Dalla legge elettorale alle nomine, passando per il premierato, è un carosello di rinvii

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Se sbagli una volta, poi t’assale la paura. Ti paralizza, t’impedisce di decidere. Ti toglie sicurezza, specie se l’errore è stato grave. Succede, in politica così come nella vita. Sta succedendo adesso al governo Meloni. Dopo il referendum sulla giustizia: doveva essere un trionfo, è stato un tonfo. E da quel momento l’esecutivo più decisionista annaspa nell’indecisione.
Ne è prova, per esempio, la legge elettorale. Urgente, necessaria, indispensabile per evitare che vincano quegli altri. Già, ma quale legge? Giorgia Meloni si era impegnata pubblicamente a ripristinare le preferenze, dopo vent’anni di listini bloccati. In realtà non le vuole nessuno, forse nemmeno lei.
Sicché si traccheggia, s’alzano segnali di fumo, si studiano escamotage per trasferire la scelta dalla commissione all’aula, dove il voto è segreto, dunque non si potranno mai conoscere i colpevoli del loro affossamento. D’altronde, a questo punto, non si conosce neanche il testo. O meglio: ce ne sarebbe uno, sul quale si sono esercitate le audizioni di dottori e professori; ma è già in forno un testo bis, l’appetito vien mangiando.
E i sapori di quest’ultima pietanza? Inizialmente lorsignori avevano previsto d’elargire un premio in seggi per chi avesse superato il 40 per cento dei consensi; ora spostano l’asticella al 42 per cento, sai che rivoluzione. E con meno deputati in confezione regalo, però quanti non si sa.
C’era l’eventualità del ballottaggio tra le due coalizioni più votate, e invece no, hanno cambiato idea. Soglia di sbarramento al 3 per cento, sennonché pensando e ripensando s’aggiunge un posto a tavola per il miglior perdente di ciascuna coalizione. Via i collegi uninominali, anche se alla Lega questa soluzione procura il mal di pancia. Sul resto si vedrà, sempre che in ultimo si decida di decidere.
E poi c’è la madre di tutte le riforme, promessa al popolo plaudente entro la fine della legislatura. Che tuttavia ha imboccato già l’ultima curva, ancora orfana di cotanto senno. Dov’è finito il premierato? E perché non se ne trova traccia? L’elezione diretta del presidente del Consiglio ottenne il timbro del Senato nel giugno 2024; successivamente è rimbalzata nella commissione Affari costituzionali della Camera, e dopo due anni giace ancora lì.
Troppo pericoloso il referendum cui dovrebbe sottoporsi alla fine della giostra, dato che Renzi ci rimise la poltrona. Meglio battezzarlo dopo le prossime politiche, e intanto in questa legislatura incassare la doppia approvazione delle assemblee parlamentari. Mancano però tre votazioni: montagne russe, con l’aria che tira. Sicché in ultimo prevale la paura; e la paura — diceva Publilio Siro — non ha mai portato nessuno alla vetta.
In altri casi l’indecisione è figlia dei veti incrociati, dei bisticci tra i compari della stessa maggioranza. Accade sui temi economici — dalle tasse alle pensioni — dove il ministro Giorgetti è un uomo solo contro tutti. Accade sui diritti — dallo ius scholae all’eutanasia — dove Forza Italia spinge, Fratelli d’Italia frena. E accade, tra lamenti e tormenti, sulle nomine.
La Consob è senza presidente dall’8 marzo, mentre i vari candidati cadono come birilli a uno a uno. Sulla presidenza dell’Antitrust (vacante da tre settimane) si succedono infruttuosamente vertici e riunioni di governo, benché la scelta spetti ai presidenti delle Camere. Quanto alla Rai, non ne parliamo: la commissione di Vigilanza non ha il suo presidente da un anno e mezzo, mentre la maggioranza fa mancare il numero legale disertandone le sedute. Insomma, un carosello di rinvii; ma se rinvii troppo il parto, rischi d’uccidere il bambino.
Anche l’opposizione, tuttavia, parrebbe vittima di questa stessa sindrome. Le elezioni s’avvicinano, però manca tutt’oggi un programma, un progetto condiviso tra i partiti del centrosinistra. Non servono le 281 pagine, distribuite in 12 capitoli, firmate da Prodi nel 2006. Basterebbe un’intenzione comune sulla politica estera, su quella economica, sui diritti di cittadinanza. E basterebbe stabilire quantomeno il metodo per la scelta del leader, con le primarie oppure senza, e che tipo di primarie, e quando. Sì o no; non è più permesso dire boh.
“Anche l’opposizione, tuttavia, parrebbe vittima di questa stessa sindrome. ” Dice Ainis.
Quale opposizione?
Chi sono i leader dell’opposizione?
Chi comanda nel piddì?
I fascisti al governo hanno vita facile, prima la scelta di Letta per isolare l’unico avversario dell’establishment e ora… in tanti nel piddì per imitare Letta e ingraziarsi i soliti potenti che tanto una cadreghina te la elargiscono lo stesso.
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