in Dante? Sì, il suo io. La presenza del suo io, del suo carattere impetuoso e orgoglioso, del suo travaglio personale ed epocale, segna in effetti un salto rispetto alla tradizione impersonale che vola al di sopra della vita mortale.

Infine il paradosso di Dante. Rappresenta la tradizione, è il nostro autore per eccellenza, il più venerato e citato. Ma è un padre che non ha avuto eredi, continuatori. È un profeta che restò inascoltato e tradito, che non ha rianimato la Tradizione. È l’autore più famoso eppure il più recondito, misterioso nei suoi accessi. Dante è uno sconfitto, un inattuale permanente, in conflitto con ogni presente. E’ un Arcitaliano da cui trassero però linfa gli antitaliani, in contrasto con la loro patria. La gloriosa solitudine di Dante, così sanguigno, così celeste.

Panorama, n.50 (2020)

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