(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) ci informa su una serie di cibi e di procedure che nella loro elaborazione possono indurre il tumore e altre gravi patologie. Vediamoli: carne rossa processata o conservata, gli affettati come prosciutto, salame, capocollo, mortadella, würstel, quindi processi come salatura, affumicatura, stagionatura, aggiunta di conservanti e cottura alla brace (addio alle grigliate con gli amici). Ci sono poi, ma questi erano già stra noti, i divieti di fumo e alcol. Aggiungiamoci i limiti di velocità imposti alle automobili per evitare incidenti spesso mortali.

[…] Tutto questo appare ragionevole, forse troppo ragionevole. Perché non si tiene conto di altri fattori che possono indurre non solo il tumore, ma anche malattie cardiovascolari. Al di là dei verboten segnalati dallo Iarc, noi mangiamo carni di animali stabulati che vivono sotto la luce dei riflettori ventiquattro ore al giorno e che sviluppano le stesse malattie degli esseri umani: ictus, diabete, nevrosi che, in un moto circolare, ritrasmettono all’uomo.

Bisognerebbe tornare ai vecchi metodi: all’alpeggio per esempio o alla filiera corta che trasmette i cibi direttamente dalla campagna alla città, scansando così tutte le aggiunte endogene e artificiali. Bisognerebbe poi che gli stessi animali venissero nutriti come si sono sempre nutriti, senza forzature per aumentarne il peso e quindi la rendita economica. Molti ricorderanno, forse, la storia della “mucca pazza”. La mucca è un animale ecologicamente meraviglioso. Bruca erba, la trasforma in latte, caga come dio comanda e poi ricomincia il ciclo. Si è voluto nutrirla con carne per aumentarne il peso e sfruttarla meglio economicamente e la mucca è giustamente impazzita. Sono carni malate quelle che mangiamo. E poi c’è l’ambiente. In città noi respiriamo un’aria mefitica, piena di miasmi e questo non fa certamente bene al nostro apparato respiratorio. Se osservate, e vi osservate, noi in città respiriamo al minimo cercando di inalare meno aria possibile. I grandi respiri li facciamo in campagna dove l’aria è più pulita e più salubre.

Insomma se non possiamo che mangiare carni selezionatissime e, nonostante questo, dubbie, se non possiamo respirare a pieni polmoni, non possiamo sfrecciare con le nostre automobili come meglio ci pare e piace, se non possiamo godere di quelli che una volta, non tanto tempo fa, erano i normali piaceri dell’esistenza, che cosa ci resta se non l’infelicità del vivere? […]

Inoltre è indubbio che tutte queste patologie colpiscano particolarmente i soggetti cosiddetti “fragili”, cioè gli anziani. Ed è altrettanto noto che gli anziani aumentano in modo esponenziale, perché soprattutto in Occidente non facciamo più figli. È una vita degna di essere vissuta questa, dove ci sono negati anche quei piccoli piaceri che una volta ci erano così naturali? Secondo me no. In un sistema come questo dovremmo vivere da malati quando siamo ancora sani, da vecchi quando siamo ancora giovani. Menandro afferma: “Caro agli dei è chi muore giovane”. Fino a non molto tempo fa la vita media dell’uomo era intorno ai settant’anni. Quando padre Dante scrive nella Commedia “Nel mezzo del cammin di nostra vita…” ha 35 anni. Pensa cioè che una vita normale duri fino a settant’anni. E anche il biblista scrive: “Settanta sono gli anni della vita dell’uomo”. Ammettiamo pure che la medicina moderna abbia allungato quest’età a 75 anni. A rigore, nella vita moderna, non dovrebbero esserci più anziani. Abbiamo cercato di negare la tragedia dell’invecchiamento con le parole. Dopo la ‘terza età’ ci siamo inventati anche la ‘quarta età’. Ricordo un vecchio savonese, ottantenne, che mi diceva: “Nu capisciu, non si vedono più in giro vegi”. Evidentemente considerava ‘vegi’ solo quelli che avevano un’età superiore alla sua. Secondo me invece la vecchiaia inizia quando diventa un problema mettersi le mutande.

[…]

Per quello che riguarda la mia persona, il mio problema è che non sono mai riuscito ad accettare la vecchiaia, nemmeno concettualmente e per evitarla ho fatto una vita sciagurata: notti bianche, mai vista l’alba, sex, drugs and rock’n’roll (per la verità le droghe non le ho mai toccate) e invece eccomi ancora qua a rompere i coglioni grazie all’indulgenza di Marco Travaglio, a tutti coloro che hanno l’arroganza di voler arrivare a concludere qualcosa (non a caso a calcio giocavo “libero”). E ad ammorbare i lettori con tutte le mie tristizie.