I costi della guerra all’Iran. Trump bombarda i debiti pubblici: su gli interessi, l’Italia sotto schiaffo

I costi  della guerra all’Iran. Trump bombarda i debiti pubblici: su gli interessi, l’Italia sotto schiaffo

(diFrancesco Lenzi – ilfattoquotidiano.it) – Per trovare un tasso di rendimento come quello attuale sui titoli di Stato americani con scadenza a 30 anni si deve tornare indietro di oltre due decenni, a prima della grande crisi finanziaria. Se il 2026 era iniziato con l’aspettativa che l’inflazione fosse ormai sotto controllo e niente avrebbe impedito al nuovo capo della Fed di iniziare a tagliare i tassi come chiedeva il presidente Trump, l’attacco di Usa e Israele all’Iran ha completamente ribaltato lo scenario. Il principale elemento su cui ci si interroga, cercando di trovare un senso alle parole sempre più ondivaghe dell’amministrazione americana, è la tempistica per la riapertura dello Stretto di Hormuz e il ritorno ai normali flussi di navigazione, perché da ciò dipende l’intensità con la quale lo shock energetico diventerà uno shock inflattivo.

Sfumata ormai la possibilità che la Fed tagli i tassi nei prossimi mesi, cosa a cui lo stesso Trump sembra ormai rassegnato, il rischio che l’inflazione riprenda a crescere e necessiti di tassi d’interesse più elevati per ritornare sotto controllo ha scatenato le paure dei detentori di titoli di Stato a lungo termine. E la paura s’è trasformata in vendite, col conseguente rialzo dei rendimenti. Il trentennale Usa la scorsa settimana è arrivato a rendere il 5,2%: circa 60 punti base più che a febbraio. Anche sui decennali i rendimenti sono cresciuti di 60 punti, superando il 4,6%.

I rialzi, però, non riguardano solo i titoli a stelle e strisce. Per le stesse ragioni, ovunque nel mondo le scadenze a lungo termine hanno visto salire i rendimenti e anche i mercati obbligazionari che godono della reputazione più solida non ne sono rimasti immuni. Il Bund tedesco a trent’anni, considerato l’equivalente europeo del Treasury americano per qualità creditizia e liquidità, ha visto il proprio rendimento avvicinarsi alla soglia del 3,2%, circa 40 punti sopra l’inizio dell’anno. Analoga la dinamica in Giappone, dove la Banca centrale ha da tempo avviato un lento ma significativo abbandono della politica di controllo della curva dei rendimenti: il trentennale nipponico ha superato il 4%, un livello che non si registrava dal 1999, cioè da quando questa specifica scadenza è stata introdotta dal governo di Tokyo. Se per Germania e Giappone si tratta principalmente di un aggiustamento a un nuovo regime di tassi globali, altrove le pressioni sul mercato obbligazionario possono alimentare segnali più preoccupanti.

In Gran Bretagna la situazione ricorda, con qualche variazione, i mesi difficili del 2022. Il Gilt a trent’anni la scorsa settimana ha superato il 5,8%, trascinato da una combinazione di fattori dalla miscela potenzialmente esplosiva: l’inflazione che fatica a scendere, la fragilità della sterlina esposta al rialzo del dollaro e una manovra di bilancio che prevede un ricorso al mercato ben superiore alle attese, con emissioni nette di titoli di Stato che potrebbero superare i 350 miliardi di sterline nei primi sei anni. Il mercato si interroga sulla capacità del governo Starmer di tenere il punto su una politica fiscale percepita come espansiva in un contesto in cui il costo dell’energia importata rischia di ridare fiato all’inflazione.

In Francia e in Italia le dinamiche sono in parte differenti, ma il risultato, per le casse pubbliche, è simile. Parigi paga il prezzo di un quadro politico che non riesce a trovare una solida maggioranza parlamentare e di un disavanzo che stenta a rientrare nei parametri Ue: lo spread con il Bund si è allargato oltre i 60 punti base, territorio che non si vedeva dalla fase più acuta delle tensioni sui debiti sovrani dell’Eurozona. Roma, alle prese con una crescita anemica che si riflette sul rapporto debito/Pil, vede il proprio decennale attestarsi intorno al 3,7%, mentre la scadenza a trent’anni ha superato il 4,6%: ogni punto in più di rendimento si traduce, al momento del rinnovo delle scadenze, in miliardi aggiuntivi di interessi che pesano sul bilancio pubblico.

Gli effetti si trasmettono anche al settore privato: le obbligazioni corporate e bancarie, come il credito alle piccole e medie imprese per operazioni a medio/lungo termine si riprezzano verso l’alto, stringendo le condizioni di finanziamento in un momento in cui la domanda interna fatica a svilupparsi. Con il passare del tempo gli studi sui possibili scenari stanno abbandonando l’ipotesi che da questa crisi si possa uscire con un impatto limitato. Gli operatori sembrano sempre più convinti che, anche se Hormuz dovesse tornare alla normalità durante l’estate, il prezzo del petrolio possa rimanere impantanato sui 100 dollari al barile, con effetti significativi sulla dinamica dei prezzi al consumo. In queste condizioni l’inflazione potrebbe tornare a superare il 4% nel corso dell’anno in gran parte dei Paesi sviluppati, costringendo le banche centrali ad avviare una nuova fase di restrizione monetaria, che peserebbe soprattutto sulle economie più fragili, come quella dell’Italia: da un lato la spesa per interessi che lievita a ogni rinnovo del debito, dall’altro la necessità di spendere per sostenere famiglie e imprese contro il caro energia, ma senza perdere la fiducia dei mercati.

Lo spazio di manovra si fa così sempre più stretto e la soluzione più dannosa, quella dei tagli su investimenti e spesa sociale, diventa la più probabile. Ma questa stessa tempesta che sta erodendo i margini di manovra degli Stati e pesando sulle condizioni di finanziamento di tanti, per altri diventa una finestra di opportunità. Non solo le società petrolifere, che di nuovo ingrassano i propri bilanci, ma anche chi ha disponibilità liquide ed è a caccia di reddito fisso con un orizzonte a medio-lungo: comprare debito sovrano di qualità oggi, a questi livelli, può essere una scommessa remunerativa come non si vedeva da decenni.