Il genio resta bambino per tutta la vita

(Marcello Veneziani) – Qual è il segreto dell’artista geniale? Restare bambino per tutta la vita. Stupirsi e stupire, vedere il mondo come un sogno e un incanto. Penso a Ingmar Bergman senza entrare negli abissi dei suoi film. Film grandiosi, che ti restano dentro per una vita e non per una serata, quando riesci a superare il punto di rottura con la vita ordinaria. Ma è una cosa che riguarda non solo lui. Vi parlo di Bergman come eterno bambino, come genio vecchio e infantile. Così fu Salvador Dalì, per esempio. O Giorgio De Chirico. Così fu Federico Fellini, che vide il mondo con gli occhi sognanti e meravigliati di un bambino e per certi versi la stessa cosa accadde al cinema onirico di Bunuel e rischia di esserlo Almodovar, come rischiò di diventarlo Carmelo Bene. Così fu Borges, vecchio, cieco e bambino: c’era qualcosa di giocoso e fanciullesco nella sua poesia, come un bambino che costruisce e poi disfa i mondi come castelli di sabbia. Vi risparmio Pascoli ma ci siamo capiti.

Bergman fa parte di quella schiera di bambini eterni e creativi. I suoi novant’anni sfiorati lo restituivano all’infanzia, ma tutta la sua opera si può spiegare con il filo dorato dell’infanzia. Solo un bambino può pensare di rendere cinematograficamente l’invisibile, l’anima e gli stati d’animo, il silenzio e il sogno, la fede e la malattia, la morte, la luce e il buio. Bergman scoprì il bambino che covava dentro quando raccontò il mondo con gli occhi dell’infanzia in Fanny e Alexander (nella foto). Ora leggo con sorpresa una testimonianza di Tullio Kezich su Fellini che considerava Bergman un bambino, geloso dei suoi giocattoli, i film. Un bambino accusa l’altro di tenere ai suoi giocattoli. Entrambi rimasti bambini, entrambi da veri bambini amanti di Charlot, entrambi portati a descrivere il mondo con stupore infantile, ma l’uno in versione desolata e ibseniana, come si conviene ad un uomo del nord; l’altro in versione più festosa e giocosa, come si conviene ad un romagnolo mediterraneo e poi romanesco.

Tutta la grande poesia nasce dal bambino che si stupisce di vivere, di essere e di svanire. Vorrei dire tutta la grande arte è la ripresa giocosa del mondo, il tentativo di far coincidere creazione e ricreazione. Un bambino morto riposa dentro di noi, diceva Curzio Malaparte che amava bamboleggiare anche da grande; ma a volte si sveglia e sussurra, anzi in un vero artista non muore mai ma gioca a fare il morto, per poi risvegliarsi appena vanno via le apparenze idiote della vita adulta e rimettere in piedi il suo universo magico, sognante, infantile. La grande arte è un giardino d’infanzia, che somiglia al giardino supremo, il paradiso. Fitto di mele, angeli e serpenti, salvezze e dannazioni.

Sulla bellezza dell’artista bambino vorrei però dire due cose amare. La prima è che il vero artista è creativo ma guai se procrea, non sa essere padre e sforna figli sbagliati, che vivono male il rapporto col padre, sia quando lo imitano sia quando vogliono fare il contrario di lui. In entrambi i casi dipendendo da lui. Ho conosciuto il figlio di Salvador Dalì, dolcissima persona che divenne mio amico anche perché siamo nati nello stesso giorno. Lui, van Roy, fa il pittore come suo padre, anche se sa fare formidabili pizze nel forno della sua villa di Velletri. Ha vissuto l’incubo di essere “la reincarnazione anticipata di mio padre”. Ne ha imitato e stravolto lo stile, perfino i baffi all’insù, che per Dalì erano “antenne attraverso cui captare idee”, gli orologi squagliati e i gelati rigidi. Il suo periodo surrealista coincide con l’epoca in cui era spermatozoo. Il suo catalogo regge su tre righe dettate da suo padre: “van Roy vuole imitare soltanto Dalì e verrà fuori van Roy per quanto egli sia già Dalì”. Ma ogni ripetizione rischia di essere kitsch, ogni riproduzione del genio è un falso d’autore. No, un genio non può avere figli, è condannato alla virtuosa vasectomia, il suo sperma serve per dipingere, per scrivere, per generare corpi celesti e non umani. I suoi figli sono le sue opere. È questa la prima amara verità sul genio bambino.

La seconda verità amarissima riguarda invece la restante umanità. Da anni ormai, soprattutto dal 68 in poi, vogliamo tutti restare bambini, creativi, giocosi. Vogliamo vivere la realtà come sogno e capriccio, simulazione e piacere, vogliamo scaricarci di ogni limite e responsabilità, riteniamo che la vita vera coincida con la vacanza, l’eros, la fiction, il walkman, il lifting, insomma tutto ciò che ci allontana dalla realtà. Non vogliamo far figli perché i bambini siamo noi, non vogliamo concorrenti e intrusi. E invece sono i geni che non devono far figli, gli altri invece devono procreare: le loro opere sono le loro creature. Solo pochi geni possono permettersi il lusso di essere bambini a vita, perché sono creativi e non solo capricciosi; deliziano il mondo e non solo se stessi, colgono il cuore del mondo e non godono solo la vita. Bisogna esser grandi per restare davvero bambini e avere il diritto di esserlo a vita, anche da vecchi, anzi vorrei dire soprattutto da vecchi. La leggerezza fa bene a tanti, ma l’infanzia permanente è un privilegio che costa.

Qui torno a Bergman, genio bambino e alla magia del suo cinema.

Max Weber ironizzava con gli idealisti e i romantici, dicendo che chi vuole avere Visioni del mondo (weltanschauung, suona ancora più potente), vada al cinema. Le visioni del mondo di Bergman dimostravano che c’era poco da ironizzare. Perché Bergman la visione del mondo l’offriva davvero tramite un film. Non gli perdonarono di aver avuto una simpatia per Hitler, ma prima dello sterminio degli ebrei. Mi avvicinai ai suoi film da ragazzo, istigato dagli scritti di Adriano Romualdi, perché mi parve di vedere il miracolo che anche il cinema può raccontare l’anima e la metafisica, e non solo far ridere, arrapare o denunciare le ingiustizie. Ma questi miracoli può farli solo un Genio Bambino. La sua partita di scacchi con la morte è finita. La morte ha vinto sulla vita, l’infanzia ha vinto sulla morte.

27 replies

  1. Il “filosofo” cialdiniano di Bisceglie ammiratore di Bergman, a sua volta estimatore di Adolf, ammirazione decaduta dopo 6 milioni di povere anime restituite in modo indegno al creatore, ci racconta che quei geni erano mentalmente dei fanciulli inconsapevoli del mondo reale per cui rimanere bambini era un privilegio e di conseguenza senza colpe ne peccato.

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  2. Gentilissimo Caro Mio Adorato Signor Ennio,
    alias o ‘spassoso, alias non sono qui per vendere
    ne per tomprare alias du du du da da da,
    alias io sto con Pacciani, alias mo’ vengo Marce`.

    Vedo che lei insistisce.

    Facile pontificare avendo i followers delle più blasonate fashion blogger come Chiara Ferragni ed Eva Henger,
    ma la sua trafila forbita, pari al policromatico
    linguaggio della Chirico, non può richiedere
    i susamilli rigati, quando l’aquila è colpita da
    sindrome di wanderlust,
    tantomeno si può parcheggiare nell’orecchio
    con la sesta napoletana, col pretesto di far cosa
    gradita al maestro Morricone, solo perché ha il
    coprivolante in vello che gli è stato imprestato
    da Pasquale Ametrano.
    Tantomeglio seguire il karma e le orme dell’emerito e venerato maestro Henry Wolf Bancktill “meglio la perpetua retrosa carente di vitamina “D” nel retro sacrestia che la cortina di ferro sull’inginocchiatoio con traversina”.
    Siamo al solito paradosso, lei si butta
    alla ceca nel cercare lago storto nel pagliaio

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  3. Leggere articoli di giornali on line è piacevole per pochi minuti, come è piacevole la possibilità di poter rispondere e esprimere la propria visione e portare un minuscolo contributo per sciogliere quel grande enigma che è l’esistenza del genio, quel piccolo farabutto che mescola le carte, come un diavoletto, per dare la possibilità di leggere il mondo in altri modi e a volte riesce, con un nulla, ha scoprire una chiave di volta; ma poi il desiderio di tornare a sentirsi adulti si fa preminente in quanto lascia libero spazio all’azione, all’appagamento dei desideri, al libero arbitrio che si rende autorevole e si compiace di creare distanze e sopraelevate rispetto agli altri, rispetto al basso delle strade e dell’inutile chiacchiericcio da donnicciule che riempe le vie principali e le sale dei bar.
    Ma nei testi, come nelle tele, nelle pellicole d’arte e nelle composizioni musicali la questione cambia, il gioco si fa duro e quando il gioco è arduo solo i duri possono provare a combattere, come Flaubert che impiegava ore, se non addirittura giorni, a scrivere una frase con le parole più opportune, riempiendo la stanza di fogli accartocciati o come il povero Lautréamont così dileggiato e osteggiato per la visione dell’ermafrodito e per il canto di un uomo che si sentiva diverso e ha vissuto la sua breve diversità come una scintilla del divino, come una missione; e che dire del povero jona di Camus, sempre a dipingere notte e giorno gettando sulla tela le visioni della balena cosmica in cui albergava.
    Ho smesso di leggere, ho smesso di creare recinti, ho smesso di proiettarmi nelle vite altrui per poter assaporare la mia di esistenza, quello che mi appartiene veramente, quello di cui sono portatrice e l’unica cosa da cui può scaturire qualcosa della mia essenza; Ho smesso di provare ad essere per essere qualcosa di vero, qualcosa di materiale che si sprigiona dalla mia persona, ma è fatica, è pensiero, è azione nell’immobilità di un’immagine speculare o ideale a cui si deve dare forma o suono o voce. Lavoro di solitudine e sofferenza senza inganno e dove il mondo del pro e del contro non esiste. Solo l’opera incontra il mondo ed attraverso l’opera il mondo conoscerà il genio che l’ha creata e tratta dal nulla, genio che è anche solitudine e sofferenza senza inganno di un cuore che spreme il suo sangue verso un infinito.

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      • Senza feriti? Cosa significa? Lei, egregio unoerre, dovrebbe sapere il prezzo di ciò; poi crede che possa servire a qualcosa? Crede che distillarsi come una grappa mentre il corpo si appesantisce di immobilità e si opacizza possa rendere più attraenti? E’ semmai vero il contrario, è la spensieratezza e la leggerezza o leggiadria ad infondere ad un corpo le linee statuarie di una bellezza senza tempo; il buon cibo insieme ad un’attività sportiva aiutano ma i pesi interiori, i macigni di un’esistenza vissuta all’ombra di se stessi raccordano il sublime con l’orrido e il viaggiare con il pensiero alle brutture di una quotidiana solitudine che oltre a far ballare l’umore rendono instabile anche il quadro ormonale. Una saggia cura vi sarebbe.. ma è inutile, anche lì si va fuori dal seminato se non vi sono i presupposti per una fusione più profonda e quindi astenersi diviene “il buon gioco a cattiva sorte” perché prevenire è sempre meglio che curare.
        Le cimici e le videocamere ovunque sono orride, l’Italia è divenuta orribile, con i manichini azzurri a guardia di ogni sussulto dei bipedi sottostanti. La ragione di stato è divenuta una ragione controllante e sanzionatoria o sei dentro la ragione di stato (comando e controllo) o sei fuori, in un circuito che assomiglia sempre di più ad un recinto con tanto di elettro pascolo… VOGLIO ANDARMENE!!

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    • “Amm’fatt a ‘mess pu cazz”
      Tipica espressione di Don Michele quando le offerte domenicali non erano adeguatamente congrue a sostenere le spese vive della parrocchia.
      Tutto ciò segna l’anticipo di una commozionevole
      devozione mia madonna!!!
      Sorrida, rida, si faccia quatto belle grugnate, che la vita è come la scaletta del gallinaio, corta
      mess e sicc e chin e merd e manco u’ slalom puoi fa’.
      Si rilassi, i ponti sono immagine sublime che non appagano le coscienze, la posizione la scelga lei supina, prona a carriola escluso a pecorella perché si ricade nel paradosso di buttarsi alla ceca nel cercare lago storto nel pagliaio, mia madonna.
      Suo umile devoto

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    • Una stella enorme è scomparsa di colpo, e gli astronomi non se lo spiegano,
      si trova, anzi si trovava nella galassia nana di Kinman. Poi è svanita: forse non si è mai trasformata in supernova?

      Dimme chi te trattene
      dimme qua’ so’ ‘e catene
      c’aggia veni’ a spezza’

      Torna
      sta’ casa aspetta a te
      Torna
      che smanie ‘e te vede’
      Torna
      torna
      torna
      ca si’ ce tuorne tu
      nun ce lassamme cchiu’

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      • Sono bellissime le sue poesie d’amore, forse sono canzoni di Murolo? Avevo una cassetta delle sue canzoni e Malinconico autunno era la mia preferita, comunque leggerle in risposta a commenti ironici sulla politica .. le dico che oltre al sorriso scende anche qualche lacrima.

        Erano verde…
        erano verde ‘e ffronne.
        E mo, só’ comm”e suonne perdute…
        e mo, sóngo ricorde ‘ngiallute…
        Dint’a chest’aria ‘e lacreme
        ‘e stó’ guardanno…
        Cu ‘o viento se ne vanno
        pe’ nun turná maje cchiù…

        Malinconico autunno,
        staje facenno cadé
        tutt”e ffronne d”o munno
        sulamente pe’ me…
        Chi mm’ha lassato pe’ nun turná,
        chisà a che penza…chisà che fa…
        Ammore mio,
        nun só’ stat’io…
        si’ stata tu!…
        Pecché?…Pecché?…
        Malinconico autunno,
        staje chiagnenno cu me…
        Tutt”e ffronne d”o munno
        staje facenno cadé…

        II
        Dint’a ‘sta villa,
        ll’aspetto fin’â sera,
        vicino a ‘sta ringhiera, penzanno
        a ‘e ccose ca diceva giuranno…
        Mme pare ancora ‘e sèntere:
        “Si’ ‘a vita mia…
        ‘Sta vita che sarría
        s’io nun tenesse a te!?”

        Malinconico autunno,
        ……………………………..

        Finale:

        Chi mm’ha lassato pe’ nun turná,
        chisà a che penza…chisà che fa…
        Ammore mio,
        nun só’ stat’io…
        si’ stata tu!…
        Pecché?…pecché?…

        Malinconico autunno,
        a chest’ora addó’ sta?…

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  4. No mi dispiace, sono vecchi ricordi, di un concerto live, quando si era a bordo palco a intonare le canzoni insieme a Mario Merola, e un drappello di prostitute dal tacco 16, che assatananate urlavano, “Mario rapiscimi!!!! Portami con te!!!!

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  5. Signora Fr, la sua sensibilita’ poetica eccetera eccetera, e quelle gemme che hai al posto degli eccetera eccetera, e tanto domani e’ venerdi’, sai…

    Vorrei dirle che le pensa molto bene del signor Uno, si vede che a me mi spuzza come fossi un avanzo di alga per le applicazioni dall’estetista e invece al girino subgarganico lei riserva i sentimenti piu’ sentiti del suo idem sentire.

    Quindi, come sempre, come ai tempi della scuola elementare, mi chiudo in me stesso e me ne vado a giocare da solo, non prima di farle perfidamente notare che lei ha azzeccato le consonanti ma non le vocali.

    Ecco.

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  6. E comunque io sono non solamente caruccio e pelosetto, ma pure intellettuale perche’ qua ci ero venuto solo per sputare in faccia a Veneziani e dire che i puti della copertina vengono dal Fanny e Alexander, di Nino D’Angelo.

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  7. Tutto questo è bellissimo, tanto affetto così non mi capitava dal giorno del giudizio universale e anche a fare la lettrice dei Salmi in Chiesa non andavo bene, forse per una tonalità interpretativa pur sapendo leggere benissimo sin dalla prima fanciullezza scolastica! Gentilissimo Victor, se lei ricevesse una poesia da un ammiratrice sconosciuta, ne sarebbe lusingato? E se fosse carente di vitamine come un bambino malnutrito non sentirebbe un sussulto? Per quanto riguarda il compagno Debord credo che lei non faccia pari a sognare se i nostri cineasti gettonati sono a riprendere la famosa attrice Lea di Leo! E non facendo pari va in rosso!
    Domai è Venerdì? Grazie signor Robinson. .. 🙂

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      • Gentile victor lusting, Basta! Basta, basta,
        smetta di prendere in giro, smetta punto e basta, o forse lei è uno di quelli che predica bene e razzola male?
        Cosa gli importa se non sono poesie ne arguzie sicuramente non sono bestemmie e almeno questo, me lo lasci dire, è già tanto!

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  8. Jamm Signo’ è na’ forma d’affetto,

    “Chillo è nu buono guaglione”

    Crede ancora all’amoooore
    Sogna la vita coniugale
    Ma per strada poi sta male
    Perché si girano a guardare
    S’astipa ‘e sorde pe ll’operazione
    Non ha alternativa
    Solo azione decisiva.
    E mi chiamerò Teresa
    Scenderò a far la spesa
    Me facce crescere ‘e capille
    E me metto ‘e tacchi a spillo…..

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