Se nemmeno nel partito organizzativamente più novecentesco, cioè con strutture da partito di massa e organismi decisionali complessi e collettivi, tutto è stato demandato al leader, ciò significa che la politica è concepita come una pratica individuale. È la leadership che conta

(Piero Ignazi – editorialedomani.it) – Matteo Salvini è sempre più contestato all’interno del proprio partito. La sua colpa sta nei numeri. Dopo il grande successo alle elezioni europee del 2019 la Lega è precipitata sotto al 10 per cento. E la discesa non è finita, a quanto dicono i sondaggi. Una leadership che sembrava inossidabile, ora è nella tormenta.
Non è un destino isolato. Ogni leader di partito trova presto, sempre più presto, la sua pena. C’è una sorta di Saturno della politica che divora i suoi figli prediletti. Soltanto Silvio Berlusconi ha resistito imperterrito per quasi un trentennio. Ma aveva altre risorse oltre a quelle squisitamente politiche. E poi Forza Italia era una sua proprietà, una formazione patrimoniale, unica nel panorama delle democrazie.
Tutti gli altri leader si sono bruciati in pochi anni. L’altro caso paradigmatico è quello di Matteo Renzi. Arrivato al vertice del Pd con una irruenza giovanile dirompente in un partito anzianotto e dai riti antichi, appariva come un re Mida: con il suo tocco portava il Partito democratico a un risultato da Dc anni Cinquanta, il 40,1 per cento delle europee 2014. Ma quel tipo di elezioni, quelle per il Parlamento europeo, illude.
Successe anche al Pci. La drammatica morte di Enrico Berlinguer durante la campagna elettorale del 1984, prima del voto per il Parlamento europeo, consegnò ai Partito comunista il primato. Certamente la caduta sul campo del segretario comunista sollevò quell’onda emotiva che portò al successo del partito.
Il punto però è altro, va oltre quella circostanza: mostra come la leadership eserciti un fascino trainante. Questo accadeva in una epoca lontanissima dalla pervasività della televisione prima, e dei social media poi. A riprova che i media contano ma vale molto di più la caratura personale, o, al limite, il carisma.

Il fascino del leader
La personalizzazione della politica non inizia con la televisione. La storia politica è piena di figure che hanno scosso gli animi, nel bene e nel male. Soprattutto nel male, se pensiamo ai dittatori tra le due guerre
In tempi recenti nessuno ha avuto capacità affabulative, immaginifiche e trascinanti paragonabili, per fortuna. Nonostante ciò, le sorti di tutto un partito sono state imputate solo ai leader. Le classi dirigenti si sono eclissate, hanno lasciato spazio al capo – o sono state indotte a farlo.
Mentre tutti i partiti novecenteschi, senza distinzione, avevano direzioni collegiali che esprimevano chi le rappresentasse, ora non si vede nessuno dietro al segretario. Quelli che acquistano visibilità lo devono per lo più alla loro posizione critica rispetto alla leadership, non perché dispongono di particolari qualità politiche.
La solitudine dei leader non è un destino inevitabile, è voluta, ricercata. Il caso del Pd renziano è emblematico: il segretario democratico, sulle ali della rottamazione, ha agito da cavaliere solitario fidando (troppo e disastrosamente) nelle sue capacità.
Lo stesso è accaduto a Matteo Salvini. Il Capitano, che pure ha salvato la Lega dal disastro provocato dell’ultima gestione bossiana, l’ha portata al governo in partnership quasi paritaria con i pentastellati, e poi al trionfo del 34,3 per cento nel 2019, ha dissipato tutto in un delirio personale di onnipotenza. A nulla è valsa la presenza nel Carroccio di politici sperimentati e con posizioni rilevanti. A lui, e solo a lui, è imputata la disfatta. Salvini affonda solitario.
Se nemmeno nel partito organizzativamente più novecentesco, cioè con strutture da partito di massa e organismi decisionali complessi e collettivi, tutto è stato demandato al leader, ciò significa che la politica è concepita come una pratica individuale. Del resto le fortune di Fratelli d’Italia sono tutte in capo a Giorgia Meloni, alla sue performance mediatiche (come oggi i sondaggi arridono alla sindaca di Genova, Silvia Salis).
La litania del «ci vuole un programma» riflette una reazione pavloviana dépassé. È la leadership che conta. Con la conseguenza della sua rapida usura in caso di fallimento. E di un penoso, accidentato, cambio di consegne.
Come nella migliore tradizione degli imbonitori, i fatti che seguono portano a un finale di pece e piume.
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Oramai nel sentire comune e’ percepito solo come un cazzaro🤔
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