
(di Giovanni Valentini – ilfattoquotidiano.it) – “Ma se il capitalismo consuma le persone, l’alternativa non è un’opzione teorica, bensì una necessità politica” (da “L’Italia secondo Elly Schlein” di Mila Spicola – Castelvecchi, 2026)
Ai suoi tempi Enrico Berlinguer, leader carismatico del vecchio Pci, avvertiva che “in Italia non basta il 51% per governare”. La frase risale al 1973 e fu pronunciata all’indomani del golpe contro Salvador Allende in Cile. Serviva a spiegare che una democrazia divisa e bloccata richiedeva una grande alleanza tra la sinistra e il popolo cattolico. Una visione che coincideva con quella di Aldo Moro, lo statista democristiano assassinato dalle Brigate Rosse, la cui strategia tendeva ad allargare la base democratica del Paese attraverso il passaggio del cosiddetto “compromesso storico”.
A quella visione s’ispira ora anche il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, che – a partire dall’intervista rilasciata a Marco Travaglio e pubblicata su questo giornale il 18 luglio 2018 – s’è richiamato più volte esplicitamente al “modello Moro” come riferimento istituzionale per coltivare il metodo del confronto e della mediazione. Molta acqua è passata sotto i ponti della politica dall’intuizione di Berlinguer; i tempi e le condizioni sono ovviamente diversi. Resta valido e attuale, tuttavia, il nucleo centrale di quella strategia che si può applicare oggi ai rapporti fra il Pd e il M5S.
In vista delle prossime Politiche, appare chiaro che – a meno di sviluppi imprevedibili – nessuno dei due partiti sarà in grado di vincere le elezioni da solo. Anche quando i Cinquestelle raggiunsero otto anni fa l’apice del 32,7%, furono “costretti” a governare con la Lega di Matteo Salvini e l’infelice esperienza di quel “contratto” durò appena un anno. A meno di vagheggiare un monocolore guidato dall’ex premier Conte, dunque, è assai improbabile che il Movimento 5 Stelle possa raccogliere il 42% dei voti che – secondo la nuova legge elettorale concepita dal centrodestra – assegnerebbe la maggioranza dei seggi in Parlamento.
Per costituire una coalizione alternativa alla destra, sovranista e autoritaria, occorre che queste due forze politiche riescano ad aggregare un’alleanza progressista, imperniata sulla Costituzione, estesa agli ambientalisti e alle liste civiche. Sebbene il Partito democratico e il Movimento 5 Stelle siano diversi per storia ed estrazione, ma non più di quanto fossero il Pci di Berlinguer e la Dc di Moro, sono due soggetti complementari e possono integrarsi a vicenda: l’uno apportando la formazione e l’esperienza della parte migliore dei suoi quadri dirigenti; l’altro conferendo la sua cultura della legalità, dei beni comuni e della questione morale. Come già avviene, peraltro, in diverse realtà locali.
Ha ragione allora il leader di Avs, Angelo Bonelli, quando in un’intervista a Repubblica sostiene che “la contesa a due fa danni”, invitando entrambe le parti a superare il dualismo e ad accelerare l’elaborazione di un programma comune, all’insegna del rispetto reciproco. Sappiamo bene che poi i programmi camminano sulle gambe degli uomini o delle donne. Ma questa è la base su cui si può misurare l’affidabilità e il gradimento di una leadership attraverso le primarie di coalizione, con l’impegno a rimettersi fin d’ora al responso chiunque le vinca.
Se c’è un principio fondamentale che può associare i due partiti, è il ripudio della guerra, intesa – secondo l’articolo 11 della nostra Carta – come “strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Ne deriva, di conseguenza, il dovere morale di ricercare la pace come valore supremo. Davanti a quella che Papa Francesco chiamò la “terza guerra mondiale a pezzi”, questo è il fronte comune su cui i progressisti devono attestarsi.
«In politica, bisogna imparare a distinguere ciò che è possibile da ciò che è desiderabile.»
Max Weber
D’altronde il compromesso è l’arte di dividere una teglia di lasagne in modo che ciascuno creda di avere avuto la fetta più grande.
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“D’altronde il compromesso è l’arte di dividere una teglia di lasagne in modo che ciascuno creda di avere avuto la fetta più grande.“
Frase brillante, un pò furbetta, un aforisma da frigorifero. 🙂
Ma potrebbe essere anche:
Il compromesso è quando dividi le lasagne e, miracolosamente, nessuno si accorge che la fetta più grande l’hai presa tu.
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“D’altronde il compromesso è l’arte di dividere una teglia di lasagne in modo che ciascuno creda di avere avuto la fetta più grande.“
Frase brillante, un pò furbetta, un aforisma da frigorifero. 🙂
Ma potrebbe essere anche:
Il compromesso è quando dividi le lasagne e, miracolosamente, nessuno si accorge che la fetta più grande l’hai presa tu.
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Cosa possiamo utilizzare come metodo per stabilire se una data cosa oltre ad essere desiderabile è anche possibile ?
Se ad esempio penso alle imprese sportive e ai record in generale credo di poter dire con una buona dose di certezza che il metodo migliore per passare da desiderabile a possibile è: praticare il tentativo.
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