Come una fiera ferita, la destra al governo, quando è in difficoltà, si fa più cattiva e dura, più radicale. Mostra la propria faccia. L’opposizione farebbe meglio a evitare sciocche divisioni

(Nadia Urbinati – editorialedomani.it) – I sondaggi indicano gradimenti in calo, eppure nulla sembra scuotere le destre al potere. Le sconfitte sembrano rafforzarle. Il governo Meloni, bastonato al referendum costituzionale e in cattive acque per i conti pubblici, con l’inflazione e la disoccupazione in crescita, e con il difficile riposizionamento nella politica internazionale, ostenta “coraggio” e determinazione a continuare il cammino, con il proposito di cambiare la legge elettorale per assicurarsi, eventualmente, una maggioranza bulgara, come si diceva ai tempi in cui i paesi dell’Est avevano governi longevissimi (e non democratici).

Per fermare la nuova legge truffa sarà necessaria una resistenza politica, dentro e fuori dalle istituzioni. La destra non ama perdere. E, se necessario, va alle scaturigini dei suoi valori politici, mettendo in soffitta le apparenti autocensure utili a darsi un volto costituzionale dopo la vittoria elettorale del 2022. “Noi fascisti? Ma quando mai? Il fascismo è finito e, con esso, l’antifascismo, che è solo un pretesto ideologico per discriminare gli underdog e seminare odio e divisione”. Ebbene, la stessa leader che diceva queste cose nella lettera al Corriere della Sera del 25 aprile 2023, oggi celebra con parole altisonanti l’anniversario della scomparsa di Giorgio Almirante, volontario della Repubblica di Salò, torturatore e ideologo della purezza della razza, fondatore, nell’Italia repubblicana, del Movimento Sociale Italiano.

Sembra paradossale: mentre la coalizione di destra mostra segni di logoramento che a stento riesce a celare al pubblico, al punto che Salvini ha dichiarato pochi giorni fa che, siccome l’economia non va bene per nulla, sarebbe conveniente per il governo chiudere la partita ora; ebbene, mentre si alzano queste voci di insoddisfazione (subito tacitate), Fratelli d’Italia lucida l’argenteria di valore. Dalla timidezza del 2023 alla chiarezza del 2026. Sarebbe utile analizzare che cosa sia avvenuto in questi tre anni. Non può sfuggire il fatto che la stampa, anche quella in teoria critica, si è in questi tre anni molto acclimatata al vento di destra, tanto che alcuni giornalisti hanno bollato l’antifascismo come un anacronismo inutile. In fondo, sembrano dire, l’Italia è una democrazia matura e forte e, finché si può votare (non importa come), non c’è alcun problema. Chi pensa diversamente è, dicono, un massimalista che ha poca fiducia nel gioco democratico.
Non stupisce, dunque, che la destra, di fronte alle difficoltà, sfoderi tutto il proprio radicalismo. Deve farlo perché, nel frattempo, alcune ali estreme hanno spiccato il volo e messo al mondo un nuovo partito. L’attivismo di Vannacci induce i suoi naturali alleati a cambiare passo, lasciandosi alle spalle il moderatismo. La competizione per la ripartizione dei voti spinge gli alleati più a destra. E intanto Vannacci attraversa l’Italia come se già fosse in campagna elettorale, portando a galla il peggio. Al Festival dell’economia di Trento, si sono materializzati gli odiatori dei social, modello Maga. Piazza stracolma per seguire il live show “Zanzara & Pulp: podcast, libertà, opinioni forti” con Cruciani, Parenzo e Fedez. Popolo urlante che scandiva slogan per il Duce e insulti a Elly Schlein. Qualcuno dirà che questa è roba marginale e non rappresenta la destra in doppio petto. E invece la destra di governo e quella di movimento si stimolano e si sostengono a vicenda. E quella di governo, quando annusa la crisi, va alle sue radici più profonde per cercare nuova linfa. La destra si riarma andando più a destra – il moderatismo indotto dall’essere al governo non ha la forza di rigenerarla.

Lo stesso succede negli States con Trump, che, a fronte di sondaggi che lo danno in discesa libera, sfodera una reazione più cattiva e una politica più punitiva: soldi pubblici per risarcire i pro-golpisti del 6 gennaio 2021, un nuovo giro di vite sugli immigrati anche regolari, limitazione del diritto di voto, perdono fiscale a vita per lui e i suoi accoliti, attacco frontale al sindaco di New York per voler tassare Besoz e gli oligopolisti. E intanto, linguaggio al calore bianco contro i democratici, i critici e l’obiettivo raggiunto di far licenziare dalla Cbs il leader della satira politica. Come una fiera ferita, la destra al governo, quando è in difficoltà, si fa più cattiva e dura, più radicale. Mostra la propria faccia. L’opposizione farebbe meglio a evitare sciocche divisioni, come se battere la destra fosse una passeggiata. La destra non sa e non vuole perdere.