Come un viaggio nel cuore del paese profondo ci fornisce la spia di un malessere diffuso

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Per quanto lo avessimo messo in conto, non tutto sembra aver funzionato alla perfezione in questo lungo viaggio. Quando abbiamo costruito questa vacanza estiva – insieme alla mia partner di avventure, mia moglie, con la quale da un po’ di lustri ormai gestiamo l’immaginaria Compagnia dei Viaggi dei Sogni – ci brillavano gli occhi al solo pensiero. Abbiamo inanellato una serie di città dai nomi esotici, Nantes, Angers, Rennes, Fougères, Combourg, Lorient, Concarneau, Quimper: fra castelli da sogno, dolmen e menhir di Asterix, elfi, fate e Mago Merlino, misteriose maree dell’Oceano e foreste incantate uscite fuori da un’antica saga medievale. Memori di un viaggio da sogno di 13 anni fa, pressoché negli stessi luoghi, pregustiamo per i nostri due pargoli le stesse identiche sensazioni di allora. Poi però – puntuale – arriva la realtà, che spesso è un po’ diversa da quello che ci si aspetta.
E certo, considerando i paesi della Loira e la Bretagna – un’area grande all’incirca il doppio della Sicilia – avevamo messo in conto tante variabili e diversi punti di attenzione. A partire dalle ultime feroci ondate di calore che negli ultimi mesi hanno colpito la Francia intera, comprese le sue estreme propaggini nordiche e atlantiche, generalmente più fresche. Ragione per cui abbiamo scelto soluzioni abitative con “aria condizionata” inclusa e non negoziabile: prima voce nella lista delle “facilities” di Booking.com. Costruiamo questo viaggio da mesi, forti di un’esperienza decennale – pensavamo – figuriamoci a farci prendere per il naso dai trappoloni ben nascosti fra le innumerevoli offerte online. E così, fatte le scelte a monte, restava solo da provarle sul campo: pronti, partenza e via!
E invece, il nostro primo soggiorno in Loira comincia con la classica sola che levate… travestita da casa medievale: sotto mentite spoglie di cappe, spade, maghi, dragoni, finte ali di castello e letti sospesi nel vuoto. Figura barbina da principiante, dal momento che finiamo per abboccare all’amo. Anzi, presi letteralmente per il naso (e non solo): visto lo scarico dei fumi di un ristorante, Copains comme Cochons (nomen omen), che sembra confluire direttamente nello scarico del nostro bagno. Tanto che al primo sciacquone ci sembra di trovarci sospesi a metà fra le malsane viuzze di Soho a Londra e i fumi di scarico dell’affollata Pigalle a Parigi.
Non ci mettiamo molto a intuire poi la concezione molto approssimativa che i francesi del nord hanno di “aria condizionata”, espressione con cui infarciscono le descrizioni di fatidici alloggi climatisé (li morté…). Bisognerebbe invece spiegare loro che l’aria condizionata non è la stessa cosa di un ventilatore potente, né un meccanismo che si regge con l’aiutino del ghiaccio triturato. Inutile dire che l’indomani mattina presto siamo già con le valigie pronte, verso una nuova sistemazione più ordinaria e meno eccentrica, per quanto questo significhi una leggera modifica alla rotta del primo terzo del nostro viaggio.
Ora, se c’è una scusante per i francesi è quella di aver avuto l’estate più torrida di sempre. O almeno così sembra: non si contano più le ondate di calore, con temperature che hanno superato i 40 gradi un po’ dappertutto, al nord e ovviamente al sud, a intervalli quasi regolari, da maggio ad agosto. E temperature così, lo ammetto, mettono a dura prova noi, abituati sulla nostra pelle alla canicola verticale di stampo nordafricano, figuriamoci questi poveri cristi abituati d’estate alle fresche carezze dell’Atlantico.
Incidente di struttura a parte, e cambiamento climatico assodato, troviamo la valle della Loira un po’ troppo depressa. A poco serve rivisitare – con gli occhi di un tempo -quei borghi incantati medievali e rinascimentali, che fanno della Loira una delle zone più spettacolari, oltre che dense, di castelli al mondo. Si fa fatica a trovare il vecchio incanto dei tempi che furono. Anche provando ad appellarsi alla magia di un fiume, la Loira, un tempo meraviglioso e rigoglioso – protagonista, spesso, insieme ai castelli di questo scorcio di angolo di paradiso – difficile poter apprezzare quando la temperatura esterna è in media di 36-38 gradi e tutti in giro boccheggiano alla ricerca di un pezzo di ombra. Manco fossimo nel deserto qatarino. O nel Chott a sud di Tozeur. La Loira, fiume fino a poco tempo fa navigabile, pieno di borghi fascinosi, di fiori e piante, di mongolfiere che al tramonto risalivano romanticamente da Saumur fino a valle, sembra ora irriconoscibile. Mentre in questa arsura estrema, nomi come Chenonceau, Amboise, Ussé, Saumur e cento altri che da secoli scandiscono l’eccellenza del luogo, sembrano non avere più la presa di un tempo. La Francia delle idilliache stampe rinascimentali che ha saputo trasferire i fasti di una vita regale lontano da Versailles e da quella Parigi che è sempre stata il baricentro di un paese decisamente asimmetrico. Con i suoi castelli e quei luoghi che hanno saputo raccontare, fra le altre, le imprese di Enrico IV e le guerre di religione contro gli ugonotti, chiuse dall’editto di Nantes. O anche, in scala privata, del suo tormentato matrimonio con Maria de’ Medici. Sotto questa nuova luce, ben poco conserva l’antico splendore: questa torrida estate sembra aver cancellato ogni traccia del tempo che fu.
Oggi la Loira non solo è in secca, letteralmente, ma non riesce nemmeno lontanamente a ricordare quei fasti di un tempo appena trascorso. Lo constatiamo mentre scorriamo a uno a uno i paesini sonnacchiosi che si susseguono fino alle porte di Tours, molti dei quali ridotti a una parvenza triste, svuotati, dall’aria malinconica, in preda all’arsura, che in altri momenti non avremmo mai potuto immaginare cosi’.
Un po’ meno secca, forse, la Bretagna, con le sue grandi città e una costa che prova a rivaleggiare con le destinazioni mediterranee più gettonate dell’estate. Una orgogliosa Nantes, città di confluenza fra la Bretagna e la Loira angioina, che dismesso il vecchio spirito battagliero, sembra oggi risentire inevitabilmente di un’aria di abbandono che pare spirare dritta da sud. E non sono solo le temperature alte a renderla nuda, ma anche una depressione economica che sembra attraversare contagiando l’intero paese. Sorprende Nantes, come fosse un’ordinaria città meridionale, una Catania qualunque, con i suoi viali in disordine, l’immancabile erba alta e secca – vero e proprio trait d’union di questo viaggio – una periferia ancora dignitosa ma visibilmente staccata dal tessuto del centro urbano. Si, insomma, ritrovarla in questo stato è come ricevere un pugno in pancia. Situazione pressoché simile a Rennes: un bijou incorniciato fra Place République e il Parc du Thabor, dove la maestosità della capitale bretone lascia però scoperti molti, forse troppi, angoli di periferia. Un ragionamento che, certo, vale ovunque in Europa, con l’eccezione della Svizzera: dove cioè non mancano politiche di gentrificazione, ricomposizione e decentramento della popolazione capaci di assicurare anche nei quartieri esterni uno standard accettabile di vivibilità e servizi.
No, non se la passano bene i cugini francesi. La situazione osservata sul posto restituisce certo un’impressione soggettiva, che può cambiare a seconda della sensibilità e dell’angolo da cui la si guarda. Ma sono i numeri, purtroppo, a confermare una preoccupante crisi strutturale che investe il sistema Francia.
A partire da un inquietante aumento della disoccupazione – mai così alta dal 2019 – che si attesta all’8,3% nel secondo trimestre 2026, con un allarmante 21,6% di disoccupazione giovanile. Significa che uno su quattro, giovani fra i 15 e i 24 anni, è senza lavoro. Tutto questo si traduce visibilmente in degrado urbano, senso di precarietà che si avverte nelle periferie, scarsa manutenzione del decoro urbano, non solo nelle problematiche banlieue, ma anche appena fuori dal centro, con servizi carenti in quella Francia profonda, che un tempo faceva invece la differenza qualitativa, paragonata ad altri paesi occidentali.
Situazione di precarietà fotografata impietosamente dai dati ufficiali del deficit pubblico francese, che nel 2025 si è attestato al 5,1% del PIL; riuscendo cioè a battere in questo anche l’Italia, ferma al 3,1%. La Francia cioè spende più di quanto incassa e più di quanto si possa permettere, finendo per ingrossare il suo debito pubblico, salito al 115,6% del PIL. Ma più che il dato in sé, è la traiettoria ad allarmare Parigi: pur spendendo di più, non riesce a stare al passo. E questo è un problema.
Insomma, una narrazione della Douce France che non regge più ormai da anni, e a cui si aggiunge una situazione esplosiva delle banlieue, polveriere carsiche pronte a esplodere a ogni minimo evento: non ultimi i disordini scoppiati a Parigi e a Lione – 141 arresti nella sola capitale, mortai pirotecnici contro le forze dell’ordine – dopo la sconfitta in semifinale contro la Spagna ai recenti Mondiali.
Ogni scusa è buona, del resto, per agitare gli animi delle sacche più emarginate della società. Una situazione sociale cavalcata alla grande dai populismi della politica, da destra così come da sinistra. Da un lato l’estrema destra del Rassemblement National, con Marine Le Pen – la cui corsa all’Eliseo resta però appesa all’esito della telenovela giudiziaria sulla sua ineleggibilità – e il delfino Jordan Bardella, pronto a raccoglierne l’eredità in caso di esclusione. Dall’altro un grande agitatore di folle come Jean-Luc Mélenchon, rivoluzionario di France Insoumise che però spaventa gli elettori di centrosinistra con le sue ricette sangue e arena: patrimoniale secca, pensionamento a 60 anni, ritorno alle nazionalizzazioni per settori strategici come energia e industria pesante, insieme a una disobbedienza europea e all’uscita dalla Nato sul versante della politica estera. Mentre al centro rimane ben poco al di fuori dell’uscente – e sempre più solo e impopolare – presidente Emmanuel Macron, alle prese con l’ennesimo governo Lecornu dopo i vari disastri dei governicchi di questa ultima legislatura. Una situazione insomma non del tutto fluida che, alle prossime elezione presidenziali fissate nel 2027, rischia seriamente di consegnare la Francia a questa nuova destra rampante e sovranista che tanto successo riscuote altrove nel mondo.
Eppure, nonostante tutto, la Francia resiste – almeno nell’orgoglio – ancorando l’inerzia del momento storico alla sua tradizionale forza dello Stato, campando di rendita, grazie alla sua proverbiale rete di strutture pubbliche: dalle infrastrutture, strade e autostrade, ai trasporti, a un’alta competenza della sua burocrazia fortemente centralizzata, fino a una diversificazione energetica attenta che però – va detto – non riesce a tenere a freno il prezzo del carburante, con il diesel che sfiora i 2,35 euro al litro. A tutto questo si aggiunge una cultura industriale tradizionalmente forte, capace però di lasciare spazio anche a un artigianato vivo e fantasioso: non si contano gli atelier di prodotti artigianali, le piccole botteghe, i piccoli produttori, vignaioli, artisti e artigiani che altrove farebbero la fame. Un settore che pare reggere, grazie anche e soprattutto al turismo che vede i transalpini ancora meta preferita dei flussi internazionali. E nonostante tutto – almeno nei centri storici – il piccolo artigianato riesce ancora a tenere testa all’invasione dei grandi negozi cinesi o dei colossi del franchising che in Italia spopolano invece ovunque.
Ciononostante, per ritrovare davvero la Douce France – quella delle mongolfiere, dei paesi fioriti della Loira, delle splendide villes fleuries della Bretagna, e di quella spensieratezza senza tempo che aveva illuminato l’inizio del secolo – ci vorrà ancora un po’. Ma non sarà certo un problema: sapremo aspettarla. Per quella Francia, la nostra pazienza non mancherà mai.