Viaggio nella base Lega: “Salvini ci ha rovinato. Salviamo un sogno”. Sindaci, consiglieri, referenti provinciali. Dopo il confronto di Via Bellerio si continuano ad alzare le barricate dei militanti contro il segretario: “Siamo stati a lungo ignorati, oggi non siamo più ignorabili. Sotto il 5 per cento muore il partito”

(di Francesco Gottardi – ilfoglio.it) – Salvini alla porta. Ce lo mettono i suoi. “È nostro dovere dire che le cose vanno male. Malissimo”, la voce leghista che si alza all’unisono dalla Lombardia. “Sono anni che la strada è questa: non si passa dal 34 al 5 per cento da un giorno all’altro. Siamo stanchi. La situazione è sotto gli occhi di tutti: soltanto un gruppo di deputati e senatori continua a fare finta di niente”. Gli yes man del capitano. Istruiti a sostenere che splende il sole anche quando infuria la tempesta. “Dicono a Matteo che tutto va bene, purtroppo però non è così. Sui territori lo tocchiamo con mano giorno dopo giorno, mese dopo mese. Così siamo rovinati”. E qui arriva l’appello ribadito al Foglio a bocce ferme, dopo la riunione del direttivo di venerdì scorso che ha fatto volare gli stracci: “Salvini deve farsi da parte. Siamo stati fin troppo zitti e buoni, ora c’è in ballo la Lega”.
Sono soprattutto i dirigenti locali ad alzare i toni. Sindaci, consiglieri, referenti provinciali: ciò che era stata la storica spina dorsale del Carroccio, prima dell’infelice svolta sovranista. “Questa discesa continua e costante certifica l’incapacità del nostro segretario di ammaliare le folle come una volta”, spiega Renato Pasinetti, primo cittadino di Travagliato (Brescia). “Non sono più risultati accettabili. Di questo passo, presto saremo un partito ininfluente. Non possiamo nasconderci, abbiamo un obbligo morale nei confronti degli elettori. Sono anni che lo ripeto e sempre più colleghi attorno a me condividono queste preoccupazioni. In passato siamo stati ignorati, oggi non siamo più ignorabili: mi auguro che si riesca finalmente ad aprire una discussione vera”. Giovanmaria Flocchini, presidente della comunità montana della Valle Sabbia – uno che per intenderci sfoggia “Slava Ukraini” su WhatsApp, alla faccia dei filorussi di destra – invoca il reset di fabbrica. “È finito un ciclo. Bisogna avere il coraggio di mettersi in discussione sia sulla linea politica, sia sulla segreteria”. C’è chi invece è un po’ meno ottimista: l’ex parlamentare Daniele Belotti, pur ribadendo la necessità di un passo a lato da parte di Salvini, centra forse il nodo più ingarbugliato: “Noi militanti lombardi abbiamo detto le cose come stanno, chiaro e tondo. Il fronte è stato aperto: ora si faccia avanti il resto del partito, i suoi pezzi grossi. Qualcun altro deve cominciare a parlare per davvero”. Impresa ardua: tanto per fare un esempio, la deputata Simona Bordonali, che tra le mura di Via Bellerio aveva sottolineato l’opportunismo politico di alcuni colleghi, a mezzo stampa non rilascia alcuna dichiarazione. E non è l’unica.
Se la tenuta elettorale di Salvini è un colabrodo, la sua presa sulle gerarchie della Lega finora è stata piuttosto ferrea. Dalla rielezione al congresso federale stroncando ogni concorrenza sul nascere, fino alla repressione del consenso interno. “Lamentarsi fa male al partito”, dice la cricca del vicepremier. “Fa male non farlo”, ribatte la base. “La svolta nazionale aveva una sua logica. Ma abbiamo perso la rotta, senza esportare alcun buon governo: invece di estendere l’efficienza del nord, ci ritroviamo anche qui col clientelismo del sud”. E allora le forze centrifughe si moltiplicano. Paolo Grimoldi, bossiano di ferro ormai fondatore di Patto per il Nord, dice che è pronto “ad accogliere a braccia aperte” i suoi vecchi commilitoni. “Oggi il tema è come salvare la Lega oltre Salvini, e non è scontato. Mancano gli strumenti, l’organizzazione per reagire. Dunque cosa fanno gli altri? Continuano ad attendere il colpo di grazia o hanno il coraggio di lanciare un nuovo progetto politico? Perché Salvini non si farà mai da parte: da buon capitano preferisce affondare a bordo della nave”. Qualche segnale in questa direzione s’intravede: la bozza del governatore Attilio Fontana, per lo statuto di un nuovo partito autonomista; il riottoso nordest che scalpita, aspettando – auguri anche lì – una mossa di Zaia o Fedriga. Eppure, in fatto di leadership, nella terra del Carroccio si confida di non dover guardare troppo lontano: “Qualcuno che si sta muovendo noi ce l’abbiamo”, fa notare Pasinetti. “È il segretario regionale Massimiliano Romeo: sta dicendo cose importanti, con il suo stile”. Più della forma, ci vorrà la sostanza.
La parabola di Matteo Salvini è strettamente legata alle spinte e ai veti incrociati della stessa ala nordista e governista che prima lo ha spinto verso Draghi e ora ne contesta la linea.
Il rapporto di causa-effetto tra le scelte di questi dirigenti e il calo nei consensi del Segretario presenta elementi a favore e contrari:c’è “corresponsabilità” tra Salvini e nord leghista.
Il logoramento del “governo Draghi“: Imponendo a Salvini l’ingresso nell’esecutivo Draghi, i governatori e Giorgetti lo hanno costretto a un continuo compromesso. Questo ha svuotato la Lega del suo storico ruolo di lotta, lasciando a Giorgia Meloni (allora all’opposizione) l’intero elettorato di protesta, ponendo le basi per il sorpasso di Fratelli d’Italia.
La perdita dell’identità pop: L’ala nordista ha spinto per una Lega più istituzionale e moderata. Questo ha indebolito la narrazione nazionalista e populista (“Prima gli Italiani”) che aveva portato il partito al 34% nel 2019, senza però riuscire a trasformare la Lega in un vero partito di centro.
Il doppio gioco interno: Per anni i leader territoriali hanno beneficiato del consenso di Salvini quando i voti volavano, per poi frenarlo o criticarlo apertamente non appena la strategia centralista ha iniziato a mostrare i primi cedimenti, creando una percezione di perenne instabilità nel partito.
Gli errori strategici imputati direttamente a Salvini: I critici interni ribaltano la colpa sul Segretario, sostenendo che il recinto attuale sia figlio di sue decisioni autonome:
* La crisi del Papeete (2019): La scelta unilaterale di staccare la spina al governo Conte I è considerata dal Nord il peccato originale, che ha tolto la Lega dal potere e l’ha costretta poi a inseguire l’alleanza con Draghi da una posizione di debolezza.
* La svolta “meridionalista” e la candidatura di Vannacci: Lo spostamento del baricentro politico verso il Sud e l’apertura a figure esterne al mondo padano non sono mai stati digeriti dalla vecchia guardia (il “Comitato del Nord” di Umberto Bossi e i militanti storici), che accusa Salvini di aver tradito l’identità autonomista originaria.
* Il contrasto sul terzo mandato: L’ostinazione del Segretario nel non concedere la deroga per il terzo mandato ai governatori (in primis a Luca Zaia in Veneto ha esasperato i territori, trasformando il dissenso politico in uno scontro di potere personale. Oggi il tentativo di “mettere in un recinto” il Segretario nasce proprio dalla necessità delle regioni del Nord di difendere i propri confini elettorali di fronte all’avanzata di Fratelli d’Italia e di Forza Italia, isolando la leadership nazionale per proteggere i risultati delle amministrazioni locali.
Il cortocircuito comunicativo che ha investito Matteo Salvini tra il 2021 e il 2024, lo ha trasformato agli occhi di parte del suo elettorato proprio in un leader costretto a smentire se stesso nei fatti a causa delle esigenze di governo e delle pressioni interne. Questa scissione tra le dichiarazioni di piazza (la “lotta”) e le scelte di governo (il “palazzo”) si è consumata esattamente su due temi:
1. La trappola della gestione Covid: “Piazza No-Vax” vs “Regioni Si-Vax”. Su vaccini e Green Pass, Salvini si è trovato schiacciato in una morsa politica insostenibile: La linea del Nord: Luca Zaia e Massimiliano Fedriga guidavano territori pesantemente colpiti dalla pandemia. Hanno sposato una linea rigorista, fortemente “Sì-Vax”, assecondando i protocolli del governo Draghi per riaprire le attività economiche in sicurezza. La linea di Salvini: Per non perdere l’elettorato più scettico e contestatore (che stava traslocando in massa verso Fratelli d’Italia), Salvini strizzava l’occhio ai movimenti No-Green Pass e manifestava dubbi sui vaccini ai minori. Il risultato: Ogni volta che i ministri della Lega in CDM o i governatori votavano a favore di restrizioni o obblighi vaccinali, l’opposizione comunicativa di Salvini appariva svuotata di potere reale, dando l’impressione che il Segretario non controllasse più i suoi stessi uomini.
2. Il nodo delle armi all’Ucraina: Il pacifismo smentito dalle firme. Sul conflitto russo-ucraino, la contraddizione è stata ancora più netta e ha minato la credibilità internazionale e interna della leadership. La retorica pacifista: Salvini ha ripetutamente espresso contrarietà all’invio di armi pesanti a Kiev, invocando soluzioni diplomatiche, criticando la linea della NATO e tentando persino un controverso viaggio di pace a Mosca (poi annullato). La realtà dei decreti: Nonostante la propaganda contraria, i ministri della Lega nel governo Draghi (e successivamente nel governo Meloni, hanno regolarmente firmato e votato a favore di tutti i decreti interministeriali per l’invio di aiuti militari all’Ucraina.
L’effetto “ventriloquo”di Salvini : Questa spaccatura ha generato la percezione di un leader che parlava a favore di un elettorato pacifista o filorusso, ma i cui ministri (guidati dall’ala atlantista e draghiana del partito) firmavano l’esatto contrario. Chi contestava Salvini poteva facilmente accusarlo di ipocrisia o di essere ostaggio dei suoi stessi colonnelli. Le conseguenze di questa ambiguità, o strategia dei “due forni” ha finito per scontentare tutti: 1. L’elettorato radicale ha preferito la coerenza lineare di Giorgia Meloni(allora all’opposizione). 2. L’elettorato moderato del Nord è rimasto disorientato dalle continue giravolte comunicative del Segretario, giudicate poco istituzionali e dannose per la stabilità economica.
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Uno che campa di politica da 30 anni in Italia il paese dei balocchi😶🌫️
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