(Mario Catania – lindipendente.online) – Prima di diventare un caso politico, era stato il caso cinematografico del 2024: primo film d’inchiesta e terzo lungometraggio in assoluto negli incassi italiani dell’anno, premiato all’Innsbruck Film Festival e proiettato in decine di città nel mondo, prima ancora di andare in onda su Report il 5 maggio, per essere visto da due milioni di spettatori. È Food for Profit, il documentario sugli allevamenti intensivi firmato da Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi, il film finito a inizio agosto sotto quello che la stessa autrice ha definito sui social «un attacco senza precedenti»: un dossier vecchio di due anni sui suoi finanziamenti, riaperto da Il Giornale e rilanciato dal Corriere della Sera con affermazioni che Innocenzi e Report hanno bollato come false, seguito in pochi giorni da interrogazioni parlamentari annunciate dai partiti di maggioranza.

Il primo articolo de Il Giornale ha attribuito al documentario un finanziamento di 5mila euro arrivato da un investitore olandese specializzato nel settore vegano, sollevando l’ipotesi di un conflitto di interessi. Innocenzi, che sottolinea come gli attacchi al suo lavoro siano in realtà diretti alla trasmissione di inchiesta della Rai, ha replicato spiegando di aver raccolto personalmente, senza un euro di fondi pubblici né una casa di produzione alle spalle, i circa 350mila euro necessari a realizzare il film, attraverso donazioni di fondazioni e cittadini sensibili ai diritti degli animali: la lista dei donatori è pubblicata sul sito di Food for Profit fin dal primo giorno. La testata è poi tornata sull’argomento contestando il fatto che le inchieste avviate dopo il documentario siano sostenute anche da una raccolta fondi su GoFundMe e dal 5 per mille destinato a Unlocked, l’ente del terzo settore con cui Innocenzi collabora per i reportage su allevamenti e macelli. La giornalista non ha negato la circostanza, rivendicandola anzi come garanzia di indipendenza dai poteri economici che il documentario mette sotto accusa.

Nel frattempo il Corriere della Sera ha pubblicato un pezzo, simile a quello de Il Giornale, in cui si sosteneva che il documentario promuovesse «il maggior consumo di cibi a base di insetti e carne a base cellulare» e che la puntata di Report fosse al vaglio della Commissione per il codice etico Rai. Sia Innocenzi sia Ranucci hanno definito entrambe le affermazioni false: il tema degli insetti, in particolare, non compare mai nel documentario, e la seconda circostanza sarebbe, nelle parole del conduttore di Report, «destituita di ogni fondamento». Innocenzi ha anche accusato Il Giornale di vivere di soldi pubblici, sottolineando che la testata ha come editore l’imprenditore e parlamentare della Lega Antonio Angelucci: il quotidiano ha respinto l’accusa, sostenendo di vivere di vendite e pubblicità e di aver ricevuto in passato solo un contributo, non più erogato dal 2023.

Sulla vicenda dei finanziamenti al documentario intanto si è aperto un fronte istituzionale. I componenti di Fratelli d’Italia nella Commissione di vigilanza Rai hanno annunciato un’interrogazione, parlando di conflitto di interessi ai danni del settore agroalimentare e zootecnico italiano; la Lega ha accusato Report di essersi trasformato nel «megafono di una lobby», mentre il capogruppo di Forza Italia al Senato Maurizio Gasparri ha annunciato un’interrogazione e una segnalazione alla Guardia di Finanza. Sollecitata anche da Confagricoltura, la Commissione per il codice etico Rai avrebbe avviato verifiche: sul tema è intervenuto il consigliere d’amministrazione Roberto Natale, secondo cui «l’etica della professione è una cosa seria, non un randello di parte».

Il caso dei finanziamenti si intreccia, nelle stesse settimane, con un secondo fronte che riguarda direttamente Ranucci ed è distinto da Food for Profit. Dopo l’arresto, il 10 agosto, dell’imprenditore Valter Lavitola come presunto mandante dell’attentato dinamitardo subito dal giornalista nell’ottobre 2025, il vicepremier Matteo Salvini ha chiesto più volte che Ranucci venga sospeso dalla conduzione di Report, sostenendo che «coloro che sono coinvolti direttamente in questa vicenda oscura debbano prendersi una pausa». L’eurodeputato del PD Sandro Ruotolo ha scritto alla vicepresidente esecutiva della Commissione europea Henna Virkkunen, chiedendo se le dichiarazioni di Salvini configurino un’interferenza politica sulle decisioni editoriali del servizio pubblico, in violazione degli articoli 4 e 5 dell’European Media Freedom Act, che tutelano rispettivamente l’indipendenza editoriale dei media e quella dei media di servizio pubblico. «Trasformare la vittima di un attentato nell’imputato politico della vicenda è inaccettabile», ha dichiarato Ruotolo.

Guardati in sequenza, i due fronti aperti in queste settimane si aggiungono a un elenco di pressioni che accompagna Report da anni: le querele dell’intero partito di Fratelli d’Italia, del presidente del Senato Ignazio La Russa, della ministra Daniela Santanchè e di numerosi altri esponenti di governo; lo scontro sulle dimissioni in blocco del Garante della Privacy, dopo un’inchiesta della trasmissione sull’Autorità, fino ai tagli alle risorse pubbliche del programma e lo stop deciso dalla Rai alle repliche estive. Arrivano ora, a un anno dalle elezioni politiche del 2027, in un momento in cui il conduttore è indebolito dall’inchiesta sull’attentato e dalle pressioni per la sua sospensione: più che un tentativo isolato di delegittimare un singolo documentario, il caso Food for Profit sembra l’ultimo tassello di una strategia più ampia, che punta a logorare la credibilità del programma d’inchiesta più seguito della televisione pubblica proprio alla vigilia della campagna elettorale.