Guardia Sanframondi e il peperone ripieno

(Raffaele Pengue) – Un tempo, quando il vecchio padre abate del monastero guardiese proibiva ancora ai suoi novizi di metter piede nel ballatoio della perdizione politica di piazza Castello, la diffusione del verbo presso la massa non ancora digitalizzata di Guardia era affidata ai vecchi predicatori, ossia a vecchi avvocati e medici d’area per i quali non valeva il voto di castità municipale. Poi venne il Decennio e con esso la riforma della regola, i voti furono sciolti e così il nuovo padre abate iniziò a istruire i suoi fraticelli a esporsi senza rischio alle tentazioni del radicalismo chic (gli esercizi spirituali includevano sbiancamento dei denti, sedute di bon ton con i nuovi ospiti stranieri, l’insegnamento del Dolce stil novo, lezioni di arte e di dizione e soprattutto libriccini promozionali e formule devozionali pronte all’uso). Con i risultati che sappiamo.

Da quando dieci anni orsono sono comparsi a fianco del padre abate (quello con un Io grande quanto la sua panza, per intenderci) la comunità è cambiata, si è socializzata (nel senso di Facebook). Il Mattino e il Sannio escono ogni settimana con uno speciale di tre pagine di foto tutte dedicate all’antico borgo dei Sanframondo. I fraticelli, il Novices Team (vabbè…), ovvero i prodi portavoce-spin doctor-supporter motivazionali, raccontano, suggeriscono il cambiamento giornalmente ai cittadini, agli italiani e al mondo intero. Ma soprattutto i miracoli e le meraviglie compiute dal nuovo abate (altre ne arriveranno, di narrazioni nelle prossime settimane). Insomma, gente che nella vita rappresenta i laqualunque, ora sono i nuovi fenomeni. Influencer, advertisers, tour operators. Il bello, o il brutto, è che ci credono. Compresa ovviamente la claque, comme il faut. Roba che un tempo faceva alzare il sopracciglio almeno a qualche frate laico.

I Ferragnez di Guardia hanno fatto innamorare i loro concittadini. Una roba mai vista. A breve si andrà a votare e qualora riconfermati si arriverà al punto che al Comune bisognerà aggiungere alla casella postale un contenitore da un metro cubo per contenere tutte le lettere d’amore a loro indirizzate. Nella storia di questa comunità (ma anche in quella monarchica) mai era successa una roba del genere. Tutti ci invidiano, ci copiano e ci elogiano in tutto il mondo, siamo i migliori: in tutti i monasteri d’Italia non si parla d’altro. Durante il lockdown come abbiamo indossato noi la pandemia da Covid non l’ha indossata nessuno al punto che americani e brasiliani oggi fanno a botte per fidanzarsi con noi.

Guardia ora è nelle loro mani. E non solo per i prossimi assetti istituzionali ma anche per le questioni d’amore e di sesso. Ora, potremmo almanaccare per settimane – e chissà, forse lo faremo – su di loro e su quale tratto del padre abate si ritrovi oggi nella fisionomia di questi fraticelli irreprensibili, ma non ne varrebbe la pena. Non ne vale la pena perché questa comunità è irrimediabilmente persa e il Decennio appena trascorso ha lasciato solo cadaveri riempiti dagli imbalsamatori di formaldeide e di altre sostanze utili a preservarli. E si continua a seguire sempre lo stesso modello: quello, proceduralmente affine ma più prosaico, del peperone ripieno. Si finge di tagliare via la calotta al vecchio, lo si svuota con nonchalance della sua storia e lo si farcisce con un trito di proprio gusto, nel migliore dei casi insapore, più spesso indigesto o rivoltante. Poi se lo mangiano, e se gli gira mettono pure la foto del piatto su Facebook.

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