La sua Italia in controtempo

Una campana che risuona e ti chiedi se sia davvero per te, il soffio di un’armonica che si perde nel deserto, l’ululato di un coyote, una voce che ti chiama e dice “sean sean”

(Vittorio Macioce) – Una campana che risuona e ti chiedi se sia davvero per te, il soffio di un’armonica che si perde nel deserto, l’ululato di un coyote, una voce che ti chiama e dice «sean sean», giù la testa, uno scacciapensieri, un mandolino che fa da contrabbasso, un fischio lontano in un giorno d’estate quando non c’è nessuno a farti compagnia, l’oboe a cui risponde solo il canto di un uccello, le note di un pianoforte che scorrono dentro un cinema senza più spettatori e poi quel desiderio, che ti accompagna per tutta la vita, di starsene fuori, ai confini della caciara, perché nella baraonda che è il palcoscenico del mondo c’è già tanta gente che rompe.

«Non voglio disturbare».

È il silenzio che colora i suoni. Il testamento di Ennio Morricone è tutto qui, in una frase. Dicono che la sua musica sia la colonna sonora dell’Italia, sessanta e passa anni di illusioni, di cadute, di speranze, per poi ritrovarsi di nuovo a fare i conti con le stesse paure. È vero, solo che di questo Paese Ennio Morricone fa il controcanto, restando un po’ lontano, in disparte, battendo un altro tempo. Lo ascolti e vedi questi eroi riluttanti, che vanno incontro al destino quasi per sbaglio e stanno lì come un’anomalia, costretti a mettersi in gioco perché non ci sono più vie di fuga e neppure una casa, un passato, dove tornare. Morricone, però, li aiuta a ricordare. Non per nostalgia, ma per consapevolezza. Ti ricorda chi sei ed è l’unico modo per andare avanti.

La colonna sonora di Morricone si apre in un’Italia che si sente improvvisamente benestante. Il fascismo è storia recente, ma quasi ci si può ridere sopra, sottolineando gli aspetti grotteschi, con un Ugo Tognazzi nella maschera del Federale di Luciano Salce. Quello in sidecar di «buca» e «buca con acqua», alla fine dell’avventura mussoliniana, che si ritrova come compagno di viaggio in un Paese allo sbando un professore dissidente. «Senta Arcovazzi, ma perché urla sempre a questo modo?». «Nella potenza della voce c’è il segreto del comando, ricordatevelo». «Non dica sempre frasi fatte. Pensi qualche volta con la sua testa, cerchi di essere libero».

È il 1961 e si volta pagina con un certo ottimismo. La 500, il frigorifero, i consumi di massa e la modernità. Si lasciano le campagne sicuri di trovare un lavoro in città. È la grande promessa del boom economico, che c’è, ma mica può durare, e si muove su due dimensioni, quella dell’industria sovvenzionata dallo Stato e la piccola impresa libera da bavagli burocratici. La prima la racconta ancora Salce con La cuccagna. Il protagonista è Luigi Tenco, che canterà Quello che conta. Parole di Salce e musica di Morricone. La ricchezza veloce e corsara mette in mostra le prime ombre. Le svela Pasolini, come fine dell’innocenza e il rimpianto per un mondo a passo d’uomo che sta evaporando. Sono gli anni di Teorema e di Uccellacci e uccellini, con un Totò visionario che vaga nelle campagne di Roma.

È l’Italia che scopre le vacanze e canta Sapore di sale e si scandalizza per «nel buio le tue mani d’improvviso su di me», la voce è di Mina, le parole di Costanzo e il resto di Morricone. Il titolo naturalmente è Se telefonando.

Cosa rimpiangi di quegli anni che non hai vissuto? I sogni. I sogni fatti con poco, quella capacità di portarti dentro l’avventura senza darsi tante arie. Il western spaghetti non imita gli americani, ma lo immerge nella cultura italiana. Lo sublima. Dietro i due Sergi, Corbucci e Leone, ci sono Boiardo e Ariosto. Ci sono i pupi siciliani, con Clint Eastwood che non è la controfigura di John Wayne, ma è la reincarnazione moderna di Orlando o Rinaldo. Tutte cose che nella musica di Morricone senti, perché viene da molto lontano. È un futuro carico di passato.

Il sogno si incupisce con i ’70. È l’Italia delle stragi senza nome e degli anni di piombo. È l’Italia di chi gioca alla rivoluzione e promette la fantasia al potere. Una volta arrivati lì, nel Palazzo, lasceranno fuori proprio la fantasia. È un tempo in cui gli anarchici pagheranno per il rosso e il nero. Morricone scrive la colonna sonora di Sacco e Vanzetti, con Joan Baez che canta Here’s to you, e di Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri. Il tema di fondo è questo. Cosa accade se non ti puoi fidare dello Stato? Se ti condanna per pregiudizio ideologico? Se il capo della polizia è l’assassino? Sono domande ancora aperte.

Non sai dove ci siamo persi, dove abbiamo smarrito la rotta senza più ritrovarci. Forse è nel senso di straniamento che ti sale dallo stomaco quando ascolti il fischio di Un sacco bello. Sì, con quel Verdone che non sa cosa fare della sua giornata, se accettare l’irruzione nella sua vita di una ragazza spagnola o se andarsene al mare. Forse è la paura di tornare a casa, una casa che non riconosci più, ma che ti manca, come in Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore. Forse perché c’è una storia da chiudere, mettendo un punto alle faide del passato, ai tradimenti, ai rimorsi, rinunciando alla vendetta come in C’era una volta in America. Come sarebbe bello vivere il 2020 ripartendo dalla battuta di Noodles (Robert De Niro), rubata alla Recherche di Proust. «Cosa hai fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto».

Non è così semplice. Tutti i temi evocati nelle note di Morricone sono ancora qui. L’Italia continua a aggrovigliarsi nel suo tempo perduto, con gli ultimi arrivati che ogni volta ripetono le parole e gli errori dei vecchi, sempre spaventati da una crisi economica che non finisce mai e con la ricchezza sperperata puntualmente da chi ci ha preceduto. È per questo che ormai l’unica cosa saggia da dire è: «Non voglio disturbare».

Categorie:Cronaca, Editoriali, Interno

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