Nel tornante della Storia in cui ne avremmo più bisogno l’Unione va in pezzi. E, dai migranti all’Ucraina, ogni Stato membro gioca in proprio

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – L’eclissi di sole che il 12 agosto ha incantato milioni di persone è la perfetta allegoria del buio che cala sull’Europa. Nel tornante della Storia in cui ne avremmo più bisogno, l’Unione va in pezzi tra élite inadeguate, opinioni pubbliche impaurite e autocrazie compiaciute. È l’esito di una tragica involuzione politica, ma anche di una drammatica regressione civica.

Il paradigma è la Germania: mentre a Berlino il Bode Museum fa il boom di visitatori che fanno ore di coda per ammirare Angela Merkel ritratta da un giovane pittore francese, in Sassonia la leader dell’ultrasinistra Sahra Wagenknecht annuncia la possibile alleanza con l’Afd di Alice Weidel alle elezioni nel länder del 6 settembre.
Da una parte c’è il rimpianto per la Kanzlerin che per sedici anni ha guidato il paese e tenuto acceso il motore franco-tedesco col motto «In der Ruhe liegt die Kraft», cioè «nella quiete c’è la forza». Dall’altra parte c’è la voglia matta di mandare a casa i sepolcri imbiancati della Cdu, e di affidare le sorti teutoniche al partito neonazista, pronto a cacciare tutti gli stranieri in nome del vecchio «Blut und Boden», il «sangue e suolo» di hitleriana memoria. La crisi d’identità tedesca e il cupio dissolvi europeo sono due facce della stessa medaglia.
Il sogno federale cullato a Ventotene da tre confinati coraggiosi si è dissolto, la «comunità di destino» non è più all’ordine del giorno. Non abbiamo voluto bene quanto avremmo dovuto a tutto ciò che ci ha reso diversi — e migliori, dobbiamo dirlo — da altre parti di mondo: le democrazie e le Costituzioni, le garanzie e i diritti, il welfare e l’habeas corpus.
Negli anni Novanta le sinistre riformiste in cammino sulla Terza Via si erano illuse di gestire il cambiamento. Ma affidarsi alla mano invisibile del mercato non è stato un buon affare: la globalizzazione dei capitali, dei commerci e degli uomini ci si è ritorta contro. I proletari del Sud del pianeta sono venuti in Europa a cercare una vita migliore, ma il dumping sociale e salariale innescato da chi li sfrutta ha finito per proletarizzare i ceti medi europei.
Saltato il patto sociale, le destre sovraniste hanno buon gioco a spacciare protezione sul mercato elettorale, sabotando il progetto europeo con la promessa del ritorno agli Stati nazionali, ognuno coi suoi interessi e i suoi muri da difendere. Questa narrazione tossica sta avvelenando l’Unione: se il terreno della contesa è la sovranità di una nazione, allora ci sarà sempre qualcuno più sovranista di qualcun altro. E quando quel circolo comincia a girare, diventa subito vizioso.
Carlo Azeglio Ciampi lo spiegò due volte ai partner in conflitto: nel 1992, quando la speculazione travolse lo Sme e ogni paese si illuse di proteggere la sua valuta, e nel 1996, quando i “frugali” del Nord osteggiarono l’ingresso nell’euro dei “lassisti” del Club Med. «Se vi mettete gli uni contro gli altri, farete la fine degli Orazi e Curiazi», fu il saggio avviso ai litiganti dell’ex capo dello Stato.
Oggi la Storia si ripete. Dai migranti all’Ucraina, dagli acquisti di gas alle sanzioni a Mosca, dal prezzo dei farmaci agli Ets: ogni Stato membro gioca in proprio. Il caso degli aiuti alla resistenza di Kiev è esemplare. Tutte le ultradestre vogliono abbandonare Zelensky al suo destino, cioè alla resa nelle mani di Putin (che del resto le spalleggia e in qualche caso le foraggia, vedi Marine Le Pen possibile inquilina dell’Eliseo tra appena dieci mesi).
Sul disimpegno l’Italia è in prima linea, con Salvini strattonato da Vannacci e Conte tallonato da Di Battista, tutti uniti sotto le gloriose bandiere dell’Internazionale rossobruna. Per capire la vera posta in gioco gli basterebbe vedere Mr Nobody against Putin di Pavel Talankin o leggere Kolchoz di Emmanuel Carrere: scoprirebbero che in quella sporca guerra non ci sono «torti da spartire», che «Z è la svastica del puntinismo» e che la Russia che «voleva essere la Terza Roma è diventata il Quarto Reich». Ma dio acceca sempre chi non vuol vedere.
Così a tenere gli occhi aperti resta solo la coalizione dei volonterosi di Macron, Merz e Burnham. Ma fino a quando? Difendere l’Ucraina invasa dal tiranno del Cremlino non è solo un dovere etico e politico. Sarebbe anche l’occasione per forgiare nel fuoco della battaglia un vero progetto di difesa europea. E invece non è così.
Tra il 2022 e il 2025 l’Ue ha fornito 75 miliardi di euro di aiuti all’Ucraina, ma non c’è stata alcuna mutualizzazione: gli Stati continuano a gestire autonomamente i propri eserciti, gli acquisti di armamenti e la strategia militare. Ognuno si riarma come vuole, con tanti saluti all’esercito comunitario e al bilancio federale per la difesa.
La rottura sull’immigrazione è altrettanto grave. Dopo Ceuta, siamo in pieno effetto-domino. L’Italia attacca a sproposito la Spagna e sospende Schengen, la Spagna risponde per rappresaglia, la Germania annuncia l’espulsione dei “dublinanti” in Italia, la Danimarca è pronta a chiudere i confini con la Germania, 22 paesi chiedono a Bruxelles di blindare le frontiere esterne, altri 5 avviano trattative con l’Uganda su hub per i rimpatri all’estero. È tutti contro tutti.
Anche qui il Belpaese fa scuola, con il generale nazional-futurista che costringe Meloni, Salvini e Tajani a svilire il governo italiano a grottesca via di mezzo tra una junta cilena e una Repubblica delle banane, persa tra farneticanti decreti sicurezza e comunicati ipocriti sulla strage di Bologna, atti sediziosi contro Mattarella e editti bulgari contro Ranucci. Da perfetti impostori, fingono pure di commemorare Francesco Guccini, senza sapere nulla di Amerigo, del dolore di chi migra e dell’orrore di chi respinge.
Purtroppo, urlare «non passa lo straniero» porta voti, a Roma come a Parigi. Per questo resta un po’ di nostalgia, di fronte a quel ritratto di Angela Merkel. Nel 2015, con 6 milioni di profughi siriani in arrivo, la Cancelliera salvò l’Unione dicendo «wir schaffen das». Oggi 70mila poveri cristi hanno bussato alle porte di Gibilterra: se in Europa c’è uno statista pronto a dire «ce la faremo», si faccia avanti.
Dato che l’ unico punto di convergenza è la guerra prossima ventura alla Russia con conseguente riarmo e aumento del contributo economico a Nato e alla corrottissima Ucraina, è auspicabile che questo tipo di Europa cessi quanto prima possibile ,caro Giannini…E con tante condoglianze .
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È paradossale che Giannini veda nel riarmo e nella prospettiva bellica l’unico collante per un’Unione Europea in crisi. Tuttavia, la crisi ucraina ha rimosso la “pietra dei vermi” mostrando le contraddizioni che giacevano sotto la superficie.
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un Giannini tra i meno peggio che ricordi negli ultimi mesi/anni
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