
(Salvatore Bianco – lafionda.org) – Pare che la Storia con la S maiuscola abbia calzato di nuovo «gli stivali delle sette leghe» e a passi da gigante ci stia trascinando Motu proprio nel precipizio della guerra. E sarebbe l’Europa stessa, nel suo complesso, la prossima vittima sacrificale di uno scontro diretto armato, catastrofico, contro la Federazione Russa.
Il circo mediatico di completamento, poi, si incarica di condire il tutto con discorsi di «crolli», «crisi» e «catastrofi imminenti». A tale rappresentazione sull’inevitabilità dello scontro con la Russia contribuiscono attivamente anche esperti di geopolitica ed «epistocrati» di economia mainstream. E anche questi ultimi pure anteponendo, come fattore esplicativo, l’«economico» rispetto alla più ricorrente «volontà di potenza», nella maggioranza dei casi, pur modificando l’ordine degli addendi, concorrono attivamente alla narrazione dominante: lo spazio europeo sarebbe, per tutti costoro in rotta di collisione ineluttabile con la Russia di Putin. Come la traiettoria di un meteorite proveniente dalle profondità dello spazio. La domanda allora smette di riguardare il Che fare per limitarsi a dettagliare solo il quando e il come tutto inesorabilmente si compirà. Ma da cosa sono accomunati i due differenti racconti, quello geopolitico e quello più «economicista», da pervenire ad esiti più o meno analoghi? In buona approssimazione, da un dato di partenza inesorabile che ne determina in anticipo la traiettoria successiva, solo che i «geo-politologi» individuano nella «proiezione di potenza» quel vettore, là dove gli economisti, anche quelli di orientamento più critico, identificano quel vettore nel «mercato» che produrrebbe tutto quanto il resto, con un riflesso quasi automatica sulla politica e le decisioni che ne derivano. Ma cosa manca di sostanziale a queste differenti «narrazioni» che rischiano di relegare l’umano al ruolo di semplice comparsa? Forse ciò che della modernità politica ne è stata la causa: che sono i popoli e, segnatamente, chi sta più in basso nella scala sociale a fare la storia e a costruire, con livelli sempre maggiori di consapevolezza, quelle istituzioni sociali e politiche in grado di spostare dai pochi ai molti l’esercizio della sovranità. Al riguardo, con qualche fondamento si potrebbe interpretare la storia moderna, con le sue lotte e rivoluzioni come un meccanismo di progressivo espulsione dal basso del «privilegio». Secondo questa chiave ermeneutica, il «conflitto sociale» ha dapprima identificato il «nemico» per poi sconfiggerlo ed emarginarlo. Emblematica l’affermazione dell’abate Sieyès nel suo celebre opuscolo del 1789, Che cosa è il Terzo Stato?: «Se si eliminassero l’ordine privilegiato, la nazione non sarebbe qualcosa di meno, ma qualcosa di più». Questo sarebbe avvenuto in occidente dapprima coi re, per poi proseguire con la «nobiltà» e da ultimo si è tentato di liquidare la «borghesia» tramite il ben più consistente «proletariato». Si potrebbe leggere allo stesso modo il lungo plurisecolare travaglio degli assetti politico-istituzionali: dall’assolutismo monarchico, al liberalismo fondato sul «censo» e ancora, più di recente, le democrazie costituzionali e fino ad arrivare ai vari «esperimenti profani» di socialismo. Peccato solo che questo processo non si sia svolto nel vuoto pneumatico di forze sociali, collocate in alto, che una volte battute sono state definitivamente emarginate dalla storia. In effetti, in una logica ingenuamente quantitativa, si sarebbe indotti a pensare che il dato numerico dei tanti e poveri collocati in basso avrebbe avuto ragione alla lunga dei pochi «privilegiati» posti in alto. Ma si dà il caso che quei pochi, esclusi o ridimensionati come ad esempio nella breve stagione socialdemocratica, in Europa, dei trenta gloriosi del secondo dopoguerra, sono anche i più potenti e nelle condizioni di contrattaccare. Così è stato. In un’inedita lotta di classe scatenata dall’alto, a seguito di una vera e propria rottura rivoluzionaria di paradigma socioeconomico, si è assistito all’archiviazione dello stato sociale keynesiano in una manciata di anni (gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso). Si è avviato da quel momento un processo di crescente concentrazione e centralizzazione di potere politico e finanziario in una sempre più ristretta oligarchia che ha prodotto un nuovo ordine compiutamente post-democratico.
In ogni caso, anche in un contesto di rapporti di forze capovolto dalle «dure repliche della storia», rispetto a quello auspicato, con l’alto e minoritario a dominare il campo, pare che l’impianto interpretativo «classista» di fondo, dei pochi contrapposti ai molti, venga confermato ed è comunque capace di catturare molti più fenomeni del presente. Viceversa, quel tipo di approccio geopolitico o anche economicista, sopra richiamati, tendono a sottovalutare esattamente quell’elemento dinamico e soggettivo che pare invece caratterizzare il paesaggio sociale e politico, in occidente, dalla modernità in poi. L’essere sociale appare sacrificato in entrambi gli approcci, vuoi per una ricostruzione storica troppo compatta, solo istituzionale e diplomatica, che non considera nella giusta misura le dinamiche sociali e le sue articolazioni in classi e vuoi perché, nel secondo racconto, l’economia appare granitica nei suoi effetti quasi meccanici sulla politica. Per fortuna pare non sia così. Ci sono momenti di rottura anche traumatici dell’egemonia, come quello attuale, dove il capitalismo occidentale è solo in grado materialmente e culturalmente di offrire guerre in serie. Questo apre pur nella indubbia drammaticità della fase uno spazio enorme per un recupero di consapevolezza delle coscienze da parte dei subalterni. Anche sul piano interno siamo in una congiuntura caratterizzata da una perdita catastrofica di legittimità dei gruppi dirigenti, che reagiscono con la costruzione dell’emergenza permanente secondo una logica di puro dominio con la complicità dell’elettronica.
Forse può allora risultare più produttivo permanere all’interno di quelle mappe nautiche ipotizzate, che serve magari aggiornare alla luce della nuova fase storica da apprendere con il pensiero. Ne consegue: che così come l’ascesa della «borghesia», prima, e la forza del «proletariato», poi, avevano prodotto rilevanti cambiamenti negli assetti di potere preesistenti, allo stesso modo, anche l’affermazione della nuova «aristocrazia del denaro» trionfante si è addensata in un quadrilatero del potere. I suoi vertici sono rappresentati, sempre solo in occidente, dal potere politico tradizionale, dal potere finanziario, dal potere mediatico e dal più risalente «complesso militare-industriale». Quello che è accaduto con le ultime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, capofila del blocco capitalistico occidentale, è esattamente questo passaggio dalla post-democrazia a una forma di anarco-capitalismo guerrafondaio. Si tratta di un agglomerato di poteri con la spasmodica necessità di procacciarsi un sottostante materiale, fatto di risorse e materie prime, per continuare ad alimentare la «bolla» ipertrofica di Wall Street. Dunque, la guerra è una necessità non per la Storia in quanto tale, ma per questa inquietante configurazione politica che l’occidente collettivo al suo interno ha prodotto. Sul piano culturale, la caratteristica più ostentata è una particolare concezione di libertà, che non è più intesa come un diritto inalienabile appannaggio di ciascuno e neppure una prerogativa del mercato, più opportunamente da segmentare e sorvegliare, piuttosto un privilegio di quei pochissimi che possono contare su di un potere illimitato di armi e denaro. Sul piano simbolico, poi, un siffatto potere neofeudale, obbligato a disconosce e sfruttare senza pause, dovrà dotarsi di un sofisticato sistema di liturgie e riti del potere, che ne giustificano agli occhi dei più un ruolo così scandalosamente sovraordinato. Inevitabile pertanto l’uso capitalistico della religione e l’adozione di un più spregiudicato dispositivo di autolegittimazione da parte di questi «nuovi padroni del mondo», messo a punto in particolare dal gruppo di Peter Thiel, che molto opportunamente Carlo Galli ha riassunto nella formula di una nuova «teo-tecnologia». Attraverso questo particolare meccanismo potranno moltiplicarsi a dismisura i capri espiatori che verranno opportunamente rinominati agenti dell’anticristo, per interporli ed usarli letteralmente come spauracchi. La scommessa ben più prosaica è quella di abituarci poco alla volta mediante la normalizzazione della guerra e la naturalizzazione del dominio, in stile «rana bollita», alla nuova distopica condizione di assoggettamento e subalternità permanente.
Ma da quello stesso impianto interpretativo, del «basso» contrapposto ad un «alto», possiamo ricavare l’antidoto critico per l’agire politico collettivo. Come fatto cenno, siamo nel bel mezzo di una rottura egemonica, che l’ideologia guerrafondaia sta cercando molto a fatica di colmare. Si apre uno spazio di possibilità per una politica dal basso, magari non immediatamente istituzionale ma con potenzialità costituenti non banali. E in questo caso la riattivazione di quel meccanismo di esclusione dal basso riguarderà esattamente il ripudio di quel dominio che una sparuta oligarchia sempre più armata sta esercitando per guadagnare tempo e preservarsi. La contraddizione determinata, che la migliore tradizione del pensiero dialettico ci invita sempre a scovare, è rappresentata dall’essere contro la guerra, a cui il sistema ha fatto sempre ricorso nella storia per sigillare il potere costituito. E in questo quadro, già di suo desolante, è risultata ancora una volta l’inconsistenza impalpabile del liberalismo, che si scioglie come neve al sole ogni qual volta la cruda contingenza di rapporti di forza scandalosamente sbilanciati in alto ne richiedono l’archiviazione. Ovviamente non per cambiarli quei rapporti di forza piuttosto blindarli con modi spicci per assicurare il meccanismo ferreo dell’accumulazione. Quando il gioco si fa duro, il capitalismo più selvaggio e predatorio proietta il suo vero volto nella sfera politica, riponendo le «maschere di carattere» in precedenza esibite. Siamo in un certo senso ad un bivio: o recuperiamo il filo interrotto di una politica che dal basso, per quel che si deve, e dall’alto delle istituzioni, per quel poco che si può, recuperi un disegno di liberazione coerente con le esigenze delle classi popolari oppure siamo perduti per sempre. Perché gli effetti sul corpo sociale e sulle antropologie dei singoli individui di questi continui maltrattamenti, di questa assenza di orientamento e di finalità è devastante. Noi siamo «costruttori di senso» e dunque se non ce lo formiamo da noi questo senso attraverso il legame sociale e la lotta per il riconoscimento, necessariamente ci viene imposto dall’alto con modalità aberranti. Da un complesso finanziario, militare e comunicativo che sta rendendo tossica, non solo in senso metaforico, l’aria che respiriamo ogni giorno. Pensiamo sia questa la nuova frontiera dello scontro e del conflitto nei piccoli come nei grandi spazi del mondo che attualmente abitiamo, per «una società più ricca di vita collettiva» come immaginava Gramsci.