Dalla flat tax alle accise, i proclami dei partiti sono spesso disattesi. Intanto, la proposta di Cottarelli per obbligarli a dire dove trovano i soldi giace in Senato da tre anni

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – Partiamo con la promessa più banale: la riduzione delle tasse. Quale partito non ha messo per iscritti nel programma elettorale che una vota al governo le avrebbe tagliate? Vero, ognuno la presenta in modo diverso. Prima delle elezioni del 2022 Fratelli d’Italia giura che porterebbe la flat tax del 15 per cento a 100mila euro, ampliando i benefici fiscali per i lavoratori autonomi. La Lega alza ancora l’asticella, insistendo sul colpo di spugna per i debiti tributari. Forza Italia invece solletica gli elettori meno fedeli garantendo addirittura il condono, che Matteo Salvini battezza «pace fiscale». Mentre il Pd e il Movimento 5 stelle preferiscono parlare di equità, che altro non è se non la riduzione delle imposte per i meno abbienti. Perfetto. Com’è andata a finire? Che la pressione fiscale, anziché diminuire, è aumentata.
Ma non poteva essere diversamente, perché le condizioni dei conti pubblici sono quelle che sono e nessuno ha voglia di tagliare quello che davvero bisognerebbe tagliare. Ossia gli sprechi inenarrabili del bilancio dello Stato che alimentano piccole e grandi rendite di posizione, con una spesa pubblica corrente che continua a crescere come la panna montata: più di 100 miliardi da quando l’attuale governo si è insediato.
Vi chiederete: tutto questo non lo sapevano, i partiti, prima di fare agli elettori promesse così chiaramente irrealizzabili? Lo sapevano eccome. Ma non avrebbero mai potuto chiedere il voto agli italiani dicendo una roba del genere: «taglieremo le tasse, ma sappiate che questo scherzetto costerà 30 miliardi l’anno e siccome non abbiamo i soldi, dovremmo aumentare ancora il debito pubblico che graverà sui vostri figli». Eppure è proprio questo che una politica seria dovrebbe fare quando si presenta agli elettori. Dire in che modo si ha intenzione di onorare le promesse. Altrimenti è la solita presa in giro, che si verifica a ogni occasione, e senza limiti alla decenza.
Un caso concreto, molto più significativo delle sue modeste dimensioni, è quello dell’Iva su prodotti dell’infanzia. Sorvoliamo sulla giaculatoria a proposito delle misure per rilanciare la natalità che da anni impegna senza costrutto certi partiti di ispirazione sovranista. E limitiamoci a quello che c’è scritto nel programma elettorale per le politiche del 2022 di Fratelli d’Italia, cioè del partito di maggioranza relativa che oggi ha in mano palazzo Chigi. Alla riga 11 del capitolo «Fisco più equo e difesa del potere d’acquisto degli italiani» su legge fra le misure per «proteggere il potere d’acquisto» di lavoratori e famiglie: «…ampliamento della platea dei beni con Iva ridotta, in particolare con riferimento al carrello della spesa e ai prodotti per l’infanzia». Nel momento in cui quella promessa viene scritta l’Iva sul latte in polvere per i neonati è al 5 per cento. Il primo gennaio 2024 viene raddoppiata e innalzata al 10 per cento.
E come la mettiamo con le promesse di ridurre le accise sui carburanti disseminate nel programma elettorale della Lega di Matteo Salvini, spesso accoppiate agli impegni di ridimensionare al 5 per cento l’Iva sul gas e distribuire crediti d’imposta agli autotrasportatori?
Certo, stiamo parlando di forze politiche al governo, e non abbiamo la garanzia che l’opposizione, se avesse vinto le elezioni, non avrebbe replicato questo schema. Ma è proprio per questo che se si vuole rendere almeno un po’ più serio, e soprattutto onesto, il rapporto fra cittadini elettori e partiti che cercano di farli abboccare con proposte tanto mirabolanti quanto irrealizzabili, bisogna fare qualcosa.
Più di tre anni fa, su questo giornale, Carlo Cottarelli ha avanzato una proposta. Correva l’anno 2023, le elezioni che avevano incoronato Giorgia Meloni presidente del Consiglio erano passate da pochi mesi e già le retromarce sulle promesse elettorali si stavano materializzando. Cottarelli, ex alto funzionario del Fondo monetario, ex commissario governativo alla revisione della spesa e per pochi giorni presidente del consiglio incaricato, era approdato in senato nelle fila del Partito democratico. Maturando l’idea della necessità di una svolta, dopo il clamoroso crollo dell’affluenza alle urne: in quattro anni e mezzo, dal marzo 2018 al settembre 2022, la democrazia italiana aveva perso quasi 5 milioni di votanti. Difficile non interpretare questo segnale coma un preoccupante giudizio degli elettori sulla credibilità dei partiti.
Ecco allora la sua proposta, dalle colonne de L’Espresso: per ogni promessa elettorale i partiti dovrebbero essere obbligati a mettere per iscritto dove prendono i soldi. Ma non basta. Questa dichiarazione dovrebbe essere verificata e «bollinata» anche da un’autorità indipendente di rango costituzionale, come l’Ufficio parlamentare di bilancio istituito nel 2014 in seguito all’introduzione nell’articolo 81 della Costituzione dell’obbligo dell’equilibrio di bilancio.
La sue proposta non è rimasta soltanto sulla carta di questo giornale: è diventata infatti un disegno di legge, presentato il 14 febbraio 2023 dal senatore Cottarelli. Placidamente finito, manco a dirlo, nei cassetti del dimenticatoio di palazzo Madama. C’è rimasto per ben 1.260 giorni, mentre il calendario del Senato si affollava di imprescindibili leggi, quali l’istituzione della Giornata nazionale degli Abiti storici, approvata in via definitiva dalla Camera alta nell’aprile 2025 dopo lungo e approfondito dibattito. Fino a quando, il 28 luglio scorso, il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Andrea De Priamo, di Fratelli d’Italia, non ha nominato relatrice del provvedimento Mariastella Gelmini, ex ministra di Forza Italia poi passata ad Azione e successivamente rientrata nel centrodestra con Noi Moderati. Ma per risvegliare il senato dal lungo sonno (forse ancora più lungo perché l’autore della proposta si era dimesso dall’assemblea il 7 maggio 2023) c’è voluta la scossa seguente: una petizione con la quale si chiede di rimettere in pista la legge Cottarelli lanciata all’inizio di luglio con il supporto della Fondazione Luigi Einaudi, che mentre esce questo articolo viaggia spedita verso le 60mila firme.
Per i partiti che si stanno preparando a una sfida elettorale decisiva, nessuno escluso, è l’ultima occasione per dare prova che si vuole (sia pure timidamente) cambiare registro. Cominciando a smettere di prendere costantemente per il naso gli elettori. Le forze politiche devono sapere che la prossima volta, e arriverà fra non molto, saranno giudicati anche su questo: la serietà delle loro promesse. Far passare questo cambiamento non sarebbe difficile. Non serve nemmeno tirare fuori dai cassetti la proposta di legge targata Cottarelli: conosciamo il gioco e già sappiamo come andrebbe a finire, pronti a scommettere che mancherebbe il tempo per approvarla prima delle elezioni. Ecco perché è necessaria una scorciatoia. Sarebbe sufficiente un emendamento alla legge elettorale che da mesi tormenta le forze politiche, accapigliate sulle preferenze, per cui non si risparmiano colpi bassi. Un emendamento che introduca l’obbligo per i partiti di dichiarare dove si prendono i soldi per rispettare le promesse elettorali, come suggerisce Cottarelli. Poche righe, ma che avrebbero anche il merito di rendere quella legge almeno un pochino meno indigeribile di quanto già non si profili. Poche righe e un po’ di coraggio; ma il sospetto che sia proprio questo a mancare non riusciamo a togliercelo dai pensieri.

Il voto dovrebbe riflettere la visione che ci rappresenta, non le promesse di chi la propone.
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