Nelle strade di Gerusalemme la resistenza civile fa scudo con il corpo all’estremismo ebraico

(ANNA FOA – lastampa.it) – Si chiama “protective presence”, protezione attraverso la presenza. Non riguarda solo Israele ma molte situazioni di conflitti e violenze. È stata ed è molto usata dall’Unhcr, l’organizzazione Onu per i rifugiati. In Israele se ne parla molto. L’abbiamo vista all’opera nel giorno in cui si festeggiava la presa di Gerusalemme nella guerra dei Sei giorni, Yom Yerushalayim, da sempre una ricorrenza celebrata con entusiasmo dalle destre nazionaliste e religiose, la presa di Gerusalemme e l’inizio dell’occupazione. Negli ultimi anni, in particolare quest’anno, le destre si sono scatenate, i coloni dalla Cisgiordania sono scesi in massa a Gerusalemme, hanno fatto irruzione nella Città Vecchia, aggredito i palestinesi, distrutto i loro negozi, il tutto nell’indifferenza o nella complicità della polizia. Ma c’erano gli attivisti dei gruppi che si battono contro Netanyahu e il suo governo. Vestiti di un giubbotto viola, si sono frapposti con le braccia distese fra gli aggressori e gli aggrediti, cercando di evitare aggressioni e violenze. Sono pacifici, senza armi, a differenza dei coloni, riuniti in gruppi misti di ebrei e palestinesi, in organizzazioni importanti come Standing together o il New Israel Fund. I gruppi erano composti soprattutto di ebrei, perché l’intento di fronte a quelle violenze è proprio quello di frapporre il corpo di ebrei degli attivisti a difesa di quello dei palestinesi.
Anche se nei giorni scorsi sono stati particolarmente visibili nelle strade di Gerusalemme, non si limitano a agire in città o nelle manifestazioni settimanali che li vedono protagonisti. Operano ormai da molto tempo in Cisgiordania. Da anni si sono dedicati a ripiantare e a proteggere gli ulivi dei palestinesi, sistematicamente distrutti dai coloni. Con il progredire delle violenze in Cisgiordania, hanno iniziato ad andare a dormire nelle case dei palestinesi. Portano i loro bambini a scuola, li proteggono con la loro presenza, documentano col telefonino le violenze di coloni ed esercito. Alcuni gruppi dagli Stati Uniti, da organizzazioni come Rabbini per i diritti umani, che organizzano nei villaggi palestinesi stages di attivisti ebrei americani, sempre allo scopo di frapporre ebrei, corpi ebraici, a protezione dei palestinesi. Ma con il progredire delle violenze, anche questa riluttanza dei fanatici a colpire gli ebrei sta diminuendo. Per loro, sono terroristi. In fondo anche razzisti come loro, che finora distinguevano fra ebrei e palestinesi, ben possono assimilare gli attivisti ebrei ai non ebrei e colpirli come fanno con loro.
Anche nelle università cresce il ruolo protettivo di professori e studenti ebrei verso i loro colleghi palestinesi. Recentemente, in occasione della giornata in ricordo della Nakba, l’espulsione da Israele dei palestinesi nel 1948, gli studenti arabi di un’importante università si sono riuniti in un’aula a discutere sull’organizzazione della loro protesta. Improvvisamente ha fatto irruzione un deputato del partito di Ben Gvir, coi suoi accoliti. Volevano sfondare la porta dell’aula dove c’erano gli studenti palestinesi. Fortunatamente studenti, docenti e fin le guardie di sicurezza dell’Università hanno fatto muro e li hanno cacciati. Il deputato, andandosene, ha minacciato pesanti conseguenze all’Università.

Ricordare questi fatti ci impedisce, credo, di considerare che in Israele è tutto perduto. Se per ogni Ben Gvir, per ogni Netanyahu, per ogni terrorista razzista e fanatico ci fosse qualcuno che si frappone disarmato contro l’odio… Se una generazione di “protettori” crescesse in quel terreno di violenza e razzismo, come abbiamo visto nel caso degli attivisti, anch’essi disarmati, della Flotilla, in un contesto che è dieci volte più duro quando ad essere colpiti sono i prigionieri palestinesi, allora credo che davvero Israele potrebbe rinascere come una fenice dalle sue ceneri. Ceneri, a differenza di quelle di Gaza, immateriali, il frutto della distruzione dell’etica, della giustizia, dei valori. «Signore, quanti giusti servono perché tu non distrugga Sodoma?», chiedeva Abramo a Dio. Oggi, nonostante tutti gli ingiusti che vi proliferano, e l’indifferenza di chi li tollera, ci sono ancora giusti in Israele. Ma fino a quando?