(Tommaso Merlo) – Sono riusciti ad imbrattare anche Report, una delle ultime oasi di giornalismo investigativo. Dopo anni di persecuzione, ci mancava giusto l’attentato con risvolti che manco i film di Totò e Peppino. Vogliono lo scalpo di Ranucci colpevole di un crimine odioso in questa Italia malconcia, fare vero giornalismo. E mentre assistiamo all’inseguimento tra gendarmi e farabutti e in attesa dell’epilogo a tarallucci e vino, il malconcio sistema Italia perde un altro pezzo di credibilità e di libertà. I potenti perseguitano quelli di Report da decenni ed è un miracolo se non sono ancora riusciti a silenziarli. Li perseguitano perché osano investigare le magagne del potere e rivelarle ai cittadini. Temono che conoscendo la verità sulle classi deficienti, i cittadini la smettano di abboccare al sistema e si ribellino. Si sa. Più un paese è marcio, più la libertà di stampa e i giornalisti coraggiosi danno fastidio. Tipico dei paesi andati a male. Invece di smetterla di combinare malefatte, i potenti pretendono che a smetterla siano i giornalisti che fanno il loro mestiere ed i cittadini che pretendono di vivere in un paese civile. Vogliono perfino il privilegio di fare le loro porcate senza che qualcuno osi ficcare il naso, che sia la Magistratura o la stampa non asservita. Nessuna domanda scomoda, nessun dubbio o ombra ma solo propaganda e possibilmente amica. Come se la libertà di stampa fosse un dettaglio superfluo e non un pilastro della democrazia. Come se fossero affaracci loro anche quando intrallazzano con la cosa pubblica e danneggiano la collettività. Tipico dei paesi che rischiano l’estinzione come il nostro. Arroganza, mediocrità e disonestà che a furia di dilagare si mangiano l’intero sistema e lo piegano ai loro meschini disegni. In Italia la politica è degenerata a livelli tragicomici e il giornalismo è morto e sepolto, è stato rimpiazzato dalla propaganda della finta destra e della finta sinistra, redazioni perlopiù finanziate coi soldi pubblici invece che dai lettori e quindi anche per necessità succubi del potere. Redazioni che in tempo di pensiero unico neoliberista si differenziano giusto per i partiti e capobastone che tifano e la loro unica funzione è animare le rispettive curve. Un deprimente scenario anche culturale in cui le rare oasi di vero giornalismo finiscono o emarginate o nel mirino come successo a Report e questo perché impediscono al marciume di spacciarsi come normalità. Ma c’è un livello più profondo, quello che fa imbestialire i potenti non è solo che emerga la verità su fatti scomodi, ma anche che emerga la verità su chi sono loro davvero come persone. Molti potenti si credono infatti chissà chi e detestano coloro che dimostrano la loro pochezza, i loro compromessi al ribasso, i loro errori e perfino crimini. Detestano coloro che fanno crollare l’idea grandiosa e falsa che hanno di se stessi rovinando la loro farlocca autostima ma soprattutto scalfendo l’immagine del loro personaggio pubblico e la loro reputazione mettendo così a rischio il loro consenso e prestigio e status sociale che in questa era egoistica e narcisistica è tutto. Ma c’è un livello ancora più mesto. Più un paese è culturalmente mafioso, più la libertà di stampa e i giornalisti coraggiosi danno fastidio. E danno fastidio sia ai potenti che a tutti coloro che sono scesi a compromessi col sistema e detestano chi tenendo la schiena dritta dimostra il loro tradimento professionale e morale. Si sa. Più un paese è culturalmente mafioso, più ti devi accodare a qualche cordata e leccare i piedi a qualche boss per conquistarti il tuo posticino al sole. Viene premiato il conformismo e il servilismo e se invece osi rimanere te stesso o addirittura alzare la testa e sfidare lo status quo, rischi l’emarginazione o addirittura di finire nel mirino come successo a Report. Una mafia culturale tipica di paesi che rischiano l’estinzione come il nostro in cui arroganza, mediocrità e disonestà a furia di dilagare si sono mangiati l’intero sistema piegandolo ai loro meschini disegni al punto da fregarsene perfino dell’autodistruzione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. L’Italia è al 56esimo posto al mondo per libertà di stampa e al 52esimo come corruzione e nessuno fa nulla. Uomini in balia di una manica di caporali, come nei film dei due grandi artisti Totò e Peppino alle prese col caso Ranucci. Con l’inseguimento tra gendarmi e farabutti, in attesa dell’epilogo a tarallucci e vino e magari pure del colpo di scena. Ma la sostanza non cambia. Non dobbiamo perdere il diritto di conoscere la verità sulle malefatte delle classi deficienti e invece di farci manipolare dobbiamo ribellarci per riconquistare una democrazia sana e per evitare l’estinzione fin che siamo in tempo.