
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – In attesa di scoprire se gli hacker che da mesi minacciano, destabilizzano o attaccano infrastrutture, voli, ministeri, enti pubblici, procure, forze dell’ordine, politici, imprese e giornalisti sono russi o filorussi mandati da Putin in vena di suicidio, oppure ucraini o nordici che si fingono russi per screditarli, oppure russi nemici di Putin e amici di Zelensky che si fingono amici di Putin per trascinarci in guerra contro di […]
I cyberpirla
(Di Marco Travaglio) – In attesa di scoprire se gli hacker che da mesi minacciano, destabilizzano o attaccano infrastrutture, voli, ministeri, enti pubblici, procure, forze dell’ordine, politici, imprese e giornalisti sono russi o filorussi mandati da Putin in vena di suicidio, oppure ucraini o nordici che si fingono russi per screditarli, oppure russi nemici di Putin e amici di Zelensky che si fingono amici di Putin per trascinarci in guerra contro di lui, una sola cosa è certa: l’Italia, anche nella cybersicurezza, è un colabrodo. Ieri, per dire, il Fatto ha rivelato ciò che il governo, la Polizia, i Servizi segreti e la mitica Acn – l’agenzia di cybersicurezza messa su da Draghi fra squilli di tromba e rulli di tamburo – sapevano o dovevano sapere da un paio di settimane. E cioè che sul dark web (la parte clandestina di Internet non indicizzata dai motori di ricerca tradizionali) gli hacker filorussi di “Noname” o qualcuno che si spaccia per loro hanno pubblicato e chiesto dati personali e familiari a pagamento su 18 personalità ritenute nemiche di Mosca. Quattro sono italiani: il ministro degli Esteri Tajani, il procuratore di Roma Lo Voi, il capo della Polizia postale Gabrielli e Paolo Tassan-Zanin, sindaco di Aviano (Pordenone) che ospita la base Usa. Gli altri sono il presidente di Eurojust, un pm di Francoforte, il capo della Polizia tedesca e alcuni cronisti investigativi europei. I loro profili, con tanto di curricula e dati pubblici, ma anche numeri di cellulari privati, email e perfino indirizzi di casa, sono tuttora online, facilmente accessibili. Vi aveva fatto un cenno il Giornale il 26 ottobre, ma da allora nessuno ha mosso un dito: è ancora tutto lì, a disposizione del dark-pubblico.
Crosetto parla di “guerra ibrida sotto soglia”, ma non è un passante che commenta le notizie al bar: dovrebbe tappare le falle, visto che il primo che passa ci perfora. Tajani si vanta di aver “creato dal 1° gennaio una Direzione Cyber alla Farnesina per proteggerci da incursioni informatiche di soggetti spesso collegati a entità statali ostili”, quindi “siamo operativi”. Mica tanto, visto quel che abbiamo scoperto un paio di giorni dopo di lui. La Meloni ne approfitta per spingere i folli piani di riarmo, raccontando che servono per la cybersicurezza: strano, perché lì taglia il 10% dei fondi, mentre le aziende che decuplicano gli utili sono quelle che fabbricano missili, droni, cacciabombardieri, tank e munizioni. Armi da guerra convenzionale, non ibrida. Che non richiede il 2 o il 5% del Pil. Anziché cybercarrozzoni in tutti i ministeri e gli uffici in aggiunta al baraccone dell’Acn, pieno di “amici e parenti di”, dove gli stipendi (fino a 700 mila euro l’anno) sono inversamente proporzionali all’efficienza, servirebbe un’unica struttura magari più snella, ma che funzioni. Con qualche hacker in più e qualche raccomandato in meno.
"Mi piace"Piace a 2 people
.
"Mi piace""Mi piace"
"Mi piace""Mi piace"