
(di Michele Serra – repubblica.it) – Sarà per l’età e i ricordi annessi (Fiat Seicento, Fiat Millecento D, Fiat Millecinque, Fiat 131, Fiat Uno, Fiat Punto: furono le automobili di mio padre), ma l’arrivo sul mercato di una nuova Fiat, anzi due, è una notizia che ancora un poco mi tocca. E posso dirlo più serenamente ora che questo giornale è in altre mani.
Mi tocca anche perché di nuove Fiat ce ne sono state ben poche, negli ultimi decenni, e si pensava che quell’inceppo produttivo fosse ormai irreversibile, uno dei tanti segni del declino industriale italiano, della finanziarizzazione di quel gruppo e di quella famiglia, sempre più lontana dalle fabbriche e sempre più vicina alle Borse. Per altro, niente è eterno, e Fiat poteva benissimo essere una parola novecentesca, rimpiazzata da nuove parole cinesi. Di marchi ormai sepolti ce ne sono a bizzeffe, la memoria di ognuno di noi è piena di oggetti, merci, simboli che il tempo si è portato via.
Ora, non sono un addetto ai lavori e non saprei dire che cosa ci sia di davvero “italiano” nelle nuove Fiat in arrivo. E che cosa invece discenda dall’ibridazione con americani, francesi e quant’altri. Ma l’idea di una “nuova Fiat” è qualcosa che un poco mi appartiene, come italiano stagionato.
In quanto ex proprietario di una 127 usatissima che ruppe il motore ad Ancona, neopatentato grazie alla Cinquecento azzurra di mio fratello sulla quale imparai a fare la “doppietta” (cambio non sincronizzato, i meno giovani sanno di quale epopea sto parlando), autore di una “Ode alla Duna” in occasione del memorabile “Dunaraduno” di Cuore, beh, mi sento partecipe di questi inattesi segnali di vita. Per noi novecenteschi le merci ebbero un ruolo da protagoniste, e le automobili sono state quasi esseri viventi. Della finanza, a conti fatti, ce ne importa un fico.
Montezemolo non mi è mai piaciuto ma ho letto che di recente ha detto: “togliete il cavallino da quest’auto..”, riferendosi al nuovo modello Ferrari di supercar elettrica. Meno male che l’ha detto lui e arrivo secondo se dico che è veramente brutta, un’offesa a quello che fu il “design italiano”.
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