
(di Giovanni Pons – la Repubblica) – Alla fine Leonardo Maria Del Vecchio non ce l’ha fatta a trattenersi e ha comprato il 2% della Seif, la società che controlla Il Fatto Quotidiano e su cui aveva prima annunciato un’Opa per ritirarla poco dopo. L’investimento di per sè non è così consistente, 144 mila euro ai valori di Borsa di ieri, ma bisogna vedere cosa Lmdv vorrà farci. Probabilmente un’azione di disturbo per mettere in difficoltà un concorrente.
Sì perché da inizio anno Lmdv è anche editore, attraverso la Lmdv Media controllata interamente dal family office Lmdv Capital, settore nel quale ha finora investito 115 milioni: 85 per comprare dalla famiglia Riffeser l’Editoriale Nazionale che pubblica Qn, Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino, e circa 30 milioni per il 30% de Il Giornale.
Il problema è quanto riuscirà a investire sui media, come sugli altri 6 settori su cui ha già riversato circa 500 milioni di denaro liquido, visto che al momento la Lmdv Capital si trova in mezzo al guado. Nel complesso il gruppo brucia cassa per circa un milione al mese, a sentire le persone che lavorano a vario titolo al fianco di Leonardo Maria, e ha bisogno di almeno altri 50-70 milioni per cercare di completare i piani di rilancio.
Nessuna società del gruppo è infatti in attivo e produce cassa positiva. Nell’ospitalità (Lmdv Hospitality, Twiga, Triple sea food) ha finora investito 50 milioni (più i debiti che si è accollato) e preso impegni per 70 milioni. Nelle acque minerali (Fiuggi, Atf, Fiuggi Beuty) ha riversato 20 milioni (più i debiti), ha fatto un piano di rilancio per 40 milioni di cui 20 mancano all’appello nonostante la società sia arrivata a fatturare 30 milioni.
C’è poi il settore tecnologia, dove Lmdv Capital ha investito nella Esa Nanotech, start up specializzata nella produzione di grafite, bloccando 15 milioni e impegnandosi per 30 di cui versati solo 15. L’unico settore in salute è quello immobiliare, grazie alla tumultuosa crescita dei prezzi a Milano. In totale investiti 140 milioni più il debito in palazzi di prestigio come Turati, Smeraldo, Garibaldi, Via Montenapoleone, che valgono sicuramente di più di quando sono stati acquistati.
Altri 14 milioni sono confluiti nel settore entertainment, nel 19,45% della Leone Film group e nel 49% della library cinemtografica Vice Pictures. Poi si sono due partecipazioni finanziarie in società industriali, l’1,1% nella Ima della famiglia Vacchi, e il 34% di Rina, azienda di certificazioni, nelle quali sono immobilizzati 55 milioni.
La ragnatela di società nell’orbita Lmdv non finisce qui. Impegnando altri 50 milioni il family office ha diversificato in quote di minoranza di una trentina di società, start up e fondi di venture capital che però finora non hanno dato soddisfazioni.
Come la Boem, società di bevande fondata da Fedez e Lazza che nel 2024 ha perso più di 3 milioni, in cui Lmdv è entrato prima con il 54% e poi ha rilevato tutto, portandola sotto l’ombrello di Fiuggi. Oppure Dynamita, società di cosmetica lanciata dalla popstar Shakira. Ci sono poi i fondi Mangusta e Sound Ventures (Ashton Kutcher e Guy Oseary), il vetro di Atriu, i servizi di art advertising di Outdoora, il crowdfunding sociale di Wishew. Tutte partecipazioni difficili da dismettere. Ma ora Leonardo Maria deve trovare altra liquidità per uscire dal guado, anche se non è facile.
I dividendi Delfin sono al minimo (15 milioni all’anno) e le banche non finanziano più senza garanzie reali in cambio. Ad aprile 2027 il 12,5% di Lmdv in Delfin, che vale circa 5 miliardi, verrà trasferito nella Lmdv Fin e le azioni di quest’ultima saranno offerte in pegno alle banche per ottenere altri prestiti. Ma di fronte a performance economiche del gruppo non certo esaltanti bisognerà vedere se i cordoni della borsa si apriranno nuovamente.