(dagospia.com) – Ma quando si vota? Sarà anche una “fissazione”, come ha detto oggi Giorgia Meloni ai giornalisti che le chiedevano la data delle elezioni, ma tutti vogliono sapere la data delle elezioni. Non solo i cronisti di sinistra, invisi al governo, ma anche e soprattutto i cittadini.

Nonostante le smentite e le dichiarazioni di rito, è probabile, anzi, quasi certo, che si voterà a maggio. Il motivo è semplice: in un Paese con le pezze al culo, con la crisi energetica che morde e l’inflazione che erode i risparmi delle famiglie, è difficile giustificare una spesa, doppia, da qualche centinaio di milioni (ogni elezione costa 400 milioni di euro).

Dunque, visto che a maggio oltre 10 milioni di cittadini dovranno andare a votare per eleggere quasi 2mila sindaci, non potrà che essere “election day”, come pretende, giustamente, Sergio Mattarella.

Giorgia Meloni dovrà farsene una ragione. Come ha scritto oggi Carmelo Caruso sul “Foglio”: “Un’altra confessione che viene fatta è che si sia pentita di non aver ascoltato Fazzolari, che le diceva di andare a votare subito, dopo il referendum, e che ogni volta che lo incontra in corridoio, a Palazzo Chigi, gli sorride dicendo: ‘Hai sempre ragione’”.

La Statista del Colle Oppio ha capito che per lei c’è tutto da guadagnare a non arrivare alla fine della legislatura. Innanzitutto per una questione banalmente politica: le primarie del campo largo, sempre che si tengano, si terranno a fine febbraio. La sanguinosa guerra civile nel centrosinistra lascerà uno strascico penoso, una frattura inevitabile che sarà difficile da ricomporre nel giro di due mesi o poco più. Meglio votare a maggio, e bruciare sul tempo quelle pippe al sugo di Conte e Schlein.

C’è poi una questione di merito: con i chiari di luna economici all’orizzonte, attendere 5-6 mesi può trasformare un pareggio in una sconfitta quasi certa. Con le bollette che continueranno ad aumentare e la crisi del carburante che impoverisce le famiglie, impossibilitate a fare vacanze, meglio votare prima dell’estate, ed evitare di vedersi “punita” per la rabbia delle persone, rimaste a casa senza dinero.

Perché di una cosa è convinta Giorgia Meloni: Crisi economica= disordine sociale. Un voto a settembre, o peggio ancora a ottobre, significherebbe che gli italiani porterebbero alle urne tutta la loro rabbia. La storia lo insegna: è già accaduto a Renzi, Salvini, ai 5 stelle. Passare dall’altare alla polvere, dal 40 al 10%, dalla ribalta ai ribaltoni, è un attimo.

Certo, Giorgia Meloni, i suoi ministri e i suoi colleghi di partito devono incolpare soprattutto se stessi. Basta vedere cosa sta succedendo con la manovra. A pochi mesi dalle elezioni politiche Giorgia Meloni si ritrova con una legge di bilancio che scontenta tutti, anche nella sua stessa maggioranza. Dal taglio delle risorse per la sanità alla riduzione degli organici nella scuola, fino al cetriolone per i pensionati, passando al mini-taglio delle tasse per il ceto medio solo per un anno, a fronte di una soglia della flat tax che sale per gli autonomi. Insomma, sono tutti incazzati neri.

La Ducetta e il suo ragioniere, Giancarlo Giorgetti, se avessero un briciolo di spirito critico, dovrebbero fare mea culpa. Perché in questi anni di governo hanno sprecato un’occasione che difficilmente ricapiterà a un esecutivo: il jackpot del Pnrr da quasi 200 miliardi di euro.

Il Piano di ripresa e resilienza era il bazooka con cui il paese avrebbe dovuto rilanciare la propria crescita e attuare riforme cruciali per lo sviluppo del paese. E invece è stato ridotto a una foglia di fico, con cui l’Armata Branca-Meloni ha faticosamente coperto le difficoltà economiche, il Pil stitico e ha evitato la recessione.

Con quei 200 miliardi di fondi europei, il governo avrebbe dovuto mettere a posto prima di tutto la sanità pubblica, sempre più in difficoltà per la mancanza di medici e infermieri e con liste d’attesa infinite per visite ed esami, e la scuola. E invece il bottino del Recovery è stato utilizzato per finanziamenti a pioggia, nel tentativo di accontentare tutti, per poi ritrovarsi con tutti scontenti.

Alla sora Giorgia sarebbe bastato ascoltare la gran parte degli economisti, che consigliava di puntare la fiche dei 200 per interventi diretti e riforme strutturali.

Oggi la Statista della Sgarbatella si ritrova a dover affrontare la tempesta perfetta, con due guerre in corso, il prezzo dei carburanti e l’inflazione che continuano a salire per colpa dello scellerato conflitto nel Golfo scatenato dall’amico Trump.

E, inevitabilmente, la coperta è sempre più corta, come dimostrano le polemiche di questi giorni nella maggioranza intorno alla manovra, con Matteo Salvini e Antonio Tajani che sbraitano e si agitano. La Lega accusa il suo ministro, Giancarlo Giorgetti, di aver tradito le promesse sulle pensioni. Quel merluzzo bollito di Tajani ha dovuto ingoiare il boccone amaro del contributo da 5 miliardi di euro alle banche per incassare una mini-riduzione dell’Irpef per il “ceto medio”.

Alla fine, i due vicepremier stanno facendo un po’ di teatro e di propaganda, in vista della lunga campagna elettorale. Ma anche stavolta chineranno il capo e voteranno la manovra, zitti e buoni. Fino a maggio. Quando decideranno gli elettori…

Ps. Per trovare un altro segnale che si voterà presto bisogna guardare al Ministero della Giustizia by Carlo Nordio. Francesco Bechis sul “Messaggero” racconta una chicca: “Le elezioni politiche? Sono ‘imminenti’. Parola di Carlo Nordio. Anzi del suo ministero che lo mette nero su bianco in un documento. Un atto apparentemente innocuo: è un ordine di ‘timbri personalizzati’ per lo staff del ministro in una nota cartoleria di Roma. Ma la motivazione apre un gustosissimo giallo: quei timbri servono ‘per le elezioni politiche imminenti’. Non fra sei mesi o un anno: imminenti. Preparate le schede elettorali, si va subito al voto. O forse no”.

Si tratta di una spesa da 3.660 euro. “Spiccioli. Destinatari: il Gabinetto e gli uffici di diretta collaborazione del ministro. Cioè la squadra politica di via Arenula, quella che arriva e se ne va insieme al ministro. La notizia però sta nella motivazione. Le richieste di timbri, scrive il ministero, “nel corso del prossimo esercizio finanziario aumenteranno in modo significativo in coincidenza con le imminenti elezioni politiche”. Imminenti. Non probabili, non eventuali, non “a scadenza naturale”. Imminenti…”