(Giancarlo Selmi) – Sulla vicenda di Ranucci ci sono tanti argomenti che inducono a riflettere. E a indignarsi.

Il primo: Ranucci è vittima di una guerra mediatica e di una macchina del fango mirante a distruggerne la credibilità come persona e come giornalista. Una campagna che ha pochi precedenti in Italia, forse nessuno. E che a spargere quel fango siano gli stessi che volevano cambiare la Costituzione con la parola d’ordine del garantismo, è tutto dire. Perché, secondo la narrazione di quella gentaglia, Ranucci è colpevole senza esserlo. Senza processo. Senza garanzie. Senza diritto alla difesa. Tutto già deciso, tutto già scritto, tutto già sentenziato. Dagli stessi che dichiaravano Toti innocente anche dopo che Toti aveva ammesso i reati e aveva patteggiato la pena.

La seconda riflessione: i giurati di questo strano processo senza diritti sono gli stessi che nascondono le chat di un loro camerata, ex sottosegretario alla Giustizia, con un signore attualmente in galera perché accusato di fare parte di una potentissima cosca mafiosa e di esserne prestanome. Le nascondono per paura. Paura di ciò che c’è dentro quelle chat. Per paura che il contenuto di quelle chat possa diventare di dominio pubblico. E nonostante questo parlano di credibilità, come se loro ne fossero ancora in possesso. Terza riflessione: Ranucci può essere accusato di ingenuità, forse di leggerezza, non di altro. E il suo lavoro di giornalista d’inchiesta non viene assolutamente inficiato da questi due errori.

Sarebbe bastato che Ranucci non fosse entrato in confidenza con uno che ha lavorato tutta la vita per gli attuali suoi accusatori. Uno che ha lavorato per Berlusconi, fino a procurare allo stesso alcuni “divertimenti”. Lo stesso che ha lavorato e fornito al Giornale, il cui direttore era Sallusti, il dossier che ha terminato la carriera politica di Gianfranco Fini, dopo che quest’ultimo aveva osato disturbare il manovratore. Che era, per la cronaca, lo stesso Berlusconi. Un faccendiere senza scrupoli e senza alcuna credibilità, meno ancora in questa vicenda, che ha sempre navigato sott’acqua e rigorosamente a destra. Da quel tipo Ranucci doveva stare alla larga. Purtroppo, non lo ha fatto.

Quarta riflessione: la bomba ha avuto l’esito sperato. Non quello di ammazzare qualcuno, perché a quello chi l’ha piazzata non pensava affatto. L’obiettivo era un altro: distruggere un giornalista d’inchiesta che faceva bene il suo lavoro. Un giornalista che aveva toccato, e stava continuando a toccare, i gangli più delicati del potere. Distruggerne l’immagine. Metterne in dubbio perfino la moralità. Rimuoverlo dalla conduzione e dalla direzione di una trasmissione scomoda, insopportabile, inaccettabile. Una trasmissione che, in tempi di giornalismo prono al potere e di servizio pubblico usato come ripetitore e amplificatore della propaganda di governo, osava metterne in piazza debolezze e abusi. Con la narrazione della verità.

Perché, badate bene, in questa rivoltante vicenda le inchieste di Report non vengono messe in discussione. No. Non è assolutamente in dubbio ciò che Report ha narrato. E proprio per questo bisognava distrarre l’attenzione dal contenuto delle inchieste al conduttore della trasmissione. Spostare il bersaglio. Non parlare dei fatti. Parlare di Ranucci. Farlo tacere, soprattutto prima delle elezioni. L’ultima riflessione non può trascurare chi siano stati gli obiettivi di quelle inchieste e quanto la parte più oscura del sottomondo della politica, quella che ha sempre detenuto il potere vero in Italia, sia stata toccata da quelle inchieste.

A partire dai “servizi”. A partire da quell’incontro fra Mancini e Renzi. Fino alle inchieste che hanno scosso il mondo della finanza. Per finire al famoso “collaboratore” di Trump, Zampolli, alla first lady americana, al ruolo di Epstein. Sembra strano, ma forse, considerate le cronologie, tanto strano non è. Perché c’è una coincidenza temporale straordinaria fra tutto questo e la bomba. Una coincidenza troppo rumorosa per essere ignorata. D’altra parte, le minacce a Ranucci non mi pare siano giunte solo da Gasparri e dagli altri, tutti onestissimi e integerrimi, esponenti di questa ignobile classe politica oggi al potere. Il punto, alla fine, è semplice. Quando un giornalista d’inchiesta colpisce davvero il potere, il potere non risponde nel merito.

Non smentisce i fatti, non smonta le inchieste, prova a distruggere chi quelle inchieste le fa. È il metodo più antico del mondo: se non puoi cancellare la verità, prova a infangare chi la racconta. E allora la domanda non è se Ranucci sia stato ingenuo, la domanda vera è: perché fa così paura? Perché tanta ferocia? Perché tanta fretta di processarlo sui giornali, senza giudici, senza garanzie, senza contraddittorio? Forse perché Report ha fatto quello che il giornalismo dovrebbe fare sempre: disturbare il potere. E in un Paese in cui troppi giornalisti hanno scelto di inginocchiarsi, chi resta in piedi diventa automaticamente un bersaglio. D’altra parte, basta riflettere sul fatto che i peggiori attacchi vengano da giornalisti.

Per questo oggi la difesa di Ranucci non riguarda solo Ranucci, diventa la difesa di un argine fra una democrazia liberale vera e un regime. Riguarda il diritto dei cittadini a sapere, riguarda la libertà di stampa, riguarda la possibilità che in Italia possa continuare a esistere qualcuno capace di guardare il potere negli occhi e raccontare ciò che vede. Anche quando fa paura. Soprattutto quando fa paura.

Giù le mani da Ranucci, tirate fuori le chat.